Delhi vs Pechino: dietro il sorpasso demografico indiano

L’India è ora il Paese più popoloso del Pianeta. Il confronto con la rivale Cina racconta una diversità non solo economico-militare. Le tensioni al confine continuano e il premier Modi teme la saldatura di interessi con il Pakistan

di Maurizio Sacchi

L’India, con una popolazione di 1 miliardo e 425.775.850 persone ha superato la Cina come Paese più popoloso del Mondo. A dicembre 2022, la popolazione cinese era di 1 miliardo e 411.800, secondo le stime demografiche delle Nazioni Unite, il cambiamento più significativo nella demografia globale da quando esistono i registri. Secondo le proiezioni dell’ONU, calcolate in base a una serie di fattori tra cui i dati dei censimenti e i tassi di nascita e di morte, l’India ha ora superato la Cina per la prima volta. È anche la prima volta dal 1950, ovvero da quando le Nazioni Unite hanno iniziato a tenere i registri della popolazione globale, che la Cina viene scalzata dal primo posto. 

Questo sorpasso è ancor più significativo se si considera la composizione per fasce di età dei due colossi asiatici. La Cina sta invecchiando rapidamente. Secondo le proiezioni attuali, il 34% della popolazione cinese avrà più di 60 anni entro il 2050 (oggi è circa il 12%). Attualmente l’età media in India è di soli 29 anni e il Paese continuerà ad avere una popolazione largamente giovane per i prossimi due decenni. Oggi in India nascono in media 86.000 bambini al giorno, rispetto ai soli 49.400 della Cina.

Il calo demografico fa seguito a decenni di leggi severe per tenere sotto controllo il boom delle nascite, tra cui l’introduzione da parte del Governo di Pechino della politica del figlio unico negli anni Ottanta. Questa prevedeva multe per chi superava questa quota, ma anche aborti forzati e sterilizzazioni. Il Paese è ora alle prese con un invecchiamento della popolazione, che sul piano  economico potrebbe avere gravi conseguenze. Inoltre, a causa della tradizionale preferenza per i maschi, la politica del figlio unico ha portato a un enorme squilibrio di genere. Gli uomini ora superano le donne di circa 32 milioni. Nel 2015, il Governo cinese ha cambiato rotta, per consentire a tutte le famiglie di avere fino a due figli.

Malgrado la vasta eco che questo sorpasso ha avuto sui media mondiali, i rapporti di forza, economici, militari e strategici, restano molto a favore della Cina. Nel 1990 la mole economica delle due nazioni si equivaleva – 321 miliardi di PIL per l’India, 360mld per la Cina – mentre oggi quella del Dragone vale cinque volte quella indiana. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, la Cina è la seconda nella classifica mondiale per Prodotto Interno Lordo, con 16.911 miliardi di dollari annui, mentre l’India è quinta, con 3.735 miliardi, circa un quinto rispetto al Dragone suo vicino. 

Anche sul piano militare, lo squilibrio a favore di Pechino è notevole. Le Bhāratīya Saśastra Sēnāēṃ (Devanagari: भारतीय सशस्त्र सेनाएं) – Indian Armed Forces in inglese, sono le forze armate dell’India. Con 1.455.550 uomini in servizio attivo e 3.681.950 riservisti costituiscono il 4° esercito più numeroso al Mondo (dati della World Population Review). Segue la Cina, al quinto posto, ma seconda per spese militari, dopo gli Stati Uniti. Il Dragone gode inoltre di un immenso vantaggio sul piano tecnologico e sulla modernità degli armamenti.

Nel tentativo di colmare questo gap, l’India è divenuto il secondo più grande importatore di armi al Mondo: tra il 2016 e il 2020, ha rappresentato il 9,5% degli acquisti dall’estero di attrezzature militari a livello globale. Nell’aviazione di Delhi sono ancora in servizio velivoli vecchi di cinque decenni – come il MiG-21 abbattuto dal Pakistan nel 2019 – e la dipendenza dagli altri Paesi andrà a pesare di più, dato il peggioramento delle catene di approvvigionamento e l’esplosione della domanda, che allungheranno notevolmente i tempi di consegna. Dal canto suo, l’aviazione cinese schiera la seconda flotta militare più grande del pianeta e procede a grandi passi verso un’industria aerospaziale indigena.

Il confronto militare fra India e Cina è tutt’altro che virtuale. Lungo i circa 3.500 chilometri di confine comune, una guerra congelata sui ghiacciai dell’Himalaya è sempre sul punto di esplodere. Pechino schiera lungo la frontiera circa 120mila uomini, ben sei volte quelli di cui poteva disporre qualche anno fa. Un numero imponente, data l’orografia del luogo. E qui la Repubblica Popolare Cinese gode di un immenso vantaggio infrastrutturale. A partire dal 2017 Pechino ha costruito o ammodernato almeno 37 aeroporti ed eliporti tra Tibet e Xinjiang, di cui almeno 22 con chiare funzioni militari. A partire dal 2020 Pechino ha rafforzato specialmente le infrastrutture più vicine al confine in condizioni climatiche estreme. Molti loro aeroporti superano i 3.000 metri di quota. In caso di conflitto, dato che sulle vette himalayane non vi sarebbe terreno per le  unità corazzate o meccanizzate, il controllo del cielo sarebbe decisivo.

L’attuale esplosiva situazione viene dopo quattro decenni di distensione, quando furono firmati quegli accordi che tutt’oggi frenano le possibilità di un’escalation, dopo la guerra del 1962 fra Cina e India sulla regione contesa dell’Aksai Chin. Sebbene la Cina avesse vinto la guerra, le truppe di Pechino si ritirarono a Nord della Linea McMahon. Si stabilì allora la frontiera tra i due colossi asiatici sull’attuale Line of Actual Control (LAC). Nel 2017 le tensioni si riaccendono nel Doklam e da lì si moltiplicano fino agli scontri nella valle del Galwann del 2020, dove tra i ghiacci dell’Himalaya soldati cinesi e indiani tornarono ad affrontarsi, con i secondi che ebbero la peggio e lasciarono sul campo almeno 20 caduti, abbandonando lembi di territorio al controllo cinese.

Sono tre le aree di frizione al confine: il Ladakh, il Doklam (Stato indiano del Sikkim) e l’Arunachal Pradesh. La prima, dove si trova la valle del Galwan, è la più importante in termini strategici. Qui l’area sotto il controllo dell’India è incuneata tra l’Aksai Chin cinese a est e il Pakistan a nord e ad ovest, ed è contigua al Kashmir indiano, dove la popolazione musulmana, pari il 95%, è da sempre insofferente verso il Governo centrale. L’esecutivo indiano di Modi a Delhi teme quindi la saldatura di interessi tra Cina e Pakistan, già uniti da fortissimi legami commerciali, che potrebbe diventare una morsa strategica, sui suoi territori del Nord.

Illustrazione in copertina © Tomasz Makowski/Shutterstock.com

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