Il dramma del Sudan

I morti salgono a 165. E milioni  sono i profughi

di Raffaele Crocco

Confusione: il termine corretto sarebbe questo se non fosse eccessivamente blando per raccontare il dramma di milioni di persone. Il golpe militare in Sudan dello scorso 25 ottobre sta destabilizzando una grande parte dell’Africa, facendo precipitare a sud, cioè verso il Sudan del Sud e l’Uganda le conseguenze delle violenze.

Ovvio: a rimetterci davvero sono i sudanesi, già provati da anni di incertezza e di crisi economica. Il Paese è in ginocchio da ben prima della caduta dell’ex dittatore Omar al Bashir, spodestato nell’aprile del 2019. Il colpo di stato di ottobre ha messo fine ad ogni tentativo – per altro fallito – di mettere in piedi una qualche forma di democrazia e di ridare slancio ad una economia soffocata dalla corruzione e dalla mancanza di imprese.

In queste settimane, dopo il colpo di mano del 25 ottobre, in tutto il Paese sono continuate le proteste di chi chiede il ritorno a un governo guidato da civili. Erano decine di migliaia le persone che hanno partecipato alla mobilitazione del 30 ottobre a Khartoum, la capitale. La protesta è stata, in contemporanea, in altre città. La reazione delle forze dell’ordine è stata violentissima. Almeno tre persone sono morte, facendo salire il totale – dal 25 ottobre – a tredici morti e 165 feriti. Gli osservatori scrivono che “le misure adottate dalla giunta militare mostrano la confusione al suo interno, rispetto al movimento di protesta”. E’ l’opinione del quotidiano panarabo Al Quds al Arabi. I golpisti starebbero tentando si ammansire i contestatori facendo alcune concessioni. Ad esempio, hanno liberato il primo ministro Abdallah Hamdok, arrestato al momento della presa di potere dei militari. Subito dopo averlo liberato, però, lo hanno messo agli arresti domiciliari.

In realtà, il generale Abdel Fattah al Burhan nuovo leader delConsiglio sovrano di transizione ha già sostituito gran parte dei propri ministri. In più ha messo le mani sull’economia sudanese, nominando a capo delle principali cinque banche suoi stretti collaboratori.

Nel frattempo, lo scorso 7 novembre almeno 87 insegnanti sono stati arrestati, dopo aver partecipato ad un sit-in di protesta per le nuove nomine ai vertici del ministero dell’istruzione e il 9 novembre, un tribunale ha ordinato alle aziende di telecomunicazioni Zain, Sudani e Mtn di sbloccare l’accesso a internet, perché è dal golpe che tutto è silente. Una richiesta caduta nel vuoto.

Insomma, il Consiglio sovrano di transizione, nato dopo la caduta dell’ex dittatore al Bashir, ora è in mano ai militari. Avrebbe dovuto cercare la legittimazione nelle elezioni previste per il 2023. In questi anni, però, i generali non hanno mai dato l’idea di voler davvero cedere il potere ai civili e le tensioni sono cresciute, mese dopo mese, sino al golpe.

Gli osservatori dicono che le conseguenze in quella zona dell’Africa potrebbero essere pesanti. I rapporti del Sudan con i vicini sono complessi. Con l’Etiopia, in queste settimane alle prese con la guerra del Tigray, il contenzioso è aperto per l’uso delle acque del Nilo, legate alla Grande Diga del Rinascimento costruita da Addis Abeba. Khartoum è da sempre contraria alla diga, per paura di rimanere a corto d’acqua. I militari al potere potrebbero approfittare dell’attuale debolezza etiope per un colpo di mano.

Anche i rapporti con l’Egitto restano complessi e c’è la grande rivalità con il Sudan del Sud, ormai devastato dalla crisi interna, ma Stato che è diventato indipendente staccandosi da Khartoum, portandosi via tutti i pozzi di petrolio. Una ricchezza questa, che ora farebbe comodo alle vuote casse statali sudanesi.

Insomma, il rischio di una crisi a catena è concreto, dicono gli osservatori. E la crisi finirebbe inevitabilmente per coinvolgere l’Uganda, già “paese rifugio” per milioni di sud sudanesi in fuga. La pressione militare, partendo da Nord, potrebbe spingere nuovi profughi nella zona del West Nile. Nelle ultime settimane, la ripresa dei combattimenti nella Repubblica Democratica del Congo ha già fatto affluire, nel distretto di Kisoro, nel sud ovest, migliaia di persone in fuga. Lo ha denunciato l’Unhcr, l’Agenzia delle nazioni Unite per i profughi e rifugiati, spiegando che come sempre l’Uganda ha fatto tutto quello che poteva e doveva per accoglierli. Il rischio, però, è che Kampala, lasciata sola, non abbia risorse sufficienti per far fronte a nuovi, futuri arrivi. Il fantasma della crisi sudanese anche per questa ragione fa paura a molti in Africa.

 

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