La “soluzione finale” di Israele per Gaza. Il Punto

Un piano dove c'è un futuro apparentemente senza prospettive per l’intero territorio palestinese di fatto controllato da Tel Aviv

di Raffaele Crocco

Nessuno Stato palestinese in futuro, nessuna influenza straniera su possibili accordi permanenti e morte ufficiale dell’Unrwa, l’Agenzia delle nazioni Unite per i Rifugiati palestinesi. Si delinea con chiarezza, ormai, il piano del Governo israeliano sul futuro della Striscia di Gaza e del popolo palestinese. Un futuro apparentemente senza prospettive, con l’intero territorio di fatto controllato da Israele.
Il piano è stato presentato in settimana, nei medesimi giorni in cui è apparso chiaro che non ci sono prospettive reali di un accordo fra Governo israeliano e Hamas per un cessate il fuoco. L’operazione militare israeliana prosegue, con bombardamenti e scontri sul terreno che hanno portato, secondo i dati israeliani, alla morte di centinaia di militanti dell’organizzazione palestinese. Dato probabile, ma non verificabile e che comunque non altera il dato irreale e drammatico della morte, in questi mesi, di almeno 31mila civili: almeno un terzo sono bambini.

La pressione internazionale per una soluzione alla crisi non scalfisce il governo Netanyahu, ormai concentrato su una “soluzione finale” alla questione palestinese. Esclusa, appunta, la possibilità della nascita di uno Stato di Palestina, così come prevista dalle risoluzioni internazionali e dagli accordi, Netanyahu prevede in futuro che a Gaza l’amministrazione civile e l’ordine pubblico siano gestiti da funzionari locali con esperienza amministrativa lontani da Paesi o entità che sostengono il terrorismo. Quindi, nessuna forma di autogoverno palestinese, nessuna elezione democratica all’interno di quel territorio. Ci sarà, poi, la chiusura del valico di frontiera al confine sud della Striscia, quello con l’Egitto, realizzata con l’aiuto di Stati Uniti e Egitto. Ipotesi, questa, che ha subito ricevuto il secco no dei due Paesi. Infine, nelle intenzioni del governo di Israele, dovrebbe essere creato un territorio “cuscinetto di sicurezza” all’interno della Striscia. Anche questo progetto ha ricevuto, per ora, il no di Washington, che sostiene la necessità di mantenere l’integrità territoriale della Striscia.

La ricerca di un futuro a Tel Aviv non toglie il drammatico presente dei palestinesi. A Gaza si muore anche di fame e 25 grandi organizzazioni umanitarie hanno scritto e pubblicato un appello per ricordare al Mondo che i lanci di aiuti dal cielo non bastano in alcun modo per “venire incontro agli enormi bisogni umanitari: due milioni e 300mila persone che vivono in condizioni estreme di sopravvivenza non possono essere alimentate dal cielo. I lanci via paracadute non possono fornire la quantità di aiuti che può essere trasportata via terra. Un convoglio di cinque camion può portare 100 tonnellate di assistenza salvavita, mentre i lanci dal cielo possono portarne ogni volta poche tonnellate”. L’appello è davvero drammatico e fotografa la situazione e la priorità di questo momento.

Mentre si muore a Gaza e Tel Aviv tenta di tracciare con la forza i nuovi confini d’Israele e i nuovi equilibri nell’area, il gioco del Risiko mondiale prosegue nel Mar Rosso. Gli attacchi degli yemeniti Houthi contro le navi mercantili europee e filoamericane prosegue. E le flotte schierate a difesa di traffici, sia quella creata dall’alleanza nordamericana, sia quella dell’Unione Europea, continuano le missioni di difesa delle navi e di attacco alle postazioni Houthi. Il portavoce del governo yemenita ha raccontato alla Reuters che almeno 11 persone sono morte e altre 14 sono rimaste ferite negli attacchi aerei condotti lunedì da Stati Uniti e Gran Bretagna su città portuali nello Yemen occidentale. E’ uno scontro che sta costando caro agli Stati Uniti e ai Paesi Europei. In quattro mesi, sono stati più di quarantacinque gli attacchi lanciati con missili e droni da poche migliaia di euro contro le navi in transito. La risposta militare è stata costosissima, con navi dispiegate e preziosi missili navali – il valore varia dal milione ai quattro milioni di dollari ciascuno – impiegati per rispondere agli attacchi.

Una sproporzione di costi che mette in dubbio la capacità di Stati Uniti ed Europa di sostenere a lungo le missioni. La realtà, dicono gli esperti, è che nel Risiko mondiale in atto le forze “filoamericane” stanno sostenendo uno sforzo economico enorme nel contrastare militarmente gli “antagonisti”. E’ quanto sta accadendo con la guerra in Ucraina, giunta al giorno 750 dall’invasione russa. L’Unione Europea ha annunciato altri 5miliardi di euro in aiuti militari a Kiev, invitando gli Stati Uniti a decidere rapidamente per l’invio di nuovi aiuti. Mosca, dal canto suo continua a bombardare le città ucraine, mettendo sotto tiro i civili e Putin annuncia di essere pronto a schierare truppe russe ai confini con la Finlandia, appena formalizzato l’ingresso di Helnski nella Nato. Lo spettro di un allargamento del conflitto resta, alimentato dalle velate minacce nucleari del Cremlino e dagli appelli del presidente Zelensky a sostenere Kiev nella lotta “per la difesa di tutte le democrazie”. Anche qui, come in Palestina, immaginare un negoziato reale resta un sogno. Nessuna diplomazia trova posto e futuro. E la guerra continua.

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