La sfida del 12 luglio

In Irlanda del Nord sei giorni di incidenti con la polizia e ordigni contro la casa di Gerry Adams e di altri esponenti repubblicani. La “Nuova IRA” e gli effetti della chiusura nazionalista che attanaglia l’Europa

di Lucia Frigo

Ordigni esplosivi sono stati lanciati a Belfast, nella notte tra venerdi e sabato, contro la casa di Gerry Adams, storico leader del Sinn Féin, ex braccio politico dell’Ira, e contro quelle di altri esponenti repubblicani. Tra queste, quella di Bobby Storey, considerato un eroe della resistenza irlandese. Gli attentati seguono una scia di violenze iniziate nei giorni scorsi a Derry, dove sono state lanciate decine di bombe molotov e due ordigni artigianali contro gli agenti: la sesta giornata consecutiva di violenze.

Nei giorni scorsi dunque il Paese è stato scosso ancora una volta da scontri e attentati che ricordano tristemente l’atmosfera degli anni ’70 e ’80: l’occasione scatenante, la celebrazione del 12 Luglio, “The twelfth” una contestatissima festa nazionale di stampo protestante. Si commemora infatti la vittoria dell’inglesissimo (in realtà, olandese) Guglielmo d’Orange sul re cattolico Giacomo II.
L’Irlanda del Nord sembra tornare a rivivere scenari che credeva di aver lasciato negli anni ’90. Sono passati esattamente vent’anni dall’accordo di pace di Belfast, che aveva posto fine al conflitto nordirlandese, noto con il nome di “the troubles” e il Paese, per quanto sia tornato alla normalità, fatica a superare il passato e le divisioni che sono in realtà vecchie di secoli. Resta infine più che mai vivida la distinzione tra la cultura cattolica, legata nell’immaginario e nella memoria collettivi alla fazione filo-irlandese, unionista, e quella protestante, filo-britannica (c.d. lealisti, perché leali alla corona britannica).

La celebrazione di luglio

Da sempre,la celebrazione del 12 luglio porta con sé una scia di criticismo. Innanzitutto, è paradossalmente una festività quasi dimenticata nella madrepatria inglese, ma ostentatamente sostenuta proprio in Irlanda del Nord dove il tema è più sensibile; inoltre, la comunità cattolica ne denuncia il significato fortemente lealista, trionfalista e settario. E non a torto, ricordando che con quella “Gloriosa rivoluzione” del 1690 iniziava la supremazia protestante della corona inglese, che non tardò a schiacciare le minoranze cattoliche in tutto il Regno Unito.

La città di Derry/Londonderry, famosa per essere un baluardo cattolico ai tempi del conflitto civile, aveva sospeso la parata del 12 Luglio negli ultimi cinque anni per evitare i disordini che le sono da sempre associati: la decisione di far sfilare invece quest’anno l’Ordine Lealista d’Orange (la storica società autoproclamatasi “a difesa degli interessi e della supremazia protestanti”) è stata accompagnata da sei giorni di violentissime proteste e di bombe molotov lanciate contro la polizia schierata, anche ad opera di ragazzini e giovani militanti di quella che la polizia denuncia come “Nuova IRA”.

La “Nuova IRA”

Questa giovane cellula di dissidenti repubblicani (perlopiù giovani adulti, ma anche molti minorenni come risulta dai fermi di questi giorni) si dimostra spericolata e decisa: granate improvvisate sono state lanciate contro i locali della polizia; i cittadini hanno descritto “scene di guerra” con barricate, esplosivi contro i veicoli e una enorme quantità di forze armate impiegate nei punti critici. Nel frattempo qualche sporadica sommossa a Belfast è sfociata in due dispositivi esplosivi lanciati contro le case di due esponenti del partito filo-Irlandese Sean Fenn, fortunatamente senza causare feriti.

La tensione politica sale, e a poco sembra essere valsa la marcia di pace tenutasi ieri a Londonderry per far cessare le ribellioni. Il segretario dell’Ordine di Orange ha dichiarato che “prima che l’Ordine arrivi ad incontrarsi con il partito Sean Fenn dovrà passare almeno una, forse due generazioni”, e così le parti rimangono barricate in sé stesse e lontane dal confronto. Nel frattempo, lo scontento nei confronti della gestione della questione Brexit cresce: la popolazione Nordirlandese teme un confine duro con l’Irlanda che metterebbe a repentaglio non solo l’economia nazionale, ma la pace nell’isola. E le fazioni estremiste, da entrambi i lati, assorbono il malumore per fomentare conflitti irrisolti.
Ci sono molti motivi per non sottovalutare quello che sta accadendo in Irlanda del Nord: prima di tutto, perchè dimostra all’Europa dei nazionalismi crescenti che i discorsi basati sull’ “orgoglio di un popolo” non sono da pronunciare alla leggera e possono essere pericolosi, così come sono pericolose le feste che celebrano una bandiera e un passato senza concedere una riflessione e una voce anche a chi ha vissuto quel passato diversamente. Inoltre, perché ricorda all’Europa che erge muri e che invoca confini chiusi (http://www.atlanteguerre.it/solo-muri-siamo-inglesi-ce-la-barriera-anti-profugo/) che le frontiere non risolvono le questioni culturali. I muri di Belfast, di Derry e dell’Irlanda del Nord hanno dimostrato nel secolo scorso di non poter sostituire l’integrazione. Il confine ancora aperto – ancora europeo – tra Irlanda e Nord Irlanda ha provato invece in questi ultimi vent’anni che ad arricchire sono l’interazione e il confronto.

Nell’immagine di copertina, la City Hall di Belfast la città degli attentati di venerdi notte

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