Il mercoledi di sangue del Myanmar

I golpisti birmani ripetono la strage di domenica. Almeno 38 i morti. Oltre 60 dal 1 febbraio, giorno del colpo di Stato

di Emanuele Giordana

Mentre il Myanmar entra nella quarta giornata di protesta dopo la domenica di sangue del 28 febbraio, la giornata di ieri si trasforma in un mercoledi di sangue che supera per numeri quella maledetta bloody sunday. Il giorno peggiore a poco piu’ di un mese dal golpe. Cosi che quei numeri rimbalzati per tutta la giornata – otto, nove, ventidue – salgono, dicono le nostre fonti, ad almeno 24 vittime accertate che, in serata, diventano – scrive il quotidiano birmano Irrawaddy – 28 ma poi le Nazioni Unite dicono 38. Le fonti locali ci dicono ancora che potrebbe essere un bilancio in realtà molto per difetto. Non potendo confermare il numero dei morti la macabra aritmetica si ferma a 38 ma fa intanto lievitare – secondo i nostri calcoli – a ben oltre 60 le vittime a un mese dal colpo di stato del 1 febbraio. Una tattica stragista.

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La relazione quotidiana di AAPP scrive che al 3 marzo “un totale di (1498) persone sono state arrestate, accusate o condannate in relazione al colpo di stato militare del 1 febbraio. Di loro, (4) sono state condannate; (2) a due anni di reclusione, (1) a tre mesi e (1) a sette giorni (61) sono accusati con un mandato e stanno evadendo l’arresto, (306) sono stati rilasciati. Un totale di (1192) sono ancora in stato di detenzione o hanno accuse in sospeso o evasione dell’arresto, inclusi i (4) condannati. Fino ad ora, più di (50) persone sono state uccise a causa delle repressioni violente e arbitrarie”.

L’epicentro delle violenze di ieri si accende nel Nord Okkalapa (Myauk Okkalapa) – quartiere orientale di Yangon – che vede scontri per tutta la giornata fino che attorno alle 5 e mezzo del pomeriggio parte il fuoco con armi automatiche, finora sembra mai usate. E’ una mattanza: Voice of Myanmar conta 13 vittime e almeno una cinquantina di feriti. Incidenti sono segnalati un po’ ovunque nell’ex capitale: nella downtown, al Railway Bridge, a Kyoegone (Insein) a ancora a Tamwe, residenza del presidente in carcere Win Myant. Ma tutto il Paese brucia: Monywa, Mandalay, Myingyan, Magway, Myawaddy (c’è chi fa notare questa ricorrenza della M riconducibile a qualche disegno esoterico, un’ossessione di Tatmadaw, l’esercito birmano). La protesta però continua: ieri – beffa delle beffe – a incrociare le braccia sono oltre cento lavoratori dei giornali – tra cui il Global New Light of Myanmar in inglese – e dell’agenzia stampa di Stato Myanmar News Agency (MNA). Succede mentre il vice ambasciatore del Myanmar all’Onu, U Tin Maung Naing, si è dimesso dopo che il regime militare gli aveva imposto di sostituire il suo numero1, U Kyaw Moe Tun, dimissionato dalla giunta per un discorso contro il golpe a Palazzo di Vetro mentre alzava le tre dita, simbolo della protesta.

I generali birmani non sembrano comunque aver ascoltato i moniti, seppur blandi, appena arrivati dall’Asen, l’associazione regionale di 10 Stati del Sudest di cui il Myanmar fa parte (qui si può vedere e ascoltare il nostro intervento ad Asiatica, trasmissione di Radio Radicale).

In copertina foto di Alexander Schimmeck (Unsplash)

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