Cosa cambia in Germania

Al via il dopo Merkel

L’ultimo mese e mezzo in Germania è stato probabilmente il più interessante degli ultimi sedici anni a livello politico, complice il declino dell’egemonica CDU, l’addio alla politica di Angela Merkel e l’emergere assertivo di nuove formazioni decise a governare, come Verdi e Liberali. I risultati delle elezioni dello scorso 26 settembre delineavano un quadro insolitamente frammentato per un paese abituato altrimenti. Era poi complesso fare i conti con l’idea di lasciarsi alle spalle l’eterno cancellierato Merkel. Le forze politiche premiate dal voto sono infine arrivate ad un accordo: la Germania per i prossimi quattro anni sarà governata da una coalizione semaforo, composta da Socialdemocratici, Liberali e Verdi. A guidare l’esecutivo sarà Olaf Scholz (SPD), ministro delle Finanze nella scorsa legislatura, che ha giurato lo scorso 6 dicembre.

Il nuovo Governo ha fatto di tutto per farsi portavoce del desiderio di rinnovamento espresso dall’elettorato al voto, puntando sulla rappresentanza per porsi come elemento di novità nel panorama politico tedesco. Si tratta infatti del primo esecutivo in cui le cariche ministeriali sono ripartite equamente fra uomini e donne, che per la prima volta ottengono la direzione del ministero degli Esteri e dell’Interno. Inoltre, Cem Özdemir è il primo figlio di Gastarbeiter turchi a far parte della squadra di governo. Se si vuole però trovare una falla, ad essere sottorappresentati sono i cittadini dell’Est: solo due ministre sono nate nella vecchia DDR. Il gap di partecipazione ai vertici dello stato degli ex Ossis non viene quindi smentito.

La caratteristica forse più marcata del nuovo esecutivo è proprio l’attenzione al sociale e all’ampliamento dei diritti, patrocinati soprattutto dalle due forze progressiste, seppur in un clima di accordo con i Liberali. Piuttosto, i dissapori hanno riguardato le modalità di realizzazione degli obiettivi condivisi: l’aumento del salario minimo, la spinta alla transizione ecologica e il nuovo impulso all’edilizia abitativa – anche per frenare la rapida crescita degli affitti in alcune città – andranno infatti coniugati con un marcato rigore dei conti, punto su cui i Liberali sono irremovibili. La formazione è riuscita ad ottenere nei negoziati la reintroduzione del famoso Schuldenbremse, il freno all’indebitamento, a partire dal 2023. Inoltre, non verranno applicate nuove tasse, né saranno aumentate quelle già in essere. Questo fa chiaramente sorgere dei dubbi rispetto all’effettiva possibilità che la coalizione possa mantenere fede agli impegni presi.

Altro punto fondamentale e caratterizzante del governo semaforo è l’impegno sul fronte climatico. Il leader dei Verdi, Robert Habeck, ha ottenuto il super ministero di Economia e Clima, che gli permetterà di incidere nettamente sulle proposte economiche considerate non sostenibili dal punto di vista dell’impatto ambientale. La formazione ecologista non l’ha però spuntata su tutti i fronti. L’eliminazione del carbone entro il 2030 era stato un punto fondamentale della campagna elettorale: nonostante questa sia stata effettivamente inserita nel contratto di governo, la si considera un traguardo “ideale”, lasciando un buon margine all’interpretazione.

Per quanto riguarda il piano internazionale, invece, la nuova ministra degli Esteri, Annalena Baerbock, si è già espressa con dichiarazioni molto secche in riferimento alla situazione ai confini orientali dell’Unione Europea. Parlando del presidente ucraino Lukashenko, ha affermato come non sia accettabile farsi ricattare dai dittatori, suggerendo quindi che la diplomazia merkeliana operata in punta di piedi verrà, almeno in parte, rivista e rovesciata. Dal contratto di governo emerge poi la conferma dell’impegno all’interno dell’Unione Europea, di cui la Germania continua a vedersi come una sorta di ancora di stabilità, una forza regolatrice per gli equilibri interni a Bruxelles. D’altra parte però, i partiti della coalizione semaforo, meno legati alla ragion di stato rispetto alla CDU, potrebbero adottare un approccio più assertivo nei confronti di quei paesi membri che rifiutano di aderire a principi condivisi: il riferimento, nemmeno poi tanto celato, è a Polonia e Ungheria.

A cura di Il fendinebbia

In copertina: Bundeskanzleramt a Berlino

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