Sudan. Difficili prove di intesa

Interrotti a Khartum i colloqui tra i rappresentanti della protesta e il Consiglio di transizione militare (Tmc). Occhi puntati anche sul negoziato col Sud

La creazione di uno Stato democratico post Bashir dopo i mesi di proteste dei sudanesi non sembra cosa di facile realizzazione. I colloqui tra i rappresentanti della protesta e il Consiglio di transizione militare (Tmc) pare che si siano interrotti dal 22 aprile. Le forze riunite nel gruppo Freedom and Change (Libertà e cambiamento), che comprende Sudan Call, cartello dei partiti di opposizione, e vari  soggetti della società civile come la Sudanese Professionals Association realtà composta da medici, avvocati e operatori, non si fidano della nuova formazione e la accusano di voler restaurare il vecchio regime a tradizione militare e islamista. La sfiducia parte dal generale Omar Zain al Abdin, il capo del Comitato politico. Il generale è infatti considerato troppo vicino al passato regime per risultare credibile.

Per poter continuare con i negoziati il responsabile per le relazioni esterne di Sudan Call, Yasir Arman, ha chiesto la rimozione di tre generali. Nessun passo indietro per i manifestanti che  mantengono alta la pressione sull’esercito tramite un sit in partecipatissimo nella capitale, di fronte alla sede delle Forze armate. E la sfiducia resta nonostante la perquisizione compiuta dai militari nell’abitazione dell’ex presidente, dove sarebbero stati trovati 7 milioni di euro, 350 mila dollari e 5 miliardi di lire sudanesi, per un valore totale di 100 milioni di euro. Somma che costerebbe l’ennesima accusa ad al Bashir, quella di  riciclaggio.

Per tutta risposta in una breve dichiarazione diffusa il 22 aprile il portavoce del Tmc, Shams al Din Kabbashi, ha ribadito l’impegno dei vertici militari per creare “un ambiente politico pieno di armonia”. Le richieste dell’opposizione sarebbero, secondo la nota, ” allo studio insieme ad altre proposte elaborate dai vari gruppi politici” e che i risultati di questo processo saranno consegnati ad un comitato che includerà i rappresentanti delle forze politiche e sociali e dei gruppi armati, in modo da “stabilire i termini e le condizioni della selezione, definire compiti, i poteri e le autorità per poi scegliere il primo ministro, il governo civile e il Consiglio legislativo di transizione”.

Nel frattempo, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato aiuti al Sudan per 3 miliardi di dollari. Anche l’Unione Africana è intervenuta sul caso imponendo un ultimatum alle autorità militari del Sudan per trasferire rapidamente il potere ad un governo civile entro 15 giorni, pena la sospensione dall’organismo regionale. Il Consiglio, secondo la dichiarazione emessa, “applicherà automaticamente l’articolo 7 del suo Protocollo, che prevede la sospensione della partecipazione del Sudan a tutte le attività dell’Ua fino al ripristino dell’ordine costituzionale”.

Un altro nodo fondamentale è quello rappresentato dallo stesso Bashir. Da dieci anni l’ex leader è ricercato dal Tribunale penale internazionale e, nonostante il colpo di stato, potrebbe continuare ad esserlo. Le nuove autorità sudanesi paiono infatti non  disposte a estradarlo e l’hanno trasferito nella prigione di massima sicurezza di Kobar, alla periferia della capitale Khartoum. Il Tribunale penale internazionale aveva emesso due mandati di cattura il 4 marzo 2009 e il 12 luglio 2010 per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio nel contesto del conflitto del Darfur.

Il numero dei morti nel conflitto si aggirerebbe intorno al mezzo milione. Conflitto che si è macchiato di una serie di nefandezze: stupri di massa, torture, saccheggi, devastazioni, incendi dei villaggi, il trasferimento forzato di civili. Come se non bastasse nel 2016 la ong Amnesty International nel 2016 aveva denunciato l’uso di armi chimiche nella zona del Jebel Marra. Le accuse contro al-Bashir comprendono i crimini di diritto internazionale commessi dalle forze armate sudanesi, dalle milizie paramilitari chiamate janjawid, dalla polizia e dai servizi segreti. Secondo il Tribunale penale internazionale c’erano buoni motivi per ritenere che al-Bashir abbia svolto “un ruolo essenziale” nell’organizzare le attività di questi gruppi. L’accusa è anche quella di genocidio commesso contro i gruppi etnici fur, masalit e zaghawa. Al Bashir è finora scampato all’arresto nonostante abbia viaggiato anche in Paesi che hanno sottoscritto lo Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale. Tra i Paesi da lui toccati in questi anni ci sono Sudafrica, Uganda, Kenya, Chad, Malawi, Repubblica Centrafricana, Egitto, Giordania e Libia.

Oltre che al Sudan gli occhi devono restare puntati anche sul Sudan del Sud. La destituzione di Bashir può infatti avere delle ripercussioni sul Paese martoriato da una lunga e feroce guerra. Secondo gli osservatori, infatti,  l’accordo (Revitalised Agreement on the Resolution of Conflict in South Sudan) firmato il 12 settembre ad Addis Abeba dal Presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, e dal leader ribelle, l’ex Vice Presidente Riek Machar, ha avuto come massimi sponsor il Presidente dell’Uganda Yoweri Museveni e da quello del Sudan, Bashir. Pare infatti che proprio Bashir abbia convinto le parti a firmare, arrivando di persona a Juba. Per il Sudan l’interesse principale riguarda il petrolio, visto la produzione è potuta ripartire dopo gli accordi di pace. C’è quindi da chiedersi come il nuovo governo sudanese si porrà di fronte alla questione del vicino interessato da una pace poco reale e sempre più in bilico. Dopo la destituzione di Bashir il presidente sud sudanese Salva Kiir si è offerto di contribuire a mediare nella transizione politica e si è detto pronto a sostenere le “aspirazioni democratiche” del Paese.

Una mano tesa verso Bashir è arrivata poi dal governo dell’Uganda che aveva avanzato la possibilità di concedere asilo al vecchio leader. “Se Bashir chiederà asilo in Uganda, la questione potrà essere presa in considerazione dal presidente dell’Uganda”, ha detto il ministro di Stato per la cooperazione regionale, Okello Oryem. A Bashir l’Uganda riconosce infatti lo sforzo compiuto in Sudan del Sud. “Il presidente Omar Bashir è stato co-garante dell’accordo di pace in Sud Sudan, ha svolto un ruolo molto importante per il quale siamo molto grati e il suo asilo in Uganda è un qualcosa che possiamo considerare”.

(Red/Al. Pi.)

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