La memoria di Srebrenica

La strage venne compiuta tra l’11 e il 18 luglio 1995. I miliziani dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina in quei giorni entrarono in città dopo un lungo assedio e una breve offensiva.

di Raffaele Crocco

I giorni furono tra l’11 e il 18 luglio, l’anno il 1995. I miliziani dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina in quei giorni entrarono a Srebrenica dopo un lungo assedio e una breve offensiva. Divisero i maschi fra i 12 e i 77 anni dalle donne e dai bambini, che poterono lasciare la città assieme ad un immobile e inerte contingente di caschi Blu dell’Onu, olandesi. La mattanza iniziò subito. Fu sistematica e brutale. Uccisero più di 8mila esseri umani. Li uccisero a colpi di pistola in faccia. Li uccisero mitragliandoli. Li uccisero bruciandoli vivi. Poi, li seppellirono in fosse comuni, cercando di cancellare le tracce dell’orrore, spostando i cadaveri a pezzi, anno dopo anno, per evitare che si scoprisse l’eccidio. In quel pezzo di Mondo, quella strage viene ricordata ogni anno.

Ogni anno, in questi giorni si portano al Memoriale dell’eccidio i corpi di chi viene ritrovato durante le eterne ricerche (in copertina uno scatto delle manifestazioni di quest’anno). Ora , a non farci dimenticare quello che è accaduto contribuirà un App. E’ il risultato del progetto “Srebrenica 2.0”, finanziato dal MAECI – Ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale e realizzato, assieme al Memoriale di Srebrenica, da una rete di associazioni italiane: Arci Bolzano, Arci del Trentino, Arci Firenze, Associazione Buongiorno Bosnia di Venezia, Centro Pace di Cesena e Teatro Zappa Theater di Merano. Sono associazioni da anni impegnate a tenere viva la memoria di quell’orrore, organizzando viaggi che raccontano ai più giovani cosa accadde negli anni ’90 del ‘900 nella ex Jugoslavia e che mostrano come spesso, le ragioni di quella durissima guerra siano ancora motivo di scontro.

Ai viaggi della memoria, hanno adesso affiancato questo percorso di memoria digitale. Si sviluppa in nove luoghi, che aiutano a capire come si arrivò al genocidio del luglio 1995. Chi lo ha ideato spiega che era necessario creare “un modo per riportare la memoria. A Srebrenica. Esiste il memoriale – poco fuori dalla città – ma a Srebrenica non ci sono segni di memoria pubblica rispetto a tutto quello che è successo lì dall’inizio della guerra, dall’aprile del 1992 fino alla caduta del luglio 1995”.

E’ storia comune nella moderna Bosnia Erzegovina, questa, della rimozione. Nessuno si è mai assunto la responsabilità per le mattanze. I tre popoli costituenti – usciti dalla fragile pace di Dayton del 1995, che ancora oggi tiene in piedi lo Stato – non hanno mai iniziato un percorso di confronto e pacificazione. Sono anzi arroccati nella costruzione di una “storia specifica”, che getta colpe e responsabilità esclusivamente sugli altri. Dopo trent’anni, la pace in Bosnia Erzegovina non è mai arrivata. Non si spara, non si uccide, ma la guerra sembra non essere finita. Srebrenica, con i suoi morti, di tutto questo è il monito più tragico. Dimenticare Srebrenica significherebbe scordare l’orrore. Significherebbe dimenticare l’orrore di ogni guerra.

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