La nebulosa Trump vista da Kabul e da Islamabad

L’oscura strategia del presidente sceriffo assomiglia – più muscolare - a quella di Obama. Piace agli afgani ma fa saltare i nervi al Pakistan

Con adamantina franchezza e a dimostrazione di un’amministrazione più “trasparente” della guerra afgana, il generale Kenneth McKenzie, joint staff director al Pentagono, ha fatto sapere che le truppe Usa sono 11mila e non 8.400 come si è sempre detto. Solo 2600 soldati in più! Washington chiarisce che non si tratta di un aumento di truppe: semplicemente erano già lì. Intanto si comincia a intravedere la nuova linea della guerra: ancora più soldati e più vittime civili. Ci sono già due casi con una dozzina di civili morti per raid aerei avvenuti recentemente a Logar e a Herat. Raid aerei a caccia di talebani con effetti collaterali. Ecco la nuova guerra dello sceriffo Trump che resta comunque una nebulosa. Pericolosa.

Ma come la vedono gli alleati nell’area. Cosa ne pensano a Kabul e a Islamabad? C’è chi la approva e chi ne teme gli effetti.

di Emanuele Giordana

Il 22 agosto, a oltre un mese dalla data in cui i nuovi obiettivi americani
sull’Afghanistan avrebbero dovuto essere resi noti, il presidente Trump li ha definiti
con un discorso ripreso in diretta Tv. Ma tutti gli osservatori, americani e non, sono
abbastanza concordi nel definire la nuova strategia presidenziale abbastanza oscura
e non molto dissimile da quella che aveva caratterizzato il mandato di Obama.
Quella che al momento appare una nebulosa senza obiettivi tattici – se non quello
strategico finale di “vincere! – e che dovrebbe modularsi senza un’agenda precisa
sulle richieste “che vengono dal terreno” ha lasciato perplessa buona parte dei
commentatori statunitensi e gli analisti dei Paesi della Nato che, al di là delle
dichiarazioni di principio (la fedeltà all’alleato americano), non nascondono le
preoccupazioni per un nuovo surge di cui non si capisce né la portata né la quantità
e la qualità di nuove possibili truppe, né quali esattamente saranno gli accordi tra
Usa, Nato e governo afgano sulla gestione della catena di comando.
Ma la strategia di Trump, costata almeno otto mesi di gestazione e svelata in parte
col filtrare ciclico di indiscrezioni di stampa basate su fonti anonime
dell’Amministrazione, ha però certamente sollevato due reazioni, diametralmente
opposte quanto chiaramente espresse, nei due principali attori regionali:
l’Afghanistan, felice e soprattutto sollevato dalle dichiarazioni di Trump, e il
Pakistan, additato in modo più violento che in passato come il “cattivo”
istituzionale, eterno inaffidabile doppiogiochista, colpevole di ospitare le retrovie
talebane.

Contenti a Kabul

Il governo di Kabul aspettava con un certa ansia che il presidente americano
svelasse la sua strategia per diversi motivi: il primo, e più cogente, risiede nel fatto
che a Kabul c’è un governo debole, con un sistema economico finanziario in caduta
libera e che gode ormai di consensi ridotti al lumicino. Il fatto che gli americani
decidano di non abbandonare l’Afghanistan – cosa che si poteva temere dai molti
tweet di Trump durante la campagna elettorale – significa per Kabul non solo che il
magro flusso di denaro garantito dalla permanenza della missione alleata non si
arresterà ma che, presumibilmente, aumenterà. Il presidente ha fatto capire di voler
sostenere un miglioramento delle forze aeree locali (argomento ribadito anche dal
segretario generale della Nato), che sono l’apparato più costoso della guerra, e di
essere favorevole all’utilizzo di nuove armi come ha dimostrato la bomba da 11
tonnellate lanciata in aprile nella zona di confine col Pakistan infestata da militanti
dello Stato islamico. Infine, anche se non è chiara la quantità di “stivali sul terreno”
che Washington è disposta a impiegare, è evidente che un aumento di uomini ci
sarà e che lo stesso avverrà, pur se con riluttanza, anche per i partner Nato. Nuove
truppe significano più denaro fresco e più spese che ridaranno fiato all’economia di
guerra (che che ai tempi in cui la coalizione contava 130mila soldati, andava a
gonfie vele), con nuove commesse, posti di lavoro e un possibile rilancio di settori
come la logistica e l’edilizia oltre a un rafforzamento della moneta. La presenza
resta garantita, sia sul piano militare, sia sul piano politico. Infine Kabul potrebbe
sentirsi rassicurata anche dal fatto che, accanto a Trump, ci sono tre generali: il
consigliere per la sicurezza McMaster, il titolare della difesa Mattis e il capo di
gabinetto Kelly. Dovrebbero esser loro a garantire la continuità (e la mano più
pesante) chiesta da mesi dal generale John Nicholson, al comando delle truppe Usa
e Nato nel Paese. L'unico vero ostacolo all’interno dell’Amministrazione è infatti
andato a casa: con il siluramento di Bannon, il capo stratega della Casa Bianca – il
più cauto e il più contrario a un nuovo surge – le cose andranno come devono
andare, garantendo a Kabul di tornare ad essere, da Cenerentola del Pentagono, una
nuova reginetta, pur se in forma più contenuta che in passato.

Scontenti a Islamabad

Quanto a Kabul si festeggia, tanto a Islamabad si mastica amaro. Nel discorso di
Trump il Pakistan è stato uno degli elementi centrali del “piano” e il responsabile
maggiore, nelle parole del presidente, di una guerra che non si riesce a vincere.
Tanto rapidi sono stati gli apprezzamenti di Kabul (poche ore dopo il discorso,
Trump incassava il plauso dell’ambasciatore afgano a Washington e subito dopo
quello di Ghani e del suo governo) tanto veloci sono state le rimostranze pachistane
che hanno avuto una buona eco anche nelle dichiarazioni della Cina, il Paese più
solidale con Islamabad. Il Pakistan – che versa tra l’altro in un momento complesso
della sua vita politica dopo l’uscita di scena del premier Nawaz Sharif per il
cosiddetto scandalo Panamaleaks – si è indignato per il tenore delle accuse – per
altro non molto diverse da quelle sempre avanzate dall’amministrazione Obama –
ma soprattutto perché Trump si è rivolto all’India chiedendole uno sforzo maggiore
nel Paese dell’Hindukush: un invito che, alle orecchie pachistane, suona come un
via libera a Delhi per rafforzare la testa di ponte già creata in Afghanistan con
l’apertura di consolati, l’esborso di aiuti economici e progetti di formazione per
l’esercito afgano. Un consolidamento che Islamabad vede come il fumo negli occhi.
Infine, Trump ha omesso di ricordare, cosa che la diplomazia americana ha invece
sempre fatto, di enumerare almeno gli sforzi del governo contro gli islamisti e il
tributo di sangue pagato dai suoi militari nelle aree di confine. Senza contare il
fratto che, se i talebani afgani hanno i loro santuari in Pakistan, i talebani pachistani
godono in Afghanistan della possibilità di sfuggire alla giustizia del Paese dei puri.

Incognite sul futuro

Se lo si guarda da Kabul e da Islamabad l’oscuro piano afgano di Trump resta
dunque una nebulosa con luci e ombre non priva di rischi. I rapporti con Kabul
sono ottimi ma sono basati sulla debolezza di un governo senza consensi e disposto
a tutto pur di ricevere nuovi finanziamenti esterni. Un alleato debole in un quadro
complesso. I rapporti col Pakistan rischiano invece di peggiorare e nessuno meglio
di Islamabad può far deragliare qualsiasi processo negoziale. Processo su cui merita
spendere una parola. Trump ha invitato i talebani a scendere a patti ma li ha anche
minacciati, con uno stile da sceriffo, senza alcuna concessione. Una parafrasi delle
sue parole l’ha poi fatta due giorni dopo il suo discorso, il generale Nicholson a
Kabul che ha apostrofato la guerriglia in turbante “banda di criminali”, dediti al
traffico di droga e ai rapimenti a scopo di estorsione. Invitare il nemico al tavolo
negoziale minacciandolo di morte e dandogli dell’assassino, può forse funzionare
come mossa tattica ma è l’esatto opposto di una strategia diplomatica che dovrebbe,
con cautela, costruire le condizioni per far tacere le armi e tentare un dialogo che
vada oltre gli insulti. La sensazione è che, dal punto di vista diplomatico, gli Stati
Uniti si stiano infilando in un ginepraio che complicherà le cose più che renderle
chiare. E se queste son le premesse politiche anche la guerra rischia di essere
l’ennesima nebulosa senza via d’uscita.

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