Il regime talebano e le nostre responsabilità

In agosto saranno passati due anni dalla fine della guerra in Afghanistan. Il punto su un governo oscurantista e su quanto stiamo facendo per far uscire il Paese dalla povertà e garantire agli afgani i diritti che continuiamo a dire di voler difendere. Il primo dovrebbe essere farli mangiare. La denuncia di Ua

di Emanuele Giordana

La povertà, la miseria e la fame sono l’ennesima piaga dell’Afghanistan. Una piaga che va ben oltre le giuste rivendicazioni di chi accusa il regime talebano di vietare la libertà di stampa e di espressione e di negare i legittimi diritti delle donne, escluse da scuola e lavoro. Non è proprio una novità visto che, durante l’occupazione a guida Nato, uno studio delle Nazioni Unite del 2010 rilevava che il 36% della popolazione viveva in assoluta povertà, osservando che ciò non era “né accidentale né inevitabile”. Nel 2018, il 54% della popolazione viveva al di sotto della soglia di povertà. Oggi questa percentuale supera largamente i due terzi della popolazione visto che, secondo un recente rapporto del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite, l’economia afgana si è contratta del 21% nel solo 2021. Secondo il Programma alimentare mondiale infatti, su una popolazione di 41 milioni di afgani, oltre 15 milioni (più di un terzo) vive un livello “acuta insicurezza alimentare” e quasi 3 milioni un livello di insicurezza di emergenza. E’ un modo per dire che nel Paese milioni di persone hanno fame e che, in sostanza, quasi la metà degli afgani non ha da mangiare e alcuni tra questi di fame rischiano di morire.

Questa dolorosa situazione può essere attribuita, ma solo in parte, a un governo corrotto e irresponsabile, all’emarginazione delle donne nella società, all’incapacità di gestione delle proprie scarse risorse. Va anche detto che prima dell’agosto di due anni fa, quando il regime dei Talebani, è arrivato al potere, il bilancio afgano si sosteneva per la maggior parte su denaro esterno fornito dai Paesi della coalizione a guida Nato. Aiuto che non c’è più. Anche la cooperazione, bilaterale o attraverso l’Onu e le Ong, si è contratta (a oggi l’appello delle Nazioni Unite per il 2023 è stato finora finanziato per meno del 15%).

Ma c’è un terzo fattore, per lo più taciuto: il congelamento delle riserve sovrane del Paese, un fattore critico nel crollo dell’economia e del settore bancario: sono fermi poco più di 9 miliardi di dollari che la Banca centrale afgana aveva messo in sicurezza all’estero. Soldi del governo? No, soldi soprattutto di cittadini afgani coi quali era possibile fare un commercio con l’estero ora ridotto al lumicino. Il blocco equivale anche a una drastica riduzione del circolante: la moneta si consuma ma non può essere nemmeno sostituita. 

La denuncia di United Against Inhumanity

Soltanto qualche voce si è levata in questi anni per denunciare quella che si definisce una “guerra economica” e che forse potremmo anche bollare come una vendetta consumata fredda per aver perso la guerra afgana. Sette miliardi sono bloccati negli Usa. Gli altri nelle banche europee. Bloccati da chi ha perso la guerra contro l’esercito di straccioni in ciabatte e kalashnikov che hanno ingannato analisti, spie, militari di alcuni tra gli eserciti più tecnologicamente avanzati del primo Mondo. Tra le poche voci, United Against Inhumanity (Uai) è una Ong che ha lanciato una grande campagna nel marzo 2022 per invertire le politiche imposte dagli Stati Uniti e da alcuni governi europei contro la Da Afghanistan Bank (Dab): per liberare i 9,1 miliardi che appartengono alla Banca centrale dell’Afghanistan come tesoro sovrano nazionale. Adesso congelato nella pancia delle banche dei Paesi che invasero l’Afghanistan 22 anni fa.

Se le politiche occidentali sono orientate a minare il regime talebano, sono gli afgani impoveriti ed emarginati a pagarne il prezzo. Anche le donne ovviamente, e così i loro figli e mariti: quelli che si sostiene di voler difendere da un regime teocratico e radicale. “Pochi – ha scritto recentemente Uai – mettono in dubbio l’importanza strategica e la necessità morale della ricapitalizzazione della Da Afghanistan Bank… che ha bisogno di accedere alle sue risorse di capitale per far fronte alle sue responsabilità critiche come banca centrale del Paese”. L’Ong chiede la ricapitalizzazione urgente della Dab perché “le riserve esterne sovrane dell’Afghanistan dovrebbero essere messe a sua disposizione in un modo pragmatico e monitorato che gli consenta di operare in linea con il suo statuto e i normali standard bancari. Resuscitare l’economia è fondamentale per arrestare le sofferenze in Afghanistan”.

Uai ricorda che il 14 settembre 2022 Washington e Berna hanno annunciato il lancio di un nuovo Fondo afgano in Svizzera da 3,5 miliardi di dollari che è “stato cautamente riconosciuto come un passo nella giusta direzione”. Ma dieci mesi dopo, nessuna delle risorse apparentemente stanziate “a beneficio del popolo afgano” è stata utilizzata per ricapitalizzare la Dab. Si potrebbe parlare di un secondo congelamento. I soldi restano fermi mentre la malnutrizione avanza. Forse si potrebbe persino aggiungere che l’estrema radicalizzazione dell’Emirato talebano si deve anche a questa condizione di patente ingiustizia. Quando il gatto è stretto in un angolo e teme per la sua vita, soffia e rizza il pelo: non diventa più mansueto. Che che questo sia vero o meno, l’ingiustizia resta e a pagarla sono le persone che da oltre vent’anni – uomini, donne, anziani e bambini – continuiamo a sostenere di voler difendere.

In copertina l’Afghanis (foto atlanteguerre)

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