Myanmar, schiaffo asiatico ai generali

L'Associazione regionale del Sudest prende posizione sul golpe: tornare allo status quo e liberare i detenuti politici. Salvando forma e sostanza

di Emanuele Giordana

A leggere il comunicato partorito ieri dall’Asean, l’associazione regionale di 10 Stati del Sudest di cui il Myanmar fa parte, la prima reazione è lo sconforto: il tema del Myanmar viene per ultimo e le parole usate, nel politichese più diplomatico possibile, non dicono praticamente nulla. Ma le singole dichiarazioni dei diversi ministri degli Esteri dopo la riunione virtuale di ieri confermano invece che l’Asean, se non con voce proprio unisona, chiede ai militari non solo di limitare l’uso della forza ma di liberare i leader politici imprigionati e, soprattutto, di ripristinare lo status quo, ossia un governo che considerano legittimo a fronte di una giunta che non lo è.

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In qualche misura l’Asean ha fatto un buon esercizio di equilibrismo politico: un comunicato che è “acqua frullata”, come si dice in gergo, e singole prese di posizione anche dure: singole ma avallate dal summit tra capi della diplomazia come escamotage per chiarire che questa volta il golpe non è passato e non è solo un “affare interno”. Niente sanzioni, niente espulsione, nemmeno – ufficialmente per ora – la proposta di una troika di mediazione, ma la richiesta di liberare Aung San Suu Kyi e i suoi, di far partire un negoziato col Governo legittimo, con uno stop – da tutti reiterato – all’uso di pallottole vere che uccidono. Un equilibrismo che ha un suo senso e tiene dentro tutti. Chi più, chi meno ma che è un chiaro schiaffo alla giunta birmana.

La più imbarazzata sembra l’Indonesia, quella signora Retno Marsudi che sembra avesse tentato l’ipotesi di un primo piano di avvicinamento ai generali maldestramente naufragato quando è stato anticipato dalle agenzie di stampa. Ma dice la sua: cinque pagine di un discorso rivolto ai giornalisti in cui Giacarta si richiama soprattutto ai valori della Carta dell’Asean, di cui è stata grande cofondatrice. Si concentra sull’aspetto umanitario (soccorso pure ai detenuti politici) ma anche sul ritorno della democrazia (restoring democracy back on track must be pursued). Un discorso molto diplomatico che sembra, chissà, voler riproporre Giacarta come mediatrice o a capo di una missione esplorativa.

Singapore fa la voce grossa

Forti invece i toni di Vivian Balakrishnan, a capo della diplomazia di Singapore. Non usa mezze parole: prima la violenza (immediate priority must be to step back from a rapidly deteriorating situation), poi l’affondo politico: “Chiediamo alle autorità militari con la massima fermezza di cercare con urgenza un compromesso negoziato… fondamentale che le principali parti interessate si uniscano per trovare una soluzione politica pacifica a lungo termine che includa un ritorno al percorso democratico, tenendo conto dei legittimi interessi di tutte le parti”. Singapore “sollecita fortemente il rilascio immediato del presidente Win Myint, di Aung San Suu Kyi e degli altri detenuti politici”. Va oltre: “sostiene fermamente la visita dell’inviato speciale Onu in Myanmar” e chiede che il Myanmar faciliti questa visita il prima possibile”.

Ci sono altri passaggi importanti nelle varie dichiarazioni (sul rapporto con gli Usa di Biden ad esempio) ma qui ci interessa il Myanmar. E allora val la pena di notare la capriola delle Filippine. Dopo aver bollato all’inizio il dossier birmano come un “affare interno”, alla viglia del summit il segretario di Stato Teodoro Locsin ha detto che la politica di non ingerenza negli affari interni dei membri “non è un’approvazione globale o un tacito consenso per compiere torti”. Ora senza mezzi termini, Manila chiede il rilascio immediato di Aung San Suu Kyi e un “completo ritorno” allo “stato di cose pre esistente”.

Il comunicato all’acqua di rose salva invece chi non si vuole esporre: Laos, Vietnam e Cambogia – regimi a partito unico – che al più annunciano la partecipazione al summit. La prudenza della Malaysia, che rifugge i riflettori, e l’imbarazzo di Bangkok, dove al governo siede un militare in abiti civili. Quel blando comunicato salva capra e cavoli. Ma lo schiaffo resta. Se servirà resta da vedere

Domenica di sangue

Intanto in Myanmar la protesta continua. Ieri e oggi, terzo giorno dopo la Bloody Sunday del 28 febbraio e le nuove accuse a carico di Suu Kyi e del presidente Win Myint nel processo farsa con una nuova udienza prevista tra 12 giorni. La tragica aritmetica dei morti di domenica scorsa intanto – quando Tatmadaw (l’esercito) ha cambiato tattica, sparando sulla folla proiettili veri mirando alla testa – dice che sarebbero ben oltre 18 le vittime: almeno 26 secondo il sito di GenerationZ, sigla di un’organizzazione giovanile birmana, e almeno 22 secondo Assistance Association for Political Prisoners (Burma), che lista 30 vittime dal 1 febbraio. Oltre ad arresti massicci ormai ben oltre il migliaio.

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