La guerra delle sanzioni

Sono partiti i provvedimenti Usa nei confronti dell’Iran. Gli ultimi sviluppi di una questione che tiene con il fiato sospeso l’economia del mondo intero

di Lucia Frigo

Le sanzioni americane nei confronti dell’Iran sono arrivate, proprio come aveva annunciato il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump in un tweet molto controverso: “le sanzioni stanno arrivando – 5 Novembre”. Così Trump aveva twittato con  un’immagine sembra che ricalcare le locandine di una famosa serie TV fantasy, con il suo celebre motto “l’Inverno sta arrivando”.

Dal 5 Novembre, dunque, sono scattate le temute sanzioni sull’acquisto del petrolio iraniano, andando a completare il quadro previsto dal governo americano nel Maggio scorso, e unendosi alle misure già adottate nell’Agosto scorso nel settore finanziario, che impedivano all’Iran l’acquisto di dollari statunitensi nonché la vendita di oro e preziosi.
Ma nella nuova manche di sanzioni di questa settimana, ai blocchi relativi al petrolio e al gas naturale si sommano poi una serie di restrizioni in settori di importanza fondamentale come quello dell’alluminio, dei trasporti e delle banche.

Gli obiettivi dell’amministrazione Trump erano chiari fin da subito: impedire completamente le esportazioni di petrolio iraniano, che rappresentano più del 60% del reddito del Paese. Per farlo, gli USA non solo sanzioneranno il Paese stesso nelle sue transazioni commerciali, ma anche chiunque acquisti petrolio iraniano o faccia affari con banche iraniane, in un gioco di forza che sostanzialmente vuole costringere il resto della comunità internazionale a una scelta: fare affari con l’Iran o fare affari con gli Stati Uniti d’America.

Di fronte a tali misure (il cui impatto era stato fortissimo già quando esse erano ancora semplici minacce, se si guarda alla grande velocità con cui le imprese straniere a inizio estate hanno iniziato a ritirare i propri investimenti dall’Iran) la risposta di Teheran è stata colma di orgoglio, ma allo stesso tempo gravida di denunce nei confronti degli Stati Uniti: “Siamo in una situazione di guerra economica, stiamo affrontando una potenza che fa bullismo” ha asserito il presidente Hassan Rohani in un discorso alla popolazione proprio parlando delle sanzioni. E, nel sottolineare la natura illecita di tali misure, ha annunciato che il paese continuerà ad aggirarle, vendendo il proprio petrolio e proseguendo negli scambi commerciali.

Ed anche la popolazione sembra animata dallo stesso spirito di orgogliosa resistenza: domenica, durante i cortei in ricordo dell’anniversario dell’occupazione dell’ambasciata USA a Teheran nel 1979 (episodio che diede l’avvio alle sanzioni statunitensi sul paese mediorientale – sanzioni che furono poi sospese con l’accordo sul nucleare stipulato dall’amministrazione Obama) i manifestanti hanno bruciato bandiere a stelle e strisce e israeliane, al grido di “abbasso gli USA” e “abbasso Israele”.

Il governo, in un gesto che sembra voler assecondare e fomentare questo orgoglio nazionale, ha autorizzato un’imponente esercitazione militare nelle giornate del 5 e del 6 novembre: una dimostrazione di forza nella quale l’esercito iraniano ha sottolineato come tutti i sistemi militari utilizzati fossero di produzione nazionale. Come a intendere che il Paese, in caso si arrivi a un conflitto armato, saprà cavarsela con o senza le sanzioni applicate sui suoi settori fondamentali.

Il sentimento antiamericano è forte, ma oltre alla retorica e all’orgoglio nazionale sono fondate le preoccupazioni della gente comune: le sanzioni sono “le più dure mai adottate”, secondo le parole dello stesso Trump, e andranno a colpire un’economia già in crisi (come vi abbiamo raccontato qui)

Si tratta di misure che, sul lato pratico, porteranno con sé disoccupazione, aumento del prezzo del dollaro, e carenza di medicinali; ma nonostante ciò il Segretario di Stato americano Mike Pompeo continua a mantenere la sua versione secondo cui “le sanzioni non danneggeranno la gente comune, essendo rivolte solamente a far cambiare comportamento all’Iran affinché cessi di finanziare il terrorismo”. A nulla sono valse le sollecitazioni da parte di organizzazioni umanitarie e governi europei in merito alle forniture di cibo e in particolare di materiale sanitario.

Ma oltre agli effetti diretti delle sanzioni “primarie” nei confronti dell’Iran, a preoccupare la comunità internazionale sono anche e soprattutto le sanzioni secondarie, cioè quelle misure introdotte dagli Stati Uniti nei confronti di chi oserà disobbedire alle imposizioni dell’amministrazione Trump e ingaggerà rapporti commerciali con società Iraniane.

E sono molti i Paesi, tanto asiatici quanto occidentali, che hanno motivo di temere le ritorsioni statunitensi: per questo motivo, nel Giugno 2018, l’Unione Europea aveva inviato una lettera (firmata dall’Alto Rappresentante Mogherini e da tutti i Ministri per gli Affari Esteri dei Paesi Membri) con cui chiedeva all’amministrazione Trump di astenersi dall’adottare sanzioni che danneggiassero anche gli alleati europei.  Non bisogna dimenticare infatti il grande affidamento che le economie europee hanno fatto sull’Iran a partire dall’accordo sul nucleare del 2015: la francese Total vede messo a rischio un accordo da 5 miliardi di dollari sull’acquisto di petrolio iraniano, mentre Airbus e Boeing subiranno perdite milionarie a causa della provenienza statunitense di alcuni pezzi di aerei destinati alla vendita in Iran.

Per l’Italia è arrivata quindi come una boccata di ossigeno la notizia del 5 Novembre, con la quale – nel rendere effettive le misure sanzionatorie – l’amministrazione Trump confermava le voci di corridoio: il nostro Paese, assieme ad altri sette alleati USA, potrà beneficiare di un’esenzione temporanea dalle sanzioni statunitensi. In ragione di interessi strategici, le restrizioni saranno sospese nei confronti di Cina, Taiwan, Italia, Grecia, India, Corea del Sud, Turchia e Giappone.

Sei mesi, quindi, nei quali l’Italia potrà mantenere il suo business con l’Iran senza conseguenze: una notizia fondamentale per il nostro Paese, quinto importatore di petrolio iraniano dopo colossi come la Cina la Turchia. Gli storici legami economici tra Roma e Teheran hanno raggiunto nel 2017 il valore di 5 miliardi di euro, ed è difficile immaginare una soluzione a breve termine per modificare questo assetto. Basti pensare che, solo con il primo set di sanzioni di agosto, l’Italia ha visto messi a rischio investimenti del valore di 30 milioni di euro.

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