I droni, nuovo fronte dei ribelli birmani

Acquistati sul mercato o auto-costruiti questi piccoli velivoli senza pilota stanno cambiando il corso della guerra nel Myanmar

di Alessandro De Pascale

Di ritorno dal Chin State (Myanmar) – “Ormai usiamo droni nella parte maggior delle nostre operazioni”, ci confermano dal centro di addestramento di Camp Victoria, la struttura militare forse più grande ed estesa del Chin National Army (CNA), l’esercito di uno dei maggiori gruppi etnici armati che si oppongono alla giunta golpista birmana. Siamo nel vasto Stato Chin, nel Myanmar nord-occidentale, al confine con l’India. Anche qui le forze ribelli che da tre anni si oppongono alla giunta militare che il 1° febbraio del 2021 ha preso il potere con un colpo di Stato usano piccoli velivoli senza pilota (acquistati sul mercato o auto-costruiti) per “correggere uno squilibrio”.

In Myanmar i golpisti hanno attualmente perso il controllo di oltre il 50% del territorio. Ma Tatmadaw, l’esercito regolare birmano che è il secondo più grande del Sud-est asiatico, può contare su una vasta aviazione, dotata di aerei da combattimento ed elicotteri. Con i quali terrorizza la popolazione, bombardando centri abitati e villaggi, i quali dopo i raid che hanno già ucciso migliaia di persone diventano città fantasma. Un’aviazione ben equipaggiata ma costosa. La quale, oltre all’adeguata formazione del personale, per restare operativa richiede continua manutenzione, pezzi di ricambio e armamenti. Il ricorso ad economici e versatili droni da parte dei ribelli, come in tutti i conflitti del nostro tempo, anche in Myanmar sta invece cambiando il corso della guerra. “All’inizio non eravamo in grado di utilizzarli”, ha ammesso Ram Kulh Cung, assistente del segretario generale del CNA. “Nei primi 12 mesi abbiamo mancato la maggior parte degli obiettivi”, ma ora quei droni “sono la nostra forza aerea”.

Il dipartimento dedicato ai velivoli senza pilota del Chin National Army è stato creato oltre un anno fa. Attualmente è formato da giovani che pilotavano a livello hobbistico droni commerciali già prima del colpo di Stato avvenuto tre anni fa. “Questi apparecchi sono la chiave del nostro successo”, continua l’assistente del segretario generale del CNA. “Gli attacchi con i droni in nostro possesso, effettuati dopo mesi di pianificazione e addestramento, vengono compiuti da operatori che li controllano nascosti nella foresta”, rivela ancora Ram Kulh Cung del Chin National Army. A seconda del velivolo adoperato, chi comanda a distanza l’apparecchio in questione può farlo da poche centinaia di metri, fino a un chilometro di distanza dall’obiettivo. “I soldati della giunta sono molto spaventati dai questi raid. Quando vedono i droni avvicinarsi, corrono ai ripari terrorizzati”.

Tatmadaw sta subendo “pesanti attacchi da parte di un numero significativo di ribelli armati”, ha ammesso il portavoce della giunta militare del Myanmar, Zaw Min Tun, il 15 novembre 2023. Sono i primi effetti sul terreno della massiccia e sistematica campagna, tuttora in corso nello Stato Shan a nord (ai confini con Cina, Laos e Thailandia), in quello Kayah a est (con la Thailandia) e nello Stato Rakhine a ovest (Bangladesh), denominata Operazione 1027. A lanciarla contro i golpisti nel precedente mese di ottobre, la Brotherhood Alliance, formata da tre gruppi ribelli: l’Arakan Army (AA), la Myanmar National Democratic Alliance Army (MNDAA) e il Ta’ang National Liberation Army (TNLA). A loro è stato ad esempio attribuito l’attacco con droni di novembre nella cittadina di Muse, al confine nord-orientale con la Cina, in seguito al quale i golpisti hanno perso oltre 250 camion di rifornimenti. Ma, soprattutto, hanno avuto la conferma definitiva dell’efficacia di questi piccoli velivoli senza pilota, facili da reperire, in mano ai ribelli.

A seconda del Paese confinante più vicino, le formazioni ribelli acquistano questi droni sul normale mercato commerciale in Cina (nazioni le cui aziende sono ai primi 20 posti nella classifica dei produttori di droni commerciali) e in India. Oppure, in alternativa, li auto-costruiscono. Nel Karenni Nationalities Defense Force (KNDF), formazione ribelle dello Stato Kayah al confine con la Thailandia, se li fanno direttamente ‘in casa’: il telaio del drone, spesso ad ala fissa (quindi del tutto simile ad un piccolo aereo), viene realizzato grazie alle stampanti 3D e poi ricoperto di fibra di vetro. Il resto dei componenti necessari è invece acquistato sul mercato (anche online e da Paesi occidentali). Per realizzarli si ispirano a velivoli senza pilota esistenti o ricorrono ai numerosi progetti presenti nel deep web (quello dei siti non visibili tramite i motori di ricerca) o nel dark web (quelli nascosti, accessibili solo conoscendo l’apposito indirizzo e tramite browser dedicati).

Auto-costruire un drone “costa attorno ai 5.000 dollari”. Poco meno di quanto serve per acquistare liberamente sul mercato un velivolo senza pilota a sei eliche in grado di trasportare fino a 6 chili di peso. Droni simili ad esempio a quelli utilizzati da alcune note aziende di commercio elettronico o di consegne nelle nazioni o nelle città nelle quali tale modalità è stata autorizzata dalle autorità preposte. La differenza fondamentale, nel caso dei ribelli birmani, è che appeso sotto al drone non c’è un pacco postale, ma un ordigno con diversi chili di esplosivo dentro da sganciare sull’obiettivo. Sempre online, anche in questo caso, sono presenti numerosi manuali su come armare un normale drone liberamente in commercio. Alcuni di questi sono firmati ISIL: lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, l’organizzazione terroristica paramilitare internazionale e integralista islamica, fondata nel 2013 da Abu Musab al-Zarqawi e Abu Bakr al-Baghdadi.

Nella foto in copertina, un villaggio bombardato dalla giunta militare nello Stato Chin, in Myanmar © Alessandro De Pascale

Nel testo: mappa della divisione amministrativa del Myanmar

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