Guaidò promette la spallata finale e Maduro

Mentre in Venezuela scarseggia anche l’acqua, gli Usa inaspriscono l’embargo, bloccano il petrolio diretto a Cuba e chiedono alla Russia di ritirare le sue truppe. L’opposizione lancia una nuova campagna per destituire il presidente con la protesta popolare

di Maurizio Sacchi

Il leader dell’opposizione venezuelana Juan Guaidó ha lanciato questo sabato quella che ha definito la “fase definitiva” del suo piano per la caduta del presidente Nicolás Maduro e ha organizzato nuove manifestazioni per il 10 aprile in tutto il Paese. Guaidó ha spiegato davanti a migliaia di sostenitori che questa “fase finale”, che è parte di ciò che viene chiamato “Operazione Libertà”, cerca di organizzare i suoi sostenitori i tutti i centri abitati del Venezuela, per aumentare la pressione della piazza contro Maduro.

Guaidò ha chiamato all’istituzione di “commandos di soccorso e libertà” in tutto il Venezuela, per mantenere la gente mobilitata e informata sulle azioni imminenti, e ha detto che 2.000 commandos sono già operativi in tutto il Paese. Ha convocato per oggi,, i dipendenti pubblici al Parlamento, per sostenere questa nuova offensiva. Ha anche annunciato che in Venezuela ci sarà un “incontro mondiale” di leader per affrontare “l’emergenza umanitaria” e cercare possibili soluzioni, ma non ha offerto ulteriori dettagli.

Intanto gli Usa hanno aggiunto due compagnie del settore petrolifero e 34 navi alla lista di sanzioni già in atto, in seguito a una nota del Dipartimento del tesoro americano: le compagnie e le navi vengono utilizzate per spedire carburante a Cuba e “aiutano a sostenere il governo Maduro”. Sui siti vicini all’opposizione, si fa un collegamento diretto fra le forniture petrolifere e la presenza dell’intelligence cubana in Venezuela, il cosidetto “G2”, che ha sventato vari tentativi di golpe, che verrebbe finanziato “derubando il popolo venezuelano delle sue risorse”.

Anche fra Russia e Usa la tensione si accresce: il segretario di Stato Pompeo ha protestato in una conversazione telefonica con il ministro degli esteri Sergei Lavrov, per la crescente presenza militare di Mosca in Venezuela. “ Gli Stati uniti, e le altre nazioni dell’area, non assisteranno passivamente al crescere della presenza militare russa, che esacerba le sofferenze del popolo venezuelano”. La risposta russa è stata secca : “le truppe statunitensi si trovano in molte parti del mondo, e a loro nessuno sta dicendo dove dovrebbero o non dovrebbero essere.” In altre parole, il Cremlino mette in discussione la “dottrina Monroe”, espressa ormai 200 anni fa dall’omonimo presidente americano, e che si riassume nel motto “l’America agli americani”: un monito alle potenze colonialiste europee, ma anche la dichiarazione di una egemonia continentale intangibile. Gli accordi di Yalta fra Urss e Usa prolungarono di fatto questo tacito accordo per tutta la Guerra fredda.

In questo clima, un negoziato per nuove elezioni, con monitoraggio di una commissione neutrale, sembra al momento sfumato. La Russia ha già dichiarato che gli aiuti militari al Venezuela rientrano in un programma complessivo di cooperazione tecnico-economica, e che proseguiranno come previsto. E il solo Nicolàs Maduro continua a sostenere questa opzione. Mentre opposizione e Usa non vedono altra possibilità di una resa senza condizioni. La ragione di tanta rigidità è da cercare nei contratti petroliferi già firmati con Russia e Cina: solo la dichiarazione di illegittimità del governo Maduro può annullarli, riaprendo la trattativa con le multinazionali, e rendendo appetibile per gli investitori internazionali un piano per la ricostruzione della disastrata economia e infrastruttura venezuelana.

Intanto in Venezuela, comincia a scarseggiare anche l’acqua. Dopo aver ripristinato la distribuzione dell’energia elettrica, il governo la ha subito dovuta razionare, causando in molte situazioni anche il blocco delle pompe necessarie per il rifornimento d’acqua. Mentre le due parti si rimbalzano l’accusa di giocare sulle sofferenze del popolo venezuelano, l’una premendo per la rinuncia di Maduro, l’altra puntando il dito sull’embargo e sui reali interessi dgli Usa, tra le grandi potenze si assiste a un braccio di ferro diplomatico, giocato pericolosamente ai confini dello scontro armato. E, dalla loro parte, di un dialogo costruttivo per uscire dalla crisi non si vede traccia.

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