La Svezia a un passo dalla Nato, col futuro dei curdi ancora in gioco

Gli USA devono soddisfare le richieste della Turchia per fargli togliere il veto sull’allargamento dell’Alleanza Atlantica. La disputa è incentrata sulla richiesta di F-16 da parte di Ankara. Incerto il futuro dei curdi bombardati da Ankara nel nord di Siria e Iraq

di Antonio Michele Storto

Se è ormai pacifico che il 2024 sarà l’anno che vedrà la Svezia diventare il 32esimo stato NATO, tutt’altro che certe restano invece le tempistiche con cui ciò potrà accadere. L’inciampo principale – al netto dell’attendismo ungherese – è ancora rappresentato dal veto posto ormai un anno e mezzo fa da Ankara, che sul dossier è decisa a giocarsi fino all’ultima di una serie di carte che reputa imprescindibili. Dalla Commissione affari esteri turca, l’ok all’adesione svedese è arrivato subito dopo Natale, ma il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha contestualmente fatto capire che il voto in plenaria del Parlamento con la sua successiva firma, necessari a chiudere la partita, non saranno a buon mercato .

Oggetto del contendere – ultimo di una lunga serie – è attualmente la fornitura di quaranta jet F-16 “Block 70” che da oltre un anno la Turchia continua a chiedere a Washington, unitamente agli 80 kit necessari ad ammodernare i velivoli già in possesso della sua aviazione. Sul finire di dicembre, Erdogan ha ribadito il suo scontento circa le tempistiche prospettate dall’omologo statunitense Joe Biden, che si è impegnato a far approvare in Congresso la provvigione solo una volta che il veto turco sarà pienamente rimosso.
“Se per lui (Biden, nda) c’è il Congresso, da noi è al Parlamento che spetta decidere” ha più volte ripetuto, stizzito, il Presidente turco, che ambisce a rovesciare le tempistiche di quello che a tutti gli effetti va configurandosi come un baratto: prima la fornitura militare, subito dopo la ratifica turca per l’adesione svedese alla NATO.

A ballare, sul tavolo negoziale, è ancora una volta il futuro di quella galassia di sigle della sinistra curda che – tra la Siria e l’Iraq settentrionali – sono legate da un intreccio di vincoli politico-militari ai guerriglieri del PKK, nemici giurati che Ankara punta apertamente ad annientare. E non è difficile pronosticare che i nuovi jet andranno a martellare proprio il Rojava (in Siria) e l’area montuosa di Qandil (in Iraq), ovvero le due regioni confinanti con la Turchia meridionale che da oltre un decennio (tre, nel caso iracheno) sono interessate da esperimenti d’autogoverno a guida curda.

Dallo scorso settembre, la campagna d’incursioni aeree lanciata dall’aviazione turca contro il Rojava ha conosciuto una nuova, drammatica impennata: soltanto tra Natale e Santo Stefano sono stati ben 48 gli attacchi – praticamente uno per ogni ora – che hanno colpito infrastrutture energetiche, agricole e sanitarie, uccidendo 8 civili e ferendone parecchi altri.
Un martellamento che rientra tra le ragioni del veto posto da un pugno di congressman statunitensi alla vendita degli F-16, dal momento che i guerriglieri curdi restano tuttora i principali alleati di Washington nel contrasto allo Stato Islamico nel nord della Siria: ai primi di ottobre, il Pentagono si è trovato a comunicare di aver abbattuto – in un episodio giudicato “deplorevole” – un drone armato turco, che nella zona continuava ad attaccare le forze curde a meno di 500 metri dall’acquartieramento statunitense, ignorandone le ripetute richieste di stop.

“In realtà – illustra Alessandro Politi, analista e direttore della NATO Defense College Foundation – simili differenze di posizione tra Turchia e Stati Uniti sono ormai databili intorno agli anni Novanta: si tratta di un intreccio di divergenze d’interessi strategici e di attriti relativi, per l’appunto, alla cessione di armamenti. I circoli governativi turchi si sono sempre lamentati di una certa differenza di trattamento rispetto ad altri alleati NATO, come la Grecia: c’è dunque un sostrato a cui si aggiungono queste ulteriori tensioni. Di fatto, oggi una parte del Congresso statunitense è ostile all’idea di fornire ulteriori armamenti ad Ankara, perché la considera un alleato meno affidabile che in passato. Ed è notevole che alcuni influenti thinktank statunitensi abbiano pubblicamente ipotizzato come, in linea teorica, si potrebbe considerare l’espulsione della Turchia dalla NATO”, fa notare Politi.

Da Ankara, in effetti, l’allineamento agli interessi NATO è stato a più riprese condizionato a una serie di diktat di politica estera: la stessa richiesta d’adesione da parte di Svezia e Finlandia ha rappresentato l’occasione per regolare una serie di contenziosi bilaterali che, in larghissima parte, ruotano proprio attorno all’annosa “questione curda”.

Dalla primavera del 2022, a Stoccolma – contestualmente accusata d’essere divenuta porto franco per terroristi e cospiratori anti-turchi – il governo turco ha chiesto l’estradizione di decine di rifugiati, che ritiene in gran parte legati all’insurrezionalismo curdo o alla rete dell’esule e leader politico-religioso Fetullah Gulen. Tra questi, figurano elementi di spicco della società svedese come Amineh Kakabaveh, curdo-iraniana con un adolescenza passata tra le fila della sigla paramilitare Komala, che dall’età di 19 anni è rifugiata in Svezia, dove dal 2008 siede anche in Parlamento. O Bülent Keneş, ex caporedattore dello Zaman, quotidiano legato al movimento gulenista, i cui giornalisti, dopo il fallito Colpo di Stato del 2016, si sono trovati in molti casi costretti a espatriare.

La stragrande maggioranza di queste richieste sono state rigettate dalla Corte suprema svedese; ma la scorsa primavera Stoccolma ha finito per cedere sul fronte legislativo, varando una legge antiterrorismo che dilata drasticamente la fattispecie della complicità, punendo anche chi offra cibo, alloggio, babysitting, spostamenti in macchina e diverse altre forme di sostegno a individui ritenuti a vario titolo esponenti di organizzazioni terroristiche. Alla norma è poi seguito il ritiro dell’embargo che la Svezia aveva posto sugli armamenti prodotti da aziende turche: in teoria, doveva essere questo l’ultimo ostacolo da aggirare, prima che Ankara decidesse di utilizzare il dossier per regolare un ultimo conto anche con gli Stati Uniti.

“In realtà – prevede il direttore della NATO Defense College Foundation Politi – è ragionevole ritenere che anche stavolta Ankara e Washington riusciranno a trovare una convergenza. Con la sua gestione degli stretti marittimi, con la sua politica nel Mediterraneo e nel Mar Nero, oltre che ai confini con Siria ed Iraq, la Turchia non fa che riaffermare i suoi interessi nazionali: lo ha fatto nella guerra ucraina e in quella siriana, nelle crisi migratorie e su numerosi altri tavoli. Oggi, è impensabile che la NATO o gli Stati Uniti possano darle il benservito. Per questo – ricorda Politi – i curdi saranno costretti a seguire con grande attenzione l’evolversi degli eventi. Nello scenario migliore, soprattutto qualora la questione riesca a chiudersi entro il novembre prossimo, potranno forse sperare di riuscire a strappare, con la mediazione statunitense, una serie di tutele. In caso contrario, il rischio è che ancora una volta vengano abbandonati a se stessi”.

Per saperne di più, leggi la nostra scheda conflitto sull’Iraq e quella sulla Siria

*In copertina le bandiere di Svezia, NATO e Turchia © Vitalii Vodolazskyi /Shutterstock.com

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