di Andrea Tomasi

Se pensate di vivere nel miglior mondo possibile, magari con il mito di Gran Bretagna e Stati Uniti, il testo che segue potrebbe farvi cambiare idea. Nel Rapporto 2015-2016 Amnesty International ha fatto sapere che si sta costruendo un sistema internazionale che permette la sistematica violazione di ogni diritto. Quindi non ci sono solo i brutti, sporchi e cattivi, lontani da noi, si sta costruendo un impianto legislativo (e quindi sociale condiviso) che rende «normale» calpestare la dignità degli uomini e delle donne. Salil Shetty, segretario del movimento globale, ha affermato: «Non sono solo i nostri diritti a essere minacciati, lo sono anche le leggi e il sistema che li proteggono (…). I diritti sono in pericolo, considerati con profondo disprezzo da molti governi del mondo». E ancora: «Milioni di persone stanno patendo enormi sofferenze nelle mani degli stati e dei gruppi armati, mentre i governi non si vergognano di descrivere la protezione dei diritti umani come una minaccia alla sicurezza, alla legge e all’ordine e ai valori nazionali». E per finire: «Non sono solo i nostri diritti a essere minacciati, lo sono anche le leggi e il sistema che li proteggono. Oltre 70 anni di duro lavoro e di progresso umano sono a rischio».
Ci sono governi che cercano di sfuggire ai controlli interni, affidati ad organismi quali Nazioni Unite, il Tribunale penale internazionale e meccanismi regionali come il Consiglio d’Europa e il sistema interamericano dei diritti umani. Nel solo 2015 in oltre 122 Stati si sono registrati maltrattamenti o torture e 30 Paesi, se non di più, hanno rimandato illegalmente rifugiati verso territori in cui sarebbero stati in pericolo. In 19 Paesi sono stati commessi crimini di guerra o altre violazioni delle «leggi di guerra». Nel mirino finiscono sempre più spesso attivisti, avvocati e altre persone impegnate nella difesa dei diritti umani. Ci sono violazioni dei diritti civili, sociali, politici ed economici. E Amnesty International fa un elenco dei casi più eclatanti.
Angola: uso delle leggi sulla diffamazione e sulla sicurezza per intimidire chi aveva espresso la propria opinione; mancato rispetto delle raccomandazioni delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani.
Arabia Saudita: repressione contro chi aveva chiesto riforme; crimini di guerra nella campagna di bombardamenti in Yemen.
Burundi: uccisioni e tattiche violente da parte delle forze di sicurezza; tentativo di sopprimere la comunità dei diritti umani.
Cina: repressione contro i difensori dei diritti umani; approvazione di leggi in nome della sicurezza nazionale.
Egitto: arresti nell’ambito della repressione in nome della sicurezza nazionale; detenzione di centinaia di persone, senza accusa né processo; condanne a morte.
Gambia: torture, sparizioni; totale rifiuto di cooperare con l’Onu e gli organismi regionali per i diritti umani su libertà d’espressione, sparizioni forzate e pena di morte.
Israele: mantenimento del blocco militare nei confronti di Gaza e punizione collettiva ai danni di 1,8 milioni di abitanti; mancato rispetto, così come da parte della Palestina, della richiesta dell’Onu di condurre serie indagini sui crimini di guerra commessi nel conflitto di Gaza del 2014.
Kenya: esecuzioni extragiudiziali, sparizioni e discriminazione contro i rifugiati nel contesto delle operazioni anti-terrorismo; tentativo di indebolire il Tribunale penale internazionale.
Messico: 27.000 sparizioni; dura reazione alle critiche delle Nazioni Unite sul massiccio uso della tortura, quasi completamente impunito nonostante l’aumento delle denunce.
Pakistan: risposta gravemente lesiva dei diritti umani all’orribile massacro della scuola di Peshawar della fine del 2014; pena di morte; sorveglianza e chiusura degli uffici delle Ong internazionali considerate «nemiche».
Regno Unito: uso della sorveglianza di massa in nome della lotta al terrorismo; passi indietro costituiti dal proposito di evitare lo scrutinio della Corte europea dei diritti umani.
Russia: leggi repressive sulla sicurezza nazionale e contro l’estremismo dai contenuti vaghi; azioni per ridurre al silenzio la società civile; rifiuto di riconoscere le vittime civili degli attacchi in Siria.
Siria: uccisione di migliaia di civili mediante barili-bomba e altri armamenti; tortura in carcere; blocco degli aiuti internazionali alle popolazioni alla fame.
Slovacchia: discriminazione contro i rom, con il Paese ridotto a subire dalla Commissione europea una procedura d’infrazione.
Usa: centro di detenzione di Guantánamo – esempio delle gravi conseguenze della “guerra al terrore” – ancora aperto; assenza di procedimenti giudiziari nei confronti degli autori di torture e sparizioni forzate.
Thailandia: arresto di persone che avevano espresso critiche pacifiche tra cui attori, utenti di Facebook e autori di graffiti; limitazioni ai diritti umani.
Ungheria: chiusura dei confini di fronte a migliaia di rifugiati in condizioni disperate; ostacolo al tentativi regionali di aiutarli.
Venezuela: gravi violazioni dei diritti umani e costanti attacchi contro i difensori dei diritti umani; denuncia della Convenzione americana dei diritti umani dopo il precedente ritiro dalla giurisdizione della Corte interamericana dei diritti umani, che ha significato negare la giustizia alle vittime delle violazioni dei diritti umani.

http://www.amnesty.it/Rapporto-2015-2016-di-Amnesty-International-diritti-in-pericolo-assalto-globale-alle-liberta

 

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