La cacciata di sudanesi ed eritrei

Richiedenti asilo eritrei e sudanesi sulla via dell’espulsione dallo Stato di Israele. La decisione del governo Netanyahu, presa a dicembre 2017, prevede lo spostamento di circa 38mila persone in un Paese terzo (forse in Uganda, che ha però negato, o Ruanda) a partire dal mese di aprile.

A protestare per primi i diretti interessati in due manifestazioni che si sono svolte lunedì 22 gennaio fuori l’ambasciata ruandese a Hezilia (cittadina a nord di Tel Aviv) e fuori la residenza del capo di stato Rivlin a Gerusalemme.

La decisione è ben vista da gran parte dell’opinione pubblica israeliana ma la protesta non è stata comunque marginale. Contro al decisione si sono mossi questa volta non solo attivisti ma anche 35 scrittori (tra cui Amos Oz, MeirShalev, EtgarKeret, David Grosman, A.B. Yehoshua, ZeruyaShalev, Orly Castel Bloom, Agi Mishol , NoaYadlin e i drammaturghi Edna Mazya e JoshuaSobol), 50 rabbini collegati all’associazione pluralistica ortodossa ToratChayim, 470 accademici israeliani e 3 piloti della compagnia di bandiera el-Al. I piloti, nello specifico, hanno annunciato su Facebook che si rifiuteranno di deportare i migranti nei Paesi terzi.

Gli scrittori hanno invece preso posizione tramite una lettera destinata al Primo Ministro nella quale si legge: “Di fronte alla grande ondata di rifugiati in Europa e in Africa il numero di richiedenti asilo che vivono in Israele è meno della metà dell’1% della popolazione e le porte del Paese per loro sono bloccate dal 2012”.

La decisione fa parte di un emendamento a quella che molti media israeliani hanno denominato la “Legge anti-infiltrati”. La disposizione prevede la chiusura della prigione di Holot nel deserto del Neghev, la struttura governativa dove dal 2013 risiedono, ammassati, migliaia di migranti. In conseguenza di questa chiusura la legge prevede l’inizio delle deportazioni di massa.

Ma chi sono le vittime del provvedimento? Si tratta di richiedenti asilo e migranti africani per lo più eritrei (72%) e sudanesi (20%), molti di loro arrivati nello Stato Ebraico tra il 2006 e il 2012.

La disposizione prevede il pagamento di un contributo da parte del governo di israeliano di una cifra che va dai 3.800 ai 5mila dollari da destinarsi al paese terzo pronto ad “accoglierli”. In Israele vivono senza alcun permesso altri 100mila cittadini di altri Paesi, in gran parte provenienti dall’Europa Orientale, contro i quali, però, il provvedimento non agisce.

Ma quella varata a dicembre non è la prima mossa del governo israeliano contro sudanesi ed eritrei. Nel maggio 2017 il governo israeliano aveva infatti approvato un provvedimento noto come “legge sui depositi”, che obbliga i datori di lavoro a trattenere il 20% dello stipendio mensile di tutti gli impiegati di queste due nazionalità entrati nel paese illegalmente dalla frontiera egiziana e residenti in Israele regolarmente con un visto temporaneo.

La somma viene depositata dal governo in un conto speciale, assieme ad un’altra tassa, del 16%, pagata direttamente dagli imprenditori. L’ammontare del conto, secondo quanto previsto dal provvedimento, resta bloccato e può essere restituito solo una volta abbandonato il Paese.

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