India-Pakistan: all’erta stiam

Le recenti ondate di tensione lungo il fronte del Kashmir hanno riacceso i riflettori su un conflitto annoso a bassa intensità. Preoccupa poiché si svolge all'ombra di un equilibrio strategico fondato sull'arma nucleare

di Elia Gerola

India e Pakistan sono due Stati in conflitto ormai dall’epoca della decolonizzazione, ovvero da quando la disputa sul controllo della regione del Kashmir ha dominato le relazioni bilaterali tra i due Paesi asiatici nati dalla Partition dell’India britannica nel 1947. Quello in atto è quindi un cosiddetto conflitto a bassa intensità, che si trascina da anni senza trovare una vera e propria soluzione. Ciò che però aggrava la situazione, rendendola potenzialmente esplosiva, è il fatto che entrambe le parti coinvolte sono dotate di capacità militare nucleare. Il rischio è quindi che, nell’eventualità di un’escalation, volontariamente o meno, una testata nucleare venga fatta detonare contro obiettivi nemici, innescando un conflitto nucleare.

 Una proliferazione illegale

India e Pakistan sono due Stati nucleari in aperta violazione dei dettami del Trattato di Non-proliferazione Nucleare (TNP) siglato nel 1968, che entrambi si sono rifiutati di firmare e ratificare, bollandolo come discriminatorio nei confronti dei Paesi  in via di sviluppo e funzionale solo alle potenze che al momento della firma possedevano già la capacità militare nucleare. Effettivamente il trattato è intrinsecamente discriminatorio, poiché permette ad un piccolo manipolo di Stati: Usa, Russia, Cina, Regno Unito e Francia di possedere legalmente la capacità atomica militare. Tutti gli altri invece, in base al trattato, si sarebbero dovuti impegnare a non sviluppare una tale capacità poiché non avevano testato ordigni nucleari entro l’anno-soglia del 1967.

Cionondimeno, nel luglio 1974 l’India realizzò un primo test nucleare “per scopi pacifici” e nel 1998, sia India sia Pakistan realizzarono ciascuno 2 test nucleari, giustificati ufficialmente con la motivazione di testare ordigni nucleari militari. Con essi entrambi gli Stati fecero sapere al resto del mondo di essere in possesso della tanto agognata capacità nucleare, divenendo parte di quel ristretto club di potenze che – come Israele –  posseggono illegalmente, almeno sulla base del TNP, la capacità nucleare. A proposito delle norme di diritto internazionale è bene ricordare che il trattato nella gerarchia delle fonti internazionali si configura come un accordo tra Stati di natura particolare e quindi ufficialmente vincolante solo per i suoi firmatari e ratificatori, cionondimeno, avendo una membership quasi universale di 190 membri, secondo vari analisti, dovrebbe essere considerato ormai come una fonte consuetudinaria, ovvero valida per tutti, a prescindere dalla sua ratifica.

Gli arsenali odierni

Ad oggi, sulla base di quanto riportato dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), India e Pakistan possederebbero rispettivamente 130/140 e 140/150 testate nucleari, collocandosi per numero dopo la Cina e subito prima di Israele e Corea del Nord.  Entrambi gli Stati asiatici sono inoltre dotati di reattori nucleari funzionali alla produzione di materiale fissile (plutonio e uranio arricchito 235) necessari per realizzare i processi di fusione e fissione nucleari alla base delle detonazioni nucleari. Il Pakistan ha uno dei propri centri principali di produzione di materiale fissile (plutonio in particolare) a Khushab, nel Punjab, dove vi è un complesso di ben 4 reattori, a Kahuta invece vi è il principale centro di arricchimento dell’uranio (Khan Research Laboratories). Cionondimeno il Pakistan ha una capacità di arricchimento limitata dalla difficoltà di approvvigionamento del materiale grezzo necessario, uranio naturale.

Per quanto concerne l’India la situazione è invece molto più complessa, infatti essa è dotata di un articolato sistema di arricchimento del materiale fissile, impiegato anche per la produzione civile di energia nucleare. Per il 2030 è inoltre stata commissionata la costruzione di 6 nuovi reattori nucleari autofertilizzanti, che si andranno ad aggiungere ai 22 già presenti, adibiti in alcuni casi al doppio uso civile-militare, dei quali sino al 2006 solo 4 erano sottoposti ai controlli dell’Agenzia per l’Energia Atomica Internazionale (AIEA).

Tipo di vettore: aria, terra, acqua

E’ inoltre importante sottolineare che nel corso dei decenni entrambi gli Stati hanno acquisito la capacità di lanciare le proprie testate aviotrasportandole, da terra o dal mare, superando non insignificanti barriere economiche e tecnologiche. India e Pakistan sono quindi in grado di coprire ogni fase del processo di weaponization della capacità nucleare, dalla produzione del materiale fissile grezzo alla sua lavorazione, dalla fabbricazione di testate nucleari adatte al lancio. Sempre secondo SIPRI, i due arsenali sarebbero in continua espansione e modernizzazione, sia dal punto di vista della produzione di materiale fissile, che di quello dei vettori di lancio. Infatti, una volta acquisita la capacità militare nucleare, essa va mantenuta e costantemente aggiornata, poiché lo sviluppo tecnologico militare dei vettori di lancio così come quello delle tecnologie difensive, per altro strettamente legati, sono in continua evoluzione.

Sottomarino Arihant

Da segnalare per l’India sono sicuramente i missili terra-terra nuclearmente capaci della famiglia Agnis che, disponibili sin dal 2007 e ormai giunti alla loro IV versione, hanno una portata massima di 3500 Km. D’altra parte, ciò che invece ha suscitato molto clamore è lo sviluppo di una flotta di sottomarini nucleari lanciamissili balistici (SSBN) iniziata segretamente nel 2009 e ufficialmente commissionata nel 2016, che permettono al governo di Nuova Dehli di assicurarsi la capacità di un cosiddetto second-strike nel caso in cui tutte le proprie stazioni di lancio terrestri venissero messe fuori gioco da un primo attacco nucleare nemico. Gli SSBN indiani sarebbero della classe Arihant (foto), i primi del loro tipo ad essere assemblati da una potenza non legalmente nucleare sulla base del TNP. La funzione di questi sommergibili sarebbe nucleare strategica: stazionando a profondità elevatissime negli oceani, invisibili ai sistemi di rilevamento dell’intelligence nemica, essi dovrebbero fungere da deterrente di un attacco nucleare nemico.

Il caso del Pakistan è invece differente, almeno in origine. Mentre l’ingegneria militare nucleare indiana è da sempre più avanzata ed è riuscita a svilupparsi piuttosto autonomamente, quella pachistana si è storicamente appoggiata a differenti Stati esteri tra i quali la Corea del Nord e a network del mercato nero delle armi. Famosa è infatti la rete di contrabbando che il direttore del programma nucleare militare pachistano – l’ingegnere metallurgico Abdul Qadeer Khan – avrebbe sviluppato tra gli anni ‘70 e ‘90, quando in cambio di tecnologia missilistica avrebbe fornito a Pyongyang la conoscenza necessaria per la creazione delle turbine per arricchire l’uranio naturale e ottenere il prezioso isotopo 235, materia prima indispensabile per realizzare la fissione di qualsiasi ordigno atomico.

In rosso un missile da crociera Ra’ad

Da allora,  in ogni caso,  il Pakistan è riuscito a sviluppare un arsenale di sistemi di lancio di tutto rispetto nel quale spiccano arerei F-16 e Mirage così come varie versioni di sistemi missilistici terra-terra Shaheen con una portata massima di 2700 km e missili balistici di crociera (cruise) Babur e Ra’ad (foto). Infine anche il Pakistan, grazie all’installazione di una piattaforma marittima nell’Oceano Indiano sta lavorando per assicurarsi la capacità di second strike.

Sacrifici atomici: le origini

Esistono differenti modelli che gli analisti impiegano per spiegare le ragioni della proliferazione militare orizzontale, ovvero quella che nel corso dei decenni ha visto aumentare il numero di paesi dotati di armi nucleari.

Homi Jehangir Bhabha

Nel caso dell’India secondo molti studiosi,  oltre alla motivazione della sicurezza nazionale minacciata nella regione dalla Cina, che acquisì la capacità atomica nucleare nel 1964, si aggiungerebbero sia la volontà di acquisire prestigio internazionale così come il forte ruolo della comunità scientifica nucleare nazionale, che avrebbe spinto le autorità politiche a perseguire la capacità nucleare non solo civile ma anche militare. Il programma nucleare indiano, in origine civile, nacque negli anni ’50, quando il Canada fornì un piccolo reattore di ricerca al Bhabha Atomic Research Center e gli Usa furono i rifornitori di acqua pesante indispensabile per il suo funzionamento.

Tutto cominciò grazie alla pressante azione di persuasione che il direttore del programma nucleare civile, Homi Bhabha, realizzò a partire dalla fine degli anni ’50, nei confronti del primo ministro indiano Shastri, originariamente contrario allo sviluppo di un ordigno atomico. Così già nel 1964, la possibilità di realizzare un esperimento pacifico era stata concordata, e nel 1974, quando ormai i due erano venuti a mancare e al potere vi era Indira Gandhi, la vecchia guardia di scienziati atomici indiani persuase il governo a permettere l’esperimento. Nel 1998, dopo che le elezioni vennero vinte dal partito nazionalista dell’attuale primo ministro Modi, il Baharatiya Janata Party, il portavoce per la politica estera del neo-insediato governo rassicurò l’elettorato e dichiarò che la promessa elettorale della nuclearizzazione militare dell’India sarebbe stata mantenuta. “Nell’ambiente di sicurezza dell’epoca”, disse infatti, “noi non abbiamo nessun opzione al di fuori di quella nucleare”.

Per quanto concerne il Pakistan invece, gli analisti sottolineano invece come la ragione principale sia da ricondurre alla crescente minaccia indiana, storicamente legata alla contesa del Kashmir, alla guerra per l’indipendenza del Bangladesh del 1971 e al test nucleare del 1974, che avrebbero favorito la formazione di una percezione di insicurezza e minaccia nazionale, inducendo il governo di Islamabad ad intraprendere un proprio programma nucleare militare.

Zulfikar Ali Bhutto

 Il caso pachistano è inoltre particolarmente emblematico poiché nonostante la povertà dello Stato e la sua arretratezza economico-tecnologica, si rese protagonista di uno sforzo economico non indifferente. Basti pensare che già nel 1965, l’allora presidente Zulfikar Ali Bhutto dichiarò che qualora l’India avesse sviluppato la bomba “…noi mangeremo l’erba o le foglie… ma ne otterremo una nostra”. Di fatto il Pakistan mantenne la promessa. Nel 1975 AQ Kahn iniziò la propria cooperazione con il governo pachistano, dopo aver lavorato per 3 anni all’URENCO, il Consorzio Europeo per l’Energia Atomica, dal quale trafugò materiale, conoscenze e know-how, cruciali per il suo lavoro in Pakistan a capo del programma  volto allo sviluppo della bomba.

Le attuali strategie nucleari

Così a distanza di due decenni dal 1998, anno in cui l’India e Pakistan realizzarono rispettivamente 5 e 6 test nucleari sotterranei – i loro ultimi, a quanto ne sappiamo – le due potenze hanno oggi raggiunto un equilibrio nucleare fondato sulla sostanziale parità. La logica è quella della deterrenza reciproca fondata sulla capacità di second strike nel caso in cui uno dei due stati lanciasse per primo un attacco nucleare. L’equilibrio instauratosi sembra essere piuttosto consolidato, anche se non bisogna sottovalutare il fatto che mentre le forze indiane hanno escluso dai propri piani strategici un’azione di first strike, relegando l’impiego dell’arsenale nucleare al caso estremo di attacco nucleare da parte di un nemico, per prevenire il quale, oltre alla diplomazia hanno elaborato “Cold Start”, una strategia che prevede l’impiego di vari corpi militari convenzionali per disabilitare preventivamente la capacità militare nucleare di Islamabad. Il Pakistan non ha invece mai esplicitamente negato la possibilità di ricorrervi anche in caso di un massiccio attacco convenzionale indiano, qualora quest’ultimo mettesse in pericolo la sopravvivenza del Paese. Questa differenza è dovuta proprio all’asimmetria di potenza convenzionale tra India e Pakistan, esemplificata ad esempio dalla spesa militare ammontante rispettivamente 56 e 10 miliardi di dollari all’anno.

Un equilibrio fragile

Da notare è come i fattori che potrebbero alterare questo equilibrio siano fondamentalmente tre: un’ escalation politico-militare del conflitto del Kashmir; il furto di un ordigno nucleare pachistano da parte di gruppi terroristici; e l’avvio di programmi di lancio a corto raggio con ordigni nucleari aventi una ridotta capacità esplosiva. Secondo vari teorici delle relazioni internazionali, tra i quali spicca il realista difensivo Kenneth Waltz, un mondo nel quale tutti gli Stati acquisirebbero la capacità atomica sarebbe più pacifico a causa della deterrenza reciproca che ne deriverebbe. Tuttavia questa affermazione si è rivelata falsa, almeno nelle relazioni bilaterali tra Pakistan e India, che sebbene dotati di capacità nucleare stanno continuando a combattere un conflitto latente con armi convenzionali, come testimoniano le vicende del Kashmir.

Guardia d’onore a cavallo del Pakistan. In copertina, il cambio della guardia indiano alla frontiera di Wagha

In quella regione contesa si sta quindi verificando un caso scuola emblematico, che vede la paradossale situazione, dell’instability within stability, ovvero della instabilità militare convenzionale nella stabilità nucleare militare. D’altra parte i legami tra esponenti dell’intelligence pachistana con gruppi terroristici estremisti sono provati e molti governi della comunità internazionale temono che come in passato AQ Kahn fosse riuscito a contrabbandare know-how e materiale nucleare con Libia e Corea del Nord, oggi alcuni gruppi terroristici possano acquisire capacità nucleare o comunque impadronirsene con la forza. Infine, secondo molti, qualora Pakistan e India acquisissero la capacità di impiegare armi nucleari con bassa potenza esplosiva e quindi inferiore potenziale distruttivo, il tabù sull’utilizzo effettivo di queste armi potrebbe essere messo in discussione, facilitandone l’uso in teatri di guerra come quello del Kashmir.

Rischio di escalation

Insomma il rischio di un’ escalation nucleare permane ed è forte: l’errore umano, il lancio volontario, così come il trafugamento da parte di gruppi non statali ne sono solo alcune possibilità. Negli anni India e Pakistan hanno creato anche hot lines per favorire il dialogo bilaterale, prevenire incomprensioni e risolvere crisi politiche. Inoltre, sebbene siano ancora fuori dal TNP e dal Trattato sulla messa al Bando Totale degli Esperimenti Nucleari, entrambi i Paesi hanno si sono impegnati in una moratoria sui test nucleari.

Da sottolineare è infine come l’India venga ormai considerata da molti Stati internazionali come una potenza nucleare matura e responsabile, in contrapposizione al Pakistan, che a causa della sua instabilità interna, del talvolta fragile controllo del territorio esercitato da Islamabad e della rete di contrabbando illegale costruita in passato da AQ Khan, così come delle infiltrazioni terroristiche nei servizi d’intelligence, è spesso citato come potenziale fonte di un ulteriore proliferazione nucleare illegale a favore di soggetti non-statali.

 

Fonti principali:

Cirincione Joseph (2007). Bomb Scare. Columbia University Press.

Sipri Year Book 2018, capitolo 6: World Nuclear Forces.

Terzuolo Eric (2007). Armi di Distruzione di Massa, ed Editori Riuniti.

 

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