In Kosovo riesplode la tensione

Un commando di terroristi serbi prende d’assalto un villaggio e si barrica in un monastero. Negli scontri a fuoco durati l’intera domenica muoiono un poliziotto kosovaro e sette assalitori. UE e NATO si dicono pronte a intervenire

di Alessandro De Pascale

Sabato 23 settembre, notte. Nord del Kosovo, area di confine con la Serbia. Zone delle enclave dove vive segregata la minoranza serba rimasta nel Paese protetta dalla NATO, in una nazione a maggioranza albanese che ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza nel 2008, nell’ambito delle guerre dei Balcani che hanno messo fine alla ex Jugoslavia.

A Banjska un commando di terroristi serbi prende d’assalto un villaggio e si barrica in un monastero che è sotto la giurisdizione della chiesa ortodossa serba (nei pressi di Zvecan), in un comune dove già lo scorso maggio erano scoppiati violenti scontri. All’intervento della polizia, un agente kosovaro rimane ucciso. Il bilancio di vite è pesante. Perché nel blitz che compiono quella notte le autorità di Pristina perdono inoltre la vita sette assalitori del commando terrorista, mentre altri quattro vengono arrestati. I principali valichi di frontiera con la Serbia vengono immediatamente chiusi e gli scontri a fuoco durano l’intera domenica, tra camion messi di traverso e barricate improvvisate.

Secondo il Governo kossovaro, il gruppo che si è asserragliato nel monastero era formato da una trentina di persone. “Parlavano serbo, sono professionisti militari, mascherati e con diverse uniformi, dotati di armi pesanti, granate e aiutati da veicoli blindati senza targa”, dicono le autorità di Pristina.

Il Premier Albin Kurti li identifica senza mezzi termini come “uomini spalleggiati da Vucic”, il presidente serbo, con cui il Primo Ministro albanese del Kosovo ha tenuto colloqui in sede europea il 14 settembre falliti miseramente, nel disperato tentativo di placare le tensioni riesplose da oltre sei mesi con vari episodi degni di nota (blitz dei serbi, sparatorie, blocchi stradali e minacce incrociate). Con il passare del tempo, la situazione tra i due Paesi e le relative etnie che la compongono sembra peggiorare sempre di più, in un’escalation della tensione di cui non si intravede la fine.

In questa crisi, i sostenitori internazionali del Kosovo sembrano del tutto impotenti. Ad appoggiare Pristina c’è innanzitutto l’Unione Europea, che con la missione EULEX ha creato, formato e finanziato le istituzioni di questa giovane nazione ex provincia della Serbia, nella quale la moneta ufficiale è l’euro, pur non facendo parte dell’Eurozona. Ma soprattuto, in campo, c’è l’Alleanza Atlantica, che nella guerra armata indipendentista del 1998-1998, con l’operazione Allied Force era scesa in campo al fianco al fianco degli albanesi dell’Ushtria Çlirimtare e Kosovës (UCK), considerata dall’ONU organizzazione terroristica e violando peraltro la sovranità serba su quei territori.

Tuttora, sul territorio del Kosovo, sono presenti nel Paese 3.800 militari della NATO, con la missione KFOR dell’Allenza Atlantica lanciata a giugno del 1999. Il tutto nell’ambito di un conflitto che, secondo i dati riferiti al 2021 dell’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU, ha provocato 31.731 rifugiati, accolti soprattutto in Francia (17.972). Su 1,8 milioni di cittadini, attualmente il 92% è di etnia albanese, mentre i serbi rimasti sono appena il 6%.

Vivono praticamente tutti nella parte nord del Paese, in delle enclave protette dalla NATO dove i cartelli e le insegne stradali diventano in cirillico, per i pagamenti viene accettato quasi esclusivamente il dinaro serbo e i veicoli girano senza targa, in segno di protesta per non riportare quella con la bandiera di uno Stato nato dal nulla che non riconoscono.

Il Kosovo non è mai stato riconosciuto da Serbia e Russia, ma anche da alcuni Paesi dell’Unione Europea quali la Spagna. L’economia è tra le meno sviluppate d’Europa, mentre la disoccupazione giovanile è attorno al 50%. La criminalità e la corruzione sono dilaganti, mentre i vertici politici provenienti dai ranghi dell’Esercito di Liberazione del Kosovo, meglio noto come UCK (a partire dall’ex presidente kosovaro Hashim Thaci) sono finiti in carcere in Olanda e a processo all’Aja, perché accusati dalla Corte Penale Internazionale (CPI) di crimini di guerra e contro l’umanità.

Per il Premier kosovaro Kurti, con le violenze delle ultime ore il Kosovo è diventato “un terreno da gioco per i giochi geopolitici della Russia e della Cina”, che sostengono la Serbia. Mentre per la presidente del Kosovo, Vjosa Osmani, “le aggressioni ai membri della KFOR, ai giornalisti e ai cittadini, stanno destabilizzando il Kosovo e tutta la regione”. Belgrado, dal canto suo, non commenta l’accaduto. Il Premier serbo, Aleksandar Vucic, ha però ribadito che “mai riconosceremo un Kosovo indipendente. Ci potete fare qualsiasi cosa, ma la Serbia non riconoscerà mai un Kosovo indipendente”. Belgrado si è insomma detta come sempre pronta a negoziare, ma “il riconoscimento del Kosovo ve lo potete scordare”, ha mandato a dire il Premier Vucic a Bruxelles.

Unione Europea e NATO si sono dette pronte a intervenire se necessario. La prima ovviamente sul piano politico, la seconda naturalmente con la propria forza militare schierata dall’alba del 12 giugno 1999 sul territorio di questo piccolo Paese balcanico (il Kosovo ha una superficie di 10.887 km², pari a quella dell’Abruzzo).

A maggio scorso, durante le elezioni amministrative, la minoranza serba ghettizzata dalla fine del conflitto nelle enclave nel nord protette dalla NATO aveva disertato il voto, scendendo poi in piazza per protestare contro l’elezione dei nuovi sindaci di etnia albanese e per chiedere il ritiro dalle loro aree delle unità di polizia kosovare. Gli scontri nati in seguito avevano provocato diverse decine di feriti tra militari e civili.

Già nell’aprile 2022 la tensione era salita per la questione delle targhe. Oltre i ponti del fiume Ibar della città di Mitrovica (70mila abitanti), che dividono simbolicamente e di fatto la parte sud a maggioranza albanese da quella nord in cui vivono i serbi, dove i veicoli come detto circolano in segno di protesta senza targa, anche solo il tentivo di introdurne una di prova aveva fatto riesplodere le tensioni, mediate poi dal’Unione Europea.

Per saperne di più, leggi la nostra scheda conflitto sul Kosovo

Nella foto di copertina, posto di blocco dei militari NATO della missione KFOR alla varco di frontiera di Jarinje © bibiphoto/Shutterstock.com

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