Il nuovo scacchiere di Trump

Il recente annuncio del presidente Usa sul ritiro militare dalla Siria, dall’Afghanistan e dall’Irak rivela una crisi profonda della leadership americana

Il recente annuncio di Donald Trump del ritiro militare dalla Siria, dall’Afghanistan e dall’Irak rivela una crisi profonda della leadership americana. Si è rivelata una vera bomba la dichiarazione di Trump dell’imminente ritiro delle truppe USA dalla Siria, dall’Irak e dall’Afghanistan. Le reazioni degli osservatori internazionali hanno avuto toni diversi. Ma tutti concordano sul fatto che si tratti di una svolta strategica di grandi conseguenze. Da molte parti si è manifestato sconcerto e preoccupazione. Il britannico International Institure for Strategic Studies, un think-tank dedicato appunto agli equilibri internazionali, fa notare, nella voce di Kori Schake: “Questa decisione avrà effetti deleteri sulla strategia di lungo termine: gettando la politica siriana nel caos; premiando la destabilizzazione regionale iraniana e l’intervento russo; allarmando le  forze curde e gli altri alleati degli americani che combattono nella regione;  preoccupando  i Paesi nei quali i jihadisti potrebbero tornare ; e mettendo in discussione l’impegno americano a stabilizzare l’Iraq e l’Afghanistan.”

Erdogan. Cambio di alleanze

D’altra parte, prosegue la vicediretrice dell’IISS, Trump ha così deciso perché il ritiro delle truppe era stato promesso in campagna elettorale, e aveva avvertito i militari che per il ritiro si sarebbe trattato di “mesi, non anni”. E ora pare che il tempo sia scaduto. Sembrerebbe una politica insensata, e il liberal David Ignatius sul Washington Post scrive:  “Il vero problema con i piani di politica estera di Trump? Forse non ne ha una. “

Ma un’analisi del giornale The Guardian fa notare come questo brusco cambio di strategia risponda a una logica: quella secondo cui Trump punterebbe sulla Turchia in funzione anti-Iran. Dice il quotidiano britannico: “Ankara ha avuto un rapporto costruttivo con l’Iran, importando gas e petrolio che serve una grande fetta del fabbisogno energetico della Turchia e offrendo  a Teheran copertura politica  in diversi momenti importanti.” Ma ora, prosegue, “…le sanzioni degli Stati Uniti sono state revocate a diversi cittadini turchi, e Ankara ha annunciato una forte riduzione degli approvvigionamenti di petrolio dall’Iran. Lunedì, tre giorni dopo una conversazione telefonica fra Trump e il leader turco, Recep Tayyip Erdoğan, Ankara ha promesso di acquistare missili Patriot statunitensi per 3 miliardi di dollari”. Dimostrazione evidente che l’atteggiamento della Turchia verso l’Iran – e con gli Stati Uniti – è cambiato.

Più attento ai fatti interni americani, il New York Times fa notare come questa mossa spacchi un’alleanza tradizionale, che è stata sempre un punto di forza del Partito Repubblicano: quella tra un elettorato fortemente conservatore e i falchi dell’esercito e del complesso militar-industriale.  I quali non vedono certo di buon occhio il disimpegno militare, nè la rinuncia degli Stati Uniti a giocare un ruolo di primo piano nel teatro strategico internazionale. E’ in questa chiave che vanno lette le dimissioni del titolare della Difesa Jim Mattis, cui sono seguite quelle di Brett McGurk, l’inviato speciale della Casa Bianca per il dossier Isis.

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