L’anno nero dell’Afghanistan

Nel 2020 si è registrato il più alto numero di vittime dall’inizio del conflitto. La difficoltà dell'aiuto umanitario nell'intervista a un operatore di Intersos

di Stefano Bocconetti

Numeri. Che comunque trovi quasi solo sui siti delle organizzazioni umanitarie. Numeri tragici, impietosi. E notiziole. Piccole. Sempre uguali: bombe, stragi. Da vent’anni. Ma l’Afghanistan è molto di più. Di più complesso, di più difficile. Matteo Brunelli, 33 anni, è appena tornato da Kabul. Giovane, eppure ha una lunga esperienza sul campo, tanto da diventare vice direttore regionale nei programmi dell’organizzazione umanitaria Intersos. In Afghanistan c’è già stato, sempre a portare aiuti umanitari.

È la persona giusta, insomma, per capire cosa accade. E allora non si può che partire da qui: rispetto agli anni scorsi, è cambiato qualcosa?

Se dovessi risponderti in modo secco ti direi di sì, che è cambiato. In peggio. Basti pensare che quest’anno, nel 2020, abbiamo dovuto registrare il più alto numero di vittime dall’inizio del conflitto. Il più alto da vent’anni a questa parte.

E la situazione è più difficile anche a Kandahar o ad Helmand, dove Intersos concentra il grosso dei suoi interventi?

Calcola che il sud del paese è diventato l’epicentro di un’offensiva militare. Quel che sta avvenendo in Afghanistan più o meno, lo sanno tutti: l’apertura dei colloqui fra Usa e talebani in qualche modo ha ratificato la situazione reale, dove i gruppi non governativi controllano quasi il sessanta per cento del territorio. Colloqui, che si sono portati dietro una valanga di problemi politici, col governo di Kabul che si è sentito estromesso ed in qualche modo ha provato a reagire ma ha mostrato solo una profonda frammentazione al suo interno. Con l’aumento dell’instabilità. Dunque, l’annuncio delle trattative non ha portato ad un allentamento della pressione militare. Anzi. Tutto racconta che i gruppi armati hanno aperto veri e propri fronti di guerra, quasi che vogliano arrivare ai colloqui in posizione di maggior forza.

Questo cambia il vostro modo di lavorare?

È un eufemismo dire che cambia. È tutto drammaticamente più difficile. Immagina solo cosa può significare avere strutture, personale, attività nelle zone, per esempio attorno a Kandahar o ad Helmand – zone fino a ieri controllate dai governativi e dai loro alleati internazionali – con un’offensiva militare in corso. Con un’offensiva cruenta. Le persone scappano, provano a scappare. E noi dobbiamo seguirle, riprovare a riattivare l’assistenza umanitaria dove si fermano, dove trovano rifugio. Si sposta il fronte, avanza il fronte e noi dobbiamo stargli dietro.

Si rinuncia a qualcosa?

Naturalmente alcuni servizi abbiamo dovuti sospenderli ed altrettanto ovviamente una delle prime preoccupazioni è mettere in sicurezza lo staff. Ma ti posso assicurare che, seppur con mille difficoltà, seguiamo il flusso delle persone che assistiamo. Anche chi resta indietro.

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Chi resta indietro resta nelle zone controllate dai talebani.

Interveniamo anche lì. Riusciamo ad intervenire anche lì, discutendo, trattando con le autorità locali.

A fare?

Quello che facciamo da anni. Abbiamo gli interventi di medicina di base, abbiamo gli interventi di protezione. Abbiamo le equipe mobile che riescono a raggiungere le zone più lontane, quelle che il servizio sanitario non l’hanno mai visto. Facciamo un’intensa attività di screening. Tanto più in questo periodo.

Già il covid, la pandemia. Com’è la situazione?

Pure qui, credo che chiunque possa immaginare il quadro. Con strutture sanitarie e capacità diagnostiche decisamente inadeguate. Di fatto, proprio in questi giorni, è partita quella che possiamo definire una seconda ondata. Con un problema, in più, però. Perché c’è una generale disinformazione sull’argomento, quasi un diniego della malattia. A tutti i livelli. Fra le autorità ma anche nelle comunità. E questo, si traduce in uno sforzo in più per noi: corsi di formazione per il personale, incontri con le persone per spiegare con che cosa hanno a che fare, monitoraggio. Coordinamento con le strutture sanitarie esistenti, distribuzione dei kit di prevenzione nelle zone più sperdute, Dove le comunità sono spesso solo famiglie allargate, conviventi, e dove – immagina – il distanziamento è impossibile.

Questo sul “fronte” medico. Ma non solo, giusto?

Esatto. Tante risorse, tante persone e mezzi li impieghiamo nel sostegno psicologico alle categorie più deboli. A quelle più esposte. Forniamo loro assistenza legale. Sostegno e – dove si può – un aiuto per provare a cambiare il corso delle cose, il corso delle loro vite. Anche qui, con difficoltà gigantesche che puoi ben comprendere.

Per essere espliciti.

C’è bisogno di una premessa: che gli interventi di Intersos – non parlo solo dell’Afghanistan parlo di tutti i nostri interventi – si realizzano sempre nel pieno e profondo rispetto delle culture locali. Dei costumi locali. Non è un mistero però che qui più che altrove, pesino i retaggi del passato. Penso, l’avrai capito, alla condizione delle donne. Tema che, sul campo, diventa una vera e propria sabbia mobile. Questo comporta un’attenzione maggiore alle dinamiche che utilizzi, a come ti presenti. A come riesci ad offrire sostegno psicologico.

E come ci riuscite?

Spesso utilizzando proprio l’intervento medico. L’approccio sanitario ti consente di contattare personalmente le singole donne. A quel punto, il tuo intervento è accettato dalla comunità e diventa un punto di accesso per diverse azioni di protezione e supporto, incluso il sostegno psicologico.

Il quadro che disegni sembra piuttosto scuro, nero. Ma davvero non ci sono segnali di un risveglio della società civile?

Ci sono eccome. È sui media che se ne parla poco. Pensa solo che meno di un mese fa c’è stato un attentato, con un bilancio pesantissimo di vittime, all’università di Kabul. Dopo la strage, dopo l’ennesima strage, stavolta gli studenti si sono fatti sentire. Hanno protestato, hanno rivendicato la fine della spirale di morte. Sono segnali. Ma naturalmente parliamo di piccoli segnali e nelle zone urbane. Segnali oltretutto che non riescono ad avere alcuna interlocuzione nazionale.

E allora come ti immagini l’Afghanistan di domani?

Non è il mio mestiere. Bisogna sapere come finiranno i negoziati, si tratterà di capire, tra molte cose e difficilissimi equilibri politici da trovare, come una forza che controlla già il sessanta per cento del paese, impatterà su quella parte dell’Afghanistan che ha ormai in qualche modo interiorizzato alcuni cambiamenti. Per dirne una sai che ci sono donne in Parlamento, donne ministro. Vedremo quel che accadrà. L’unica cosa che posso dirti è che se ci sarà bisogno di aiuto umanitario, Intersos ci sarà.

*In copertina Photo by Sohaib Ghyasi on Unsplash

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