La catastrofe di Idlib

I raid di Mosca, Damasco e Ankara non si fermano mentre a rimetterci sono i civili. Bombe sulle scuole e migliaia di sfollati

A Idlib è in corso una catastrofe umanitaria a causa degli scontri armati nella Siria Nord-Occidentale tra le forze governative sostenute dalla Russia e le milizie anti-Assad appoggiate dalla Turchia. Da giorni proseguono i raid aerei di Mosca e Damasco contro le zone ancora controllate da combattenti delle opposizioni armate a Sud e a Est di Idlib. L’inasprimento militare in corso da settimane, secondo l’Onu, ha già causato 900mila sfollati. L’area è infatti densamente popolata da civili, che stanno ancora una volta pagando un prezzo altissimo. La regione di Idlib è una più delicate del Paese, di cui abbiamo trattato più volte, perché ospita circa tre milioni di persone, metà delle quali vi si sono state trasferite in massa per fuggire dalle altre aree interessate dai combattimenti.

Idlib è una delle principali città del Nord della Siria, che contava prima dello scoppio della guerra circa 150mila abitanti. Si trova in una regione strategica tanto dal punto di vista degli snodi stradali che la attraversano, tanto per la prossimità alla frontiera con la Turchia, che la rende di fatto un punto nevralgico per la strategia del regime siriano per il contenimento della presenza turca in quell’area. Nella zona è attivo il gruppo armato Hayat Tahrir al Sham, ex affiliato ad Al Qaeda, che da circa due anni ha preso il sopravvento sugli altri gruppi ribelli ed è oggi l’obiettivo principale di Bashar al Assad. Contro l’avanzamento siriano è arrivata la Turchia che, tramite il presidente Erdogan, ha dichiarato che “a Idlib non faremo il minimo passo indietro. Faremo arretrare il regime siriano dietro i limiti definiti” della zona di de-escalation stabilita negli accordi con la Russia. Per questo nella giornata di mercoledì una delegazione di Mosca si trovava in Turchia per nuovi colloqui in vista dell’incontro bilaterale tra Erdogan e Vladimir Putin, che avrebbe dovuto svolgersi il 5 marzo ma che è saltata a causa degli eventi di ieri, quando sono stati uccisi in un unico raid – attribuito dalle agenzie di stampa all’aviazione di Damasco – almeno 33 soldati di Ankara. L’Osservatorio siriano per i diritti umani difdonde un bilancio di almeno 37 soldati morti. Gli Stati Uniti, tramite un portavoce del Dipartimento di stato Usa, hanno chiesto alla Siria e alla Russia di fermare “l’odiosa offensiva” contro le forze turche mettendo l’accento sull’alleanza Nato: “Noi siamo con il nostro alleato della Nato, la Turchia, e la sosterremo”.

Ma tra incontri che saltano, annunci e diplomazie impotenti, restano i civili. Già una settimana fa Mark Lowcock, il coordinatore delle Nazioni Unite per le emergenze umanitarie aveva annunciato che  “Questa regione sta per diventare il più grande cumulo di macerie del mondo, disseminata di cadaveri di un milione di bambini””. Secondo varie ong nei raid sono state colpite scuole che ospitano famiglie sfollate. Save the Children ha denunciato il bombardamento di dieci scuole, in cui sono morti una bambina e altre 9 persone. Secondo l’Ong e il suo partner sul campo Hurras Network, alcune scuole colpite erano in funzione, altre erano in pausa per un giorno e altre ancora venivano utilizzate come rifugi. Dall’inizio dell’anno sono già 22 le scuole bombardate, di cui quasi la metà negli ultimi raid. Anche Amnesty ha alzato la voce: “Nove anni dopo l’inizio della crisi, il governo siriano continua a mostrare profondo disprezzo per le leggi di guerra e per la vita dei civili. Gli attacchi alle scuole fanno parte di una politica sistematica di attacchi contro le popolazioni civili e costituiscono crimini contro l’umanità e crimini di guerra“, ha sottolineato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

Medici senza frontiere dà voce ai suoi operatori sanitari sul campo: “Tre ospedali – scrivono – che supportiamo vicino alla linea del fronte hanno ricevuto 185 feriti e 18 persone arrivate già morte in ospedale, martedì 25 febbraio”. “Questa orribile campagna di attacchi e bombardamenti indiscriminati – ha detto Meinie NicolaiDirettrice generale di Msf – può plausibilmente essere stata condotta solo dal governo siriano e dai suoi alleati. Non sappiamo cosa fare perché smettano questi attacchi e rispettino il diritto internazionale umanitario, le cosiddette ‘regole della guerra’. Abbiamo chiesto più e più volte alle parti coinvolte nel conflitto siriano, ai loro alleati e al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di fare tutto il possibile per porre fine a queste violazioni. Rinnoviamo il nostro appello con il più alto livello di urgenza. I civili e le infrastrutture civili devono essere protetti e il nostro appello al rispetto delle regole della guerra si rivolge sia ai gruppi di opposizione che alle forze armate turche che al governo siriano e ai suoi alleati, inclusa la Russia, principale alleato militare”. Bombe e proiettili hanno colpito aree densamente popolate da civili sia all’interno che intorno alle città di Idlib e Mareet Misirin, dal pomeriggio di martedì fino a sera.

Nel corso di un’emergenza medica straordinaria durata tutta la notte, tre ospedali supportati da Msf nell’area sono stati inondati da ripetuti afflussi di pazienti con bisogni immediati. “Alcuni pazienti – ha riferito uno dei chirurghi – hanno subito amputazioni, ferite neurologiche e molti altri traumi. In città la situazione era fuori controllo, con i suoni dei bombardamenti e quelli delle sirene le persone sono andate nel panico. È stata una difficile giornata di sangue”. Due degli ospedali – Idlib Central e Mareet Misirin – sono riusciti a effettuare una prima analisi dei registri dei pazienti, riportando 66 pazienti con ferite gravi o critiche che hanno richiesto interventi chirurgici prioritari. Almeno 14 dei feriti gravi erano bambini. Entrambi gli ospedali Idlib Central e Mareet Misirin sono scampati per poco a bombardamenti e attacchi, con proiettili nel raggio di 100 metri. Quattro medici dell’ospedale centrale di Idlib hanno riportato ferite lievi per le esplosioni.

In questo contesto la diplomazia europea si sta dimostrando irrilevante. Tra le iniziative recenti c’è l’appello lanciato il 26 febbraio da quattordici ministri degli esteri europei, che in una lettera aperta hanno chiesto al regime siriano e a Mosca la cessazione immediata delle ostilità. La lettera fa riferimento al bombardamento deliberato di scuole e ospedali e evoca la possibilità di ricorrere alla giustizia internazionale. Il documento è stato firmato da 14 Stati e non dai 27 totali.  Alcuni, come Ungheria e Bulgaria, sembrano non volersi allineare. Secondo l’analisi di Pierre Haski, di France Inter e pubblicata da Internazionale “realisticamente parlando, oggi un appello dei paesi europei non ha alcuna possibilità di impressionare Assad e Putin, ma ha comunque il merito di aver avviato una mobilitazione internazionale per ottenere la fine dei combattimenti”. “L’Europa – continua Pierre Haski – non ha i mezzi per essere determinante, e un’offerta di mediazione può avere successo solo nel momento in cui i belligeranti ne avessero bisogno o se un rifiuto potesse concretamente avere conseguenze negative”. E non sembra questo il caso.

*In copertina l’immagine tratta dall’account Twitter di Unicef

di Red/Al.Pi.

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