Miniere e conflitti ambientali: il caso Cile

La ricchezza del suolo, dal deserto di Atacama alla Patagonia, genera problemi a uomo e ambiente. Ecco alcuni esempi

di Alice Pistolesi

L’antica lotta tra lavoro e ambiente, tra interessi economici e tutela del territorio ha in Cile e in particolare nelle sue miniere uno dei più significativi campi di battaglia. Il Cile è un Paese minerario, ricco di risorse dal deserto di Atacama alla Patagonia. Il Nord è pieno di giacimenti di rame, ferro, molibdeno, piombo, zinco, oro, argento e litio. Moltissimo carbone si trova poi nella macro regione Meridionale. Il Cile è il primo produttore mondiale di rame e di litio, il terzo di molibdeno, il quinto di argento, il diciottesimo di oro. L’attività legata all’estrazione di minerali e alla loro esportazione rappresenta circa un terzo del Pil.

Dietro l’imponente attività estrattiva del Paese non può che nascondersi il pericolo ambientale. Su un totale di 205 conflitti ambientali mappati dall’Osservatorio dei conflitti minerari in America Latina, almeno 35 interessano il Cile. Partendo da Sud un caso emblematico è quello di Isla Riesco, la quarta isola per estensione del Cile dove la Copec-Ultramar ha elaborato cinque maxi progetti minerari per estrarre carbone a cielo aperto.

Il progetto di Mina Invierno impatta 1.500 ettari e comprende tre grandi discariche di materiale. La fascia centrale dell’isola patagonica, a 130 km da Punta Arenas e ad un passo dal Seno Otway, il paradiso dei pinguini magellani, è già inaccessibile. E la situazione non può che peggiorare. Il progetto prevede di rendere la quasi totalità dell’isola off limits. La preoccupazione degli ambientalisti, e del gruppo di cittadini Alerta Isla Riesco, è per l’abbattimento di 400 ettari di foresta vergine, il prosciugamento delle lagune, l’impatto su flora e fauna, l’inquinamento del mare, dell’aria e del suolo causato dalla polvere di carbone. Effettivamente l’isola è per un terzo protetta dalla Reserva Nacional Alacalufe, una delle più grandi del Cile, che si estende su circa 2,6 milioni di ettari ed ospita montagne, ghiacciai, fiordi, laghi, paludi e vallate. Un luogo nel quale vivono 24 specie di mammiferi, 136 di uccelli, 4 di delfini, otarie, elefanti marini, pinguini e balene.

Nonostante gli appelli degli ambientalisti e dell’attivo, ma poco numeroso gruppo Alerta Isla Riesgo, i progetti minerari non accennano a fermarsi. Sull’isola di oltre 5mila metri quadrati vivono solo 150 abitanti: troppo pochi per opporsi alle grandi compagnie minerarie. A lavorare nella miniera sono invece oltre mille persone. E proprio per la questione lavoro in una zona dove le possibilità lavorative non sono molte, lo stesso partito comunista di Punta Arenas, il maggiore per numero di iscritti nel Paese, non si è opposto al progetto.

“Abbiamo avuto e abbiamo tuttora – ha detto Dalivor Eterovic Diaz, il segretario dalla sezione – un atteggiamento di equidistanza tra i movimenti ambientalisti, che a livello ideale appoggiamo, e i lavoratori, nostri iscritti impiegati nella miniera. La questione fa parte della diatriba tra lavoro e ambiente, sempre meno sanabile”.

La miniera di Chuquicamata (foto Alice Pistolesi)

Un dubbio amletico che unisce il Sud e il Nord del Paese. La città di Calama è una città di lavoro e di malattia. A soli 9 chilometri si estende infatti la celebre Chuquicamata, la più grande miniera a cielo aperto del mondo. Presto però la miniera perderà questa particolarità e, secondo le previsioni già dal 2020, inizierà a lavorare in sotterranea. Questo comporterà molti cambiamenti, tra cui la notevole diminuzione dei lavoratori: si prevede che tra il 2019 e il 2022, 1.700 minatori perderanno il lavoro. E il paradosso è che perdere il lavoro è dura ma anche lavorare non è da meno. “Lavoro in miniera da quando avevo quindici anni – dice uno dei minatori incontrati – Guadagniamo bene, per quello non ci possiamo lamentare, ma è dura. Qui molte persone si ammalano. In molti colleghi hanno scoperto di avere la silicosi. Spesso ho paura che accada anche a me”.

Il villaggio fantasma della miniera di Chuquicamata (foto Alice Pistolesi)

La città ha un alto livello di contaminazione ed è una delle più inquinate del Paese. La principale causa di morte è il cancro e si contano più di 2mila casi di malattie respiratorie durante l’inverno.

La miniera di Chuquicamata (foto Alice Pistolesi)

Il territorio è cosparso di quelle che la stessa Codelco, l’azienda titolare della miniera, definisce ‘torte’, ovvero montagnole di terreno scavato e di scarto. Fino al 2009 oltre 15mila lavoratori con le rispettive famiglie vivevano dentro il comparto minerario, in quello che oggi è un villaggio fantasma visitato ogni anno da migliaia di turisti grazie alle visite guidate effettuate dalla stessa azienda. Quantificare chi si ammalerà a causa dell’arsenico respirato in anni di lavoro, ma anche di vita dentro il villaggio, non è ad oggi possibile. Durante la visita la stessa Codelco è costretta ad ammettere che le possibilità sono alte e che la malattie si manifestano spesso anche dopo anni. Così come si ammette che non è prevista bonifica del territorio e che i venti (che in tutto il Cile soffiano fortissimi) portano costantemente le polveri anche a Calama. Aver quindi spostato lavoratori e famiglie di 9 chilometri sembra a molti solo un palliativo.

Il villaggio fantasma della miniera di Chuquicamata (foto Alice Pistolesi)

E se si pensa che passare al green sia la salvezza per l’ambiente è necessario puntare l’attenzione sul deserto di Atacama, nel Nord del Cile. Il salare da solo contiene il 27% delle riserve mondiali stimate di litio, un elemento essenziale per le batterie di laptop, telefoni cellulari e auto elettriche.  Dal momento che il mondo si sposta verso le rinnovabili, la domanda di litio potrebbe raddoppiare entro il 2025. Per questo la Sociedad Quimica e Minera, società privatizzata sotto la dittatura di Pinochet i cui familiari possiedono ancora oggi parte rilevante delle azioni, promette di triplicare la produzione entro il 2030. Tutto questo a discapito, secondo un copione già scritto, del territorio. La notizia dell’espansione del progetto ha suscitato grande preoccupazione tra gli abitanti Atacameños del Salar, che hanno protestato apertamente contro l’espansione. Come nel caso della Patagonia anche ad Atacama è presente un combattivo gruppo di ambientalisti e in primis di cittadini. Come in Patagonia, però, l’area è troppo poco popolosa per opporsi al colosso minerario e al potere economico. Secondo le comunità gli intenti produttivi minacciano un ecosistema fragile e unico come il Salar de Atacama.

Consideriamo – scrive il comitato di difesa del Salare – il Bacino del Salar del Atacama come un sistema vivente, dove la distruzione di una sola delle sue parti influenzerà necessariamente il resto. L’acqua nel Salar è vita e quindi intendiamo come dovere etico dello Stato garantire la protezione dell’acqua per la conservazione della vita in tutte le sue forme”. Pur comprendendo – continuano – l’importanza del litio come materia prima per le batterie utilizzate in settori come le energie rinnovabili e le auto elettriche, non accettiamo in nessuna circostanza che ciò implichi il sacrificio di acqua e vita nel nostro territorio. Le batterie al litio non sono ecologiche: la loro impronta ambientale viene semplicemente ignorata”. Ci sono quindi tutte le premesse per ritenere che, alla battaglia che ha aperto questo articolo, si unisca quella dell’ecologia del futuro che dovrà necessariamente fare i conti, anche ma non solo, con la tutela del Salare.

La laguna Chaxa, nel deserto di Atacama (foto Alice Pistolesi)

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