Mahsa Amini: la morte, il velo, la protesta

La grande mobilitazione seguita all'uccisione della ragazza scuote l'Iran a vari livelli. Gli scenari e cosa potrebbe accadere nell'intervista a Marina Forti

di Alice Pistolesi

La morte di Mahsa Amini, la ragazza arrestata a Teheran dalla polizia morale perché non portava il velo in modo ‘appropriato’ e morta dopo tre giorni in ospedale a causa dei maltrattamenti subìti, sta scuotendo l’Iran. Mahsa Amini, 22 anni, era originaria del Kurdistan iraniano e si trovava nella capitale con il fratello quando è stata arrestata dalla polizia. Il suo omicidio ha provocato una forte ondata di mobilitazioni in tutto il Paese. In molti casi la protesta è stata repressa dalle forze di polizia, che ha anche sparato sulla folla. Ad oggi sono almeno nove i morti tra i manifestanti e decine di feriti. Per capire cosa sta accadendo e quali sono i risvolti che questa nuova ondata di proteste potrebbe portare, abbiamo rivolto alcune domande a Marina Forti, giornalista e scrittrice e profonda conoscitrice dell’Iran.

Cosa sta succedendo in Iran e quali sono le caratteristiche di questa maxi protesta?

È in corso un’enorme mobilitazione in tantissime città. Come in molti altri casi avvenuti in Iran dopo le proteste dell’onda verde che, nel 2009, chiedevano le dimissioni di Mahmoud Ahmadinejad, si tratta di una mobilitazione spontanea. Le proteste dell’onda verde erano diverse da quelle seguenti, più politiche, e spontanee ma anche catalizzate da figure politiche note. Le proteste di oggi sono invece spontanee: proprio come era avvenuto per altri moti di protesta degli ultimi anni, per il rialzo dei prezzi della benzina o dei generi alimentari, o per la crisi idrica dovuta alla siccità e a una pessima gestione dell’acqua in molte aree del Paese.

Questa è forse la prima volta che una protesta di queste dimensioni riguarda la polizia morale e l’hijab. È una mobilitazione interessante anche perché sta coinvolgendo in primis le donne, ma sono molti anche gli uomini che partecipano. Si tratta poi di una protesta che coinvolge in primo luogo le nuove generazioni, ma non solo. Lo slogan che molti recitano è “Giustizia, libertà, hijab volontario”, un altro è “morte al dittatore”, ovvero quello che si gridava a suo tempo contro lo Shah.

Un momento della protesta In Iran (foto tratta da Twitter)

Cosa sta provocando questa protesta in Iran?

La brutalità è stata tale che il capo polizia morale è stato sospeso e ci sarà un’indagine interna. Il fatto ha provocato talmente tanto scalpore che anche molti deputati, non solo riformisti e dell’opposizione, lo hanno condannato. In generale la morte di una ragazza in custodia alla polizia ha fatto molta impressione a tutti i livelli.

Il dibattito sull’obbligatorietà dell’hijab non è nuovo in Iran. Potremmo essere arrivati ad un punto di svolta?

Da molti anni il Movimento delle donne iraniano (composto da tanti gruppi e associazioni) rivendica che non sia lo Stato a stabilire come le donne si debbano vestire. Questo però non lo dicono solo i movimenti femministi, ma è anzi un pensiero condiviso da molte fasce della popolazione, non solo tra i riformisti. Lo stesso ex presidente Rohani, religioso e parte della nomenclatura rivoluzionaria, ironizzava spesso sull’ossessione delle prescrizioni: una volta disse che “lo stato vuole obbligare tutti ad andare in paradiso”.

Con il passaggio alla presidenza da Hassan Rohani, una figura più riformista, al conservatore Ebrahim Raisi la situazione dal punto di vista dei diritti civili è peggiorata o quello di Mahsa Amini si può definire un caso isolato?

Con il nuovo presidente la situazione è certamente peggiorata. Il suo governo ha emanato nuove norme sull’osservanza dell’abbigliamento islamico, e la “polizia morale” si è sentita legittimata a indurire la sua presenza. Paradossalmente, credo che solo ai più oltranzisti interessi davvero se le donne mostrano un po’ di capelli: il punto è che il velo islamico è un simbolo della Repubblica islamica stessa. Se il velo cade, la Repubblica islamica non c’è più: e questo, il regime non più accettarlo. Da anni, soprattutto nelle grandi città, l’abbigliamento femminile è mano rigido che in passato. Il velo, così come gli stili di vita e in genere la cultura, sono sempre oggetto di braccio di ferro, a fasi alterne. Con i governi più riformisti e inclini alle aperture, la polizia morale si mostra meno, se non con l’arrivo dell’estate quando compaiono i vestiti più leggeri. Poi arrivano al governo correnti più oltranziste, e ricomincia il giro di vite.

Questo è stato un caso estremo. Le donne che vengono fermate vengono sgridate in strada o portate in commissariato per ‘essere moralizzate’. Qui vengono insultate, maltrattate, ma è molto raro che si arrivi a una violenza tale da uccidere una giovane donna.

A cosa potrebbe portare la protesta?

Bisogna vedere cosa succederà ai responsabili del pestaggio, se l’indagine interna porterà davvero a sanzionarli. Oggi molti chiedono a gran voce che la polizia morale venga abolita: se almeno il suo ruolo fosse ridimensionato, sarebbe già interessante. Certo è che il governo sa, o dovrebbe sapere, che nella società iraniana la rabbia e la frustrazione è tanta.

La protesta potrebbe quindi allargarsi ad altre motivazioni, in primis economiche?

Certo. Come è successo altre volte in questi anni la protesta parte da una causa e coinvolge poi molti altri aspetti. Il Paese sta attraversando una crisi economica spaventosa di cui soffre anche la classe media. I giovani non vedono prospettive future. In questo momento basta un fiammifero per incendiare la prateria. Il Regime deve quindi stare attento a non provocare l’ira dei suoi cittadini. Non c’è oggi una forza politica organizzata che punta ad abbattere il regime, ma il malcontento popolare è molto forte.

 

*In copertina foto tratta da Twitter

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