Gli interessi dietro il giallo del Golfo

Marina Forti analizza la cornice delle esplosioni nello stretto di Hormuz: "Nessuno ha fornito vere prove del coinvolgimento di Teheran".

di Alice Pistolesi

Per due volte a distanza di poche settimane alcune petroliere sono state coinvolte in attacchi incendiari nel Golfo dell’Oman. Le ultime due coinvolte nell’attacco di ieri, giovedì 13 giugno, sono la norvegese Front Altair di proprietà della società Frontline, battente bandiera delle isole Marshall che trasportava un carico di etanolo dal Qatar a Taiwan e la Kokuka Courageous della società giapponese Kokuka Sangyo, battente bandiera di Panama, che trasportava metanolo da Singapore all’Arabia Saudita.

In entrambi i casi gli Stati Uniti hanno rivolto pesanti accuse all’Iran, giudicato responsabile degli attacchi. Per vederci più chiaro e cercare di dipanare alcuni nodi questa complicata matassa abbiamo rivolto alcune domande a Marina Forti, giornalista, attenta osservatrice dell’area e da anni collaboratrice dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo.

Marina Forti

Ci sono effettivamente elementi per accusare l’Iran?

Da quello che sappiamo, il segretario di stato americano Mike Pompeo ha accusato l’Iran di questo attacco senza portare vere e proprie prove. Gli Usa, con Pompeo, si stanno appellando ad una dichiarazione. Qualche mese fa un funzionario iraniano, aveva minacciato di bloccare lo stretto di Hormuz se la strategia della “massima pressione” annunciata dagli Usa nei confronti del Paese non si fosse fermata. Pompeo dice che l’Iran sta mettendo in pratica quanto detto. Durante la conferenza stampa, però, Pompeo non ha risposto alle domande e non ha portato prove. Le stesse accuse erano arrivate all’Iran il mese scorso, in occasione di un altro attacco simile ad alcune petroliere. Anche in quel caso, comunque, Pompeo non aveva riportato prove a sostegno dell’accusa.

Il video diffuso dagli Stati Uniti (qui dal sito della Bbc) che dimostrerebbe la colpa dell’Iran che starebbe disinnescando una mina inesplosa. E’ smentito anche dai marinai: le navi furono infatti colpite dall’aria non da ordigni marini

Perché, secondo lei, l’Iran dovrebbe avere interesse a compiere atti ostili nel Golfo in questo momento?

L’Iran ha respinto con forza le accuse, come ovvio. E in effetti è difficile vedere quale interesse avrebbe a compiere simili atti ostili. L’Iran sa di avere tutti i fucili puntati contro, non solo in senso metaforico, e sa che se offrisse anche solo un appiglio per una ritorsione, anche sul piano militare, l’occasione verrebbe colta al volo. Non hanno quindi interesse ad aumentare ulteriormente l’attenzione su di loro. Bisogna anche considerare che l’attacco di è verificato mentre era in corso a Teheran la visita istituzionale del premier giapponese Shinzō Abe.

Il premier era arrivato nel Paese dopo aver incontrato il presidente degli Stati uniti Donald Trump con l’obiettivo dichiarato di mediare tra le due istanze. Sarebbe stato un gesto davvero ostile attaccare una petroliera, tra l’altro appartenente ad una società giapponese, proprio mentre Abe era presente. A proposito, pare che Abe nel suo colloquio con l’ayatollah Ali Khamenei, il Leader supremo (quindi prima autorità dello stato) abbia riferito il messaggio che gli Usa non cercano il regime change, ovvero di ribaltare il regime iraniano. Su questo però l’amministrazione Usa ha mandato segnali contraddittori: ad esempio il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton ha più volte dichiarato che il suo obiettivo è proprio cambiare il regime.

In ogni caso, Khamenei ha risposto ad Abe che non si può parlare con qualcuno che non rispetta gli accordi. Il riferimento qui è l’accordo sul nucleare. L’Iran ha negoziato per cinque anni con le potenze mondiali, inclusi gli Stati Uniti, e ha raggiunto un risultato, ma gli Stati uniti non lo hanno rispettato. Sembra che l’ayatollah Khamenei abbia risposto a Abe che il problema non è il regime change, e che gli Usa sanno di non poter affossare il sistema della Repubblica islamica, altrimenti lo avrebbero già fatto da tempo.

Le relazioni, anche verbali, tra Stati Uniti e Iran sono state quantomeno ondivaghe negli ultimi tempi. Cosa ne pensa?

Certamente. Un esempio su tutti sono le dodici condizioni date da Pompeo all’Iran un anno fa, quando gli Usa si sono ritirati dal programma nucleare. Erano condizioni durissime, che sembravano chiedere una resa incondizionata. Al contrario il 3 giugno 2019 lo stesso segretario di Stato Usa ha invitato l’Iran a un dialogo senza alcuna condizione previa. Oggi, Trump dice che Teheran rappresenta una minaccia inaccettabile e che ogni dialogo è da escludere. Tralasciando le dichiarazioni, comunque, il fatto tangibile sono le sanzioni economiche sempre più pesanti.

Su questa tensione quanto incide il ritiro degli Usa dall’accordo nucleare?

Molto. Nei giorni scorsi gli Usa hanno minacciato di sanzionare anche il meccanismo studiato dall’Europa per cercare di mantenere aperti i canali commerciali con l’Iran nonostante le sanzioni Usa. Le sanzioni sono infatti accompagnate da sanzioni secondarie che coinvolgono altri paesi. Il paradosso è che le sanzioni di oggi, benché siano una misura unilaterale degli Stati uniti, sembrano avere un effetto ancora più pesante di quelle in vigore prima dell’accordo sul nucleare, che invece coinvolgevano anche le nazioni occidentali e le intere Nazioni Unite.

Questo perché gli Stati Uniti stanno sanzionando anche gli strumenti studiati dall’Ue per evitare di usare dollari nelle transazioni e per mettere in pratica forme di scambio non economico, ‘barattando’ per esempio il petrolio con altri prodotti da importare. Da notare tra l’altro che per l’Iran ora ogni transazione commerciale o ogni esportazione costa molto di più, perché bisogna includere il costo delle intermediazioni.

Cosa stanno comportando le sanzioni in Iran e quali sono gli sviluppi?

Prima del ritiro ufficiale degli Stati Uniti sapevamo che l’accordo era già pericolante, e tardava a dare i frutti attesi dagli iraniani in termini di benefici economici. Un elemento importante da sottolineare è che l’Iran ha sempre rispettato la sua parte dell’accordo e ha continuato a farlo anche dopo il ritiro Usa L’ultima rilevazione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica riporta che la produzione di uranio è sensibilmente aumentata, ma che comunque non eccede le quantità previste dall’accordo. Come a dire: volendo possiamo riprendere a produrre quando vogliamo, ma non lo stiamo facendo. Quanto agli sviluppi futuri, siamo in una situazione molto pericolosa e imprevedibile.

Uno dei pericoli più grandi, a mio avviso, è che una delle potenze coinvolte, come gli Usa o, perché no, Israele decida che è il momento di bombardare l’Iran o compiere raid militari per colpire le installazioni atomiche. Questo innescherebbe reazioni molto gravi e una pericolosa spirale di guerra. Fino ad ora l’Iran ha risposto tutto sommato in maniera moderata: ha continuato ad applicare l’accordo, anche quando non era scontato che lo facesse e ha chiesto agli altri partner di impegnarsi a garantire benefici commerciali.

Se l’Iran non avrebbe interesse a provocare un conflitto nell’area, chi potrebbe averlo?

In molti potrebbero avere interessi a vedere un Iran ridimensionato. Tra questi c’è sicuramente l’Arabia Saudita. Con le guerre scaturite dall’11 settembre 2001 e dopo la caduta di Saddam Hussein, l’Iran ha acquistato molta influenza nella Regione.

L’Iraq da nemico acerrimo si è trasformato in un partner politico commerciale. Anche con l’Afghanistan dei Taleban gli iraniani avevano non pochi problemi, tanto da aver rischiato lo scontro armato. Quando era iniziata la guerra in Afghanistan nel 2001, l’Iran aveva collaborato con gli Usa fornendo a Washington mappe aggiornate sugli obiettivi militari. Naturalmente non sono stati ripagati per questa collaborazione, anzi l’allora presidente George W. Bush, definì il Paese come parte di un “asse del male”.

Negli ultimi tre anni, poi, la campagna contro Daesh ha ampliato la presenza di milizie iraniane in Siria e Iraq. Le milizie sono state considerate fondamentali nel bloccare l’avanzata del sedicente Stato Islamico. Se per molti, infatti, la coalizione contro Daesh è stata solo una facciata politica, per l’Iran ha significato un impegno militare molto forte. Ovviamente la presenza di uomini iraniani in armi ha provocato non poche polemiche, il rafforzamento dell’Iran allarma l’Arabia e alleati e i Paesi del Golfo.

L’accusa generale che i Paesi della regione muovono all’Iran è quella di fare politica di potenza nell’area. L’Iran difende i propri interessi, certo, proprio come ogni altro paese. Dal canto suo, risponde alle accuse dicendo che sono duecento anni che non attacca un Paese vicino, ma che è invece sempre stato attaccato. Subito dopo l’attacco di ieri, anche il ministro degli esteri svedese ha dichiarato che forse, prima di accusare l’Iran, dovremmo chiederci se ci siano altri attori statali e non ad avere interesse a provocare una guerra tra Usa e Iran.

Come si comporterebbe l’Iran in caso di guerra?

L’Iran ha molti problemi di politica interna, il governo moderato del presidente Hassan Rohani è sicuramente uscito indebolito dalla vicenda dell’accordo sul nucleare, che invece ha ridato forza alle correnti oltranziste. Sicuramente si può dire che la politica di massima pressione degli Usa non ha favorito chi vorrebbe democrazia in Iran.

L’Iran è un paese con dinamiche politiche interne e con gravi problemi acutizzati dalla crisi economica provocata dalle sanzioni, ma anche da problemi interni come mancanza di investimenti, fuga di capitali, o corruzione. Nell’ultimo anno ci sono stati molti conflitti sociali, oltre a problemi ambientali causati dalla siccità prima e da violente alluvioni poi.

Nonostante tutto questo sono certa che in caso di attacco esterno il Paese si ricompatterebbe. Gli iraniani non vorrebbero certo finire come la Siria, un paese dilaniato. Le Guardie della rivoluzione, inserite nella lista delle organizzazioni terroriste da Trump il mese scorso, sono pur sempre le forze armate del paese. Dopo le alluvioni sono intervenute con funzione di protezione civile. Certamente sono anche una forza di controllo politico e sociale, e un potere economico. Ma in caso di attacco esterno, sarebbero l’unica istituzione in grado di prendere in mano ordine e sicurezza.

*In copertina la foto tratta dall’account twitter dell’Agenzia di stampa IribnewsFa

Tags:

Ads

You May Also Like

Il Brasile di Temer non teme la crisi

di Ilario Pedrini Il sistema è corrotto ma funziona. Non è la difesa di ...

Il dramma di Sulawesi

La catastrofe  che si è abbattuta sull'Indonesia orientale è il simbolo dei tanti disastri naturali del pianeta. Ma la vicenda di Palu ricorda una storia di dolore dovuta anche all'uomo

di Emanuele Giordana L’immagine dall’alto pubblicata ieri dall’emittente del Qatar Al Jazeera mostra un ...

La Palestine Youth Orchestra, una orchestra che si fa nazione

    Si è conclusa ieri a Ravello la tournée che ha portato per ...