I prossimi passi del movimento per la pace

Accanto alla Marcia Perugia Assisi i prossimi obiettivi di chi è contro le guerra e cerca a ogni costo una soluzione che non preveda l'uso delle armi

di Emanuele Giordana

A qualche giorno dalla Marcia straordinaria Perugia Assisi si può trarre un primo bilancio della vitalità di un movimento che non crede alla logica della guerra. Ma se quel movimento si limitasse a marciare, per quanto significativa sia stata la giornata di domenica con decine di migliaia di marciatori di ogni età ed estrazione, sarebbe facile per i detrattori dire che qualche chilometro a piedi non serve a nulla. Bisognerebbe dunque spiegare a chi deride coloro che si danno da fare per uscire dalla logica che impone di rispondere guerra a guerra che quel movimento continua muoversi. Andrà oltre una marcia – che è stato dopo anni di difficoltà anche un forte momento di unità del movimento per la pace – proprio perché l’anima di quei marciatori non si ferma ad Assisi, solo uno dei tanti momenti che cercano di costruire un’altra logica.

StoptheWarNow è una sigla che i lettori de l’Atlante delle guerre conoscono dalla marcia di Leopoli di un mese fa, quando un convoglio di oltre 60 mezzi si è recato nella città più occidentale dell’Ucraina con un messaggio di pace, aiuti umanitari e la capacità di raccogliere e portare in Italia 300 persone in grave difficoltà che non avevano altri mezzi per mettersi al sicuro. Una marcia a cui non è stata dedicata molta attenzione. Questa sigla, che raccoglie circa 150 diverse associazioni religiose e laiche, e che si deve soprattutto all’iniziativa dell’Associazione cattolica papa Giovanni XXIIImo, è però andata avanti e nei giorni scorsi si è incontrata per formulare un nuovo piano di iniziative.

Il programma lo spiega Gianpiero Cofano di APG23 al telefono da Zagabria: “Abbiamo scritto all’ambasciata russa a Roma offrendoci di aprire un corridoio umanitario a Mariupol anche con mezzi nostri. Ma non sarebbe questo un caso unico: abbiamo intenzione di aprire in Ucraina tre presenza fisse – a Leopoli, Kiev ed Odessa – e organizzare tre carovane umanitarie come accaduto per Leopoli. Le necessità sono in aumento e, se è pur vero che c’è un fenomeno di rientro di alcuni, i tanti in seria difficoltà – perché non hanno soldi o parenti all’estero – continuano ad aver bisogno di un’evacuazione. Inoltre riteniamo che sia importante esserci: con una presenza fisica che gli ucraini ci stanno dimostrando di apprezzare”. E ancora. Il movimento attorno a StoptheWarNow ha preparato un testo anche in cirillico, che sarà diffuso oggi, che si rivolge direttamente alla popolazione russa perché faccia il possibile per fermare la guerra. Un testo che sarà diffuso su tutte le piattaforme ma anche appeso ai balconi dei municipi di molti Comuni che già si son resi disponibili. Mentre si raccolgono i nomi per le missioni umanitarie a Kiev, Leopoli e Odessa – ciascuna di circa 50 volontari – StoptheWarNow non ha inoltre abbandonato l’idea di recarsi a Mosca con una missione che cerchi di incontrare i vertici del Cremlino mentre si va allargando una rete a livello europeo di quella che per ora è stata soprattutto un’iniziativa italiana.

A chi è convinto che si possa costruire un altro percorso che non quello, assai meno faticoso, dell’invio di armi, tutto ciò suona come l’indicazione non solo di una capacità di iniziativa del movimento per la pace ma la spiegazione più che evidente della forza delle iniziative dal basso cui ognuno può contribuire anche con un piccolo gesto. A chi invece ritiene inutili e addirittura dannose le azioni dei pacifisti sembrerà tutt’al più una pezza sui disastri della guerra. Ma la Storia sembra insegnarci che senza un’attività dal basso, senza la gente nelle strade, senza la pressione di migliaia di giovani e meno giovani con le bandiere arcobaleno, i vertici non si muovono. Dovrebbe avercelo insegnato le piazze che ci levarono dal pantano iracheno o la spinta, ancora una volta dal basso, che ha fatto finalmente battere un colpo alle Nazioni Unite, praticamente assenti in due mesi di conflitto. La “neutralità attiva” dei pacifisti non è l’osservazione asettica di un conflitto ma la coscienza della bestialità della guerra da qualunque parte la si guardi. E chi critica il movimento per la pace, sostenendo che si ammanta di un’equidistanza pelosa, avrebbe dovuto andare domenica alla Perugia Assisi. Tra le bandiere arcobaleno, quelle rosse dell’Anpi, i gonfaloni dei Comuni, gli striscioni delle singole associazioni, campeggiava una lunga bandiera ucraina a significare che è ben chiaro chi sono gli aggressori e chi è l’aggredito. Ma il punto resta un altro.

Lottare per affermare un principio di pace significa continuare a lavorarci per costruire una cultura della pace. E una cultura della pace guarda in faccia soprattutto le vittime e il loro dolore, ripromettendosi che tutto questo non accada mai più. Perché la guerra non sia più l’ultima opzione ma un’opzione da non prendere mai più in considerazione. Un’opzione da ripudiare, come scrissero i padri costituenti dopo la Seconda guerra mondiale quando il mondo sembrava aver capito che quell’olocausto non si sarebbe mai più dovuto ripetere.

Questo articolo è uscito anche su ilmanifesto e Lettera22

In copertina un momento della manifestazione in cui sfila la bandiera dell’Ucraina. Nel testo lo striscione principale

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