La spina militare nel fianco del Myanmar

Sotto accusa la guerra e l'esercito della fragile democrazia asiatica. La denuncia di Amnesty e le sanzioni di Londra mentre gli uomini in divisa si autoassolvono

Amnesty Internationl, il governo britannico, le associazioni della società civile: tutte contro Tatmadaw, come l’esercito birmano è conosciuto, che torna a essere protagonista della cronaca di una guerra che interessa soprattutto i due Stati nordoccidentali Rakhine e Chin ma anche la maledetta vicenda dei Rohingya e persino la recente frana che ha sepolto oltre 170 minatore nello Stato del Kachin. Secondo quanto sostiene Amnesty International, ci sono prove che dimostrano come attacchi aerei indiscriminati da parte dell’esercito abbiano ucciso civili nei due Stati nordoccidentali. Una denuncia che segue la decisione di Londra di imporre sanzioni al capo e al vice capo di Tatmadaw mentre la Ue sta ancora valutando se punire Yangon sul piano economico. E se Usa e Ue, Italia compresa, hanno appena cancellato il debito birmano per sostenere il Paese a causa del Covid (pochi casi ma collasso di lavoro e turismo), Tatmadaw si segnala ancora un volta come la spina nel fianco del governo civile del Paese che a novembre si appresta a votare.

Lo Stato del Rakhine è noto per l’espulsione dei Rohingya del 2017 ma adesso la battaglia infuria con l’Arakan Army, un esercito buddista secessionista con cui ci si scontra anche nel vicino Chin. I bombardamenti dei mesi scorsi, attacchi e incendi ai villaggi, la fuga di migliaia di sfollati avvengono soprattutto nell’area di Paletwa nel Chin e sulla frontiera tra Chin e Rakhine dove da oltre un anno Internet non è agibile. “Mentre le autorità del Myanmar esortavano le persone a rimanere a casa per il Covid-19, in Rakhine e Chin i militari stavano bruciando case e uccidendo civili in attacchi indiscriminati che equivalgono a crimini di guerra”, dice Nicholas Bequelin, direttore regionale del Pacifico di AI. E “nonostante le crescenti pressioni internazionali, anche alla Corte internazionale di giustizia, le scioccanti testimonianze raccolte mostrano quanto sia ancora profonda l’impunità nei ranghi militari del Myanmar.”

L’organizzazione ha condotto interviste a distanza sulle operazioni militari, attacchi aerei e bombardamenti e ha analizzato filmati di violazioni e nuove immagini satellitari di villaggi bruciati. Il conflitto si è intensificato dal 4 gennaio 2019 quando l’AA ha colpito diversi posti di polizia nel Rakhine con conseguenti reazioni di Tatmadaw. Tra marzo e aprile 2020 – come abbiamo documentato sull’Atlante, mentre la tregua invocata dall’Onu non aveva prodotto  risultati, i morti tra Rakhine e Chin erano una cinquantina mentre a maggio il segretario generale dell’Onu stimava ad almeno 160mila gli sfollati dovuti ai combattimenti con AA cui si sono aggiunte, dice ora Amnesty, altre 10mila persone nei giorni scorsi. La guerra continua.

Non è passato comunque  tutto inosservato: lunedì scorso Londra ha imposto sanzioni al comandante dell’esercito Min Aung Hlaing e al suo vice Soe Win per il loro coinvolgimento nella “violenza sistematica e brutale contro i Rohingya e altre minoranze”, accuse respinte da Tatmadaw ma che si basano su un ennesimo rapporto di una missione Onu reso noto nel 2019. Londra però si smarca dalla Ue: mentre l’Unione valuta di sospendere la clausola commerciale di nazione favorita, il Regno Unito vuole colpire i responsabili ma non, dicono al Foreign Office, l’economia del Paese.

Intanto pero’ Tatmadaw si autoassolve: se è pur vero che una corte militare ha condannato degli ufficiali proprio per un episodio stragista nel Rakhine, è anche vero che non si conosce la pena comminata. Infine l’esercito sta ora valutando l’insieme degli episodi del 2017 ma sulla base del rapporto stilato dall’Icoe (Indipendent Commission of Enquiry guidata dal diplomatico filippino Rosario Manalo), che si è occupata di uccisioni di massa in tre villaggi e ha stabilito che furono uccise centinaia di persone ma che non si puo’ parlare di genocidio in quanto le vittime sono da attribuire sia a Tatmadaw sia all’Arsa (un esilissimo gruppo di resistenza rohingya) sia a civili. Un commissione di inchiesta nata nel 2018 e un rapporto (uscito a gennaio) con cui Yangon ha cercato di dar seguito al suo rifiuto di un’indagine dell’Onu che avrebbe certamente dato maggiori garanzie di indipendenza ma che rischiava di tornare sul tema genocidario.

Cosa  valuteranno adesso i giudici militari resta da vedere ma la quasi certezza di un auto assoluzione è nelle corde sia del governo civile sia di Tatmadaw. Soprattutto di Tatmadaw che in questi giorni si è vista attribuire dall’ufficio di presidenza del Myanmar uno dei sei incarichi nella commissione d’inchiesta – guidato dal Ministro dell’ambiente Ohn Win – sulla frana che ha ucciso la scorsa settimana oltre 170 persone in una miniera di giada dello stato di Kachin. Si tratta – spiegano fonti di stampa – del generale Soe Htut, Ministro degli affari interni (di nomina militare), che è anche uno dei maggiori azionisti singoli della Myanma Economic Holdings Limited (MEHL), un ampio conglomerato controllato dai militari che ha il maggior numero di licenze per scavare la giada del Kachin.

(Red/E.G.)

In copertina, carro armato di fabbricazione cinese in dotazione a Tatmadaw

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