Nicaragua: repressione e debolezza di una dittatura

Il Paese della Rivoluzione sandinista e' ormai un affare di famiglia. Analisi di una traiettoria politica

di Adalberto Belfiore

In Bolivia l’affermazione con il 52% dei consensi del Movimento verso il Socialismo, (Mas, il partito di Evo Morales) è stata letta come una ripresa dei movimenti popolari e antimperialisti in America latina, e come tale celebrata anche dal Governo “sandinista” del Nicaragua, come se questo facesse parte dello stesso schieramento. Nulla di più mistificante. In Bolivia si è assistito a elezioni regolari e monitorate internazionalmente, mentre in Nicaragua il presidente Daniel Ortega è al potere dal 2007 in base a elezioni truccate.

Non è facile rendesi conto della violenza e pervasività della repressione messa in essere in Nicaragua da Ortega e sua moglie e vicepresidente Rosario Murillo. Ogni tentativo di riunione degli oppositori viene assediata dalla polizia e dalle bande paramilitari del regime (l’11 ottobre Verónica Chavez, moglie del direttore del canale di opposizione 100% Noticias, è stata tra la vita e la morte colpita alla testa da una pietra lanciata da uno squadrista filogovernativo sotto gli occhi della polizia, che non è intervenuta) agenti delle squadre speciali entrano nelle case degli oppositori senza mandato (ma non faticherebbero a ottenerlo con una magistratura totalmente controllata dall’Esecutivo) e addirittura chiudono con lucchetti le porte delle case per impedire la partecipazione alle riunioni di un’opposizione che in queste condizioni fatica ad organizzarsi.

Nei giorni scorsi il Parlamento, controllato dal partito di governo (Fsln) e dai suoi alleati della destra, ha approvato un pacchetto di tre leggi liberticide al limite della paranoia: una dà facoltà esclusiva e insindacabile al ministero dell’Interno (Gobernación) di attribuire lo status di “agente straniero” a chiunque invii denaro dall’estero: associazioni, Ong, fondazioni ma anche le rimesse degli emigranti, che sono vitali per la sopravvivenza della maggioranza delle famiglie in un paese impoverito e spaventato, dovranno avere il beneplacito governativo. La seconda legge prevede addirittura l’ergastolo (anche se l’attuale Costituzione limita la pena massima a 30 anni) per chi commette “reati di odio e contro la pace” ed è chiaramente diretta contro gli oppositori, definiti indistintamente dallo stesso Ortega “senza anima, senza cuore, figli del demonio, criminali pieni di odio che vogliono continuare a commettere assassini, collocare bombe e causare ancora distruzioni come stanno facendo dall’aprile 2018” (quando scoppiarono grandi proteste sociali per il taglio delle pensioni e la distruzione impune delle risorse naturali, represse da polizia e squadracce di partito con un saldo di 350 morti, centinaia di prigionieri politici e desaparecidos, migliaia di feriti e decine di migliaia di profughi) malgrado che tutte le forze di opposizione – Alleanza Civica, Unità nazionale azzurro bianca, Movimento contadino e altri – abbiano dichiarato di rifiutare la violenza e di optare per forme di lotta pacifiche.

La terza legge (la cosiddetta Legge-bavaglio) prevede fino a quattro anni di carcere a chi “pubblichi notizie false o tendenziose che provochino allarme o timore nella popolazione o parte di essa”. Considerando che i canali radiotelevisivi filogovernativi (in massima parte di proprietà o sotto il controllo della famiglia Ortega) sono maestri nel produrre notizie false e tendenziose e che i pochi canali indipendenti sono soggetti a chiusure, maximulte e confisca senza base giuridica e che i giornalisti vengono processati e incarcerarti con provvedimenti arbitrari o processi farsa, è facile capire che questa legge mira a intimidire e silenziare, dopo quelle di piazza, ogni forma di dissenso anche per via telematica. È quella che il politologo ed economista nicaraguense Oscar René Vargas definisce “la strategia kamikaze” della dittatura di Ortega: alzare fino al parossismo la repressione coprendola con parvenze di legalità, sperando in tal modo di schiacciare ogni resistenza e al contempo ritardare l’adozione di sanzioni più pesanti da parte della cosiddetta comunità internazionale. Che per il momento, dopo alcune misure di un certo rilievo da parte di Stati Uniti, Canada e Unione Europea contro singoli esponenti e istituzioni del regime, tra cui la stessa vicepresidente Murillo, due suoi figli, alcuni gerarchi, il capo della polizia e la Polizia stessa come istituzione, non sembrano in grado di indurre Ortega a più miti consigli.

Anche la risoluzione appena approvata (il 21 ottobre) dall’Assemblea generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (Oea), pur condannando “la persistente violazione dei diritti umani” e dando a Ortega il maggio 2021 come termine per realizzare le riforme elettorali, è ben lontana da esercitare una pressione decisiva e tantomeno dal dichiarare illegittimo il Governo del Nicaragua, come sperava la debole opposizione. Secondo i commentatori più informati l’ex guerrigliero che si è impadronito del Paese, non ha alcuna intenzione di cedere il potere, non tratterà con l’opposizione, non permetterà il ritorno delle organizzazioni pro-diritti umani dell’Onu e dell’Oea che ha espulso nel 2019, non concederà riforme atte a garantire elezioni libere e trasparenti e punta a vincere con ogni mezzo anche le prossime elezioni del novembre 2021.
La debolezza della dittatura però sta più nella realtà socioeconomica che nella capacità di un’opposizione, democratica e non-violenta ma divisa e immatura, di farne precipitare la crisi.

Secondo i dati del Banco Centrale del Nicaragua (BNC) riportati in uno studio di Oscar René Vargas, il salario nominale medio era nel 2007 di 4.957 cordobas mensili (circa 165 US$), nel 2019 il salario minimo di un lavoratore dei governi municipali di 5.208 cordobas e quello di un lavoratore delle zone franche, le cosiddette maquilas, manifatture a forte investimento straniero, era di 5.461 mentre quello dei settori commercio turismo e trasporti di 7.661. Ma il costo della “canasta basica” (il paniere dei prodotti indispensabili di più largo consumo per una famiglia di sei persone) sempre secondo il BNC, nel giugno 2019 era di 14.159 cordobas (circa 471 US$) e quello dei soli alimenti di 9.472 (315 US$). Il salario degli stessi lavoratori del governo centrale, realisticamente in prevalenza persone legate al regime, nel 2019 era di 11.764 cordobas, e non varierà nel 2020 e nel 2021, mentre il paniere degli alimenti ha raggiunto i 15.000 cordobas. Anche questi lavoratori hanno dunque la capacità di acquistare solo il 78% dei prodotti alimentari essenziali. E i dati del BNC non dicono nulla dei lavoratori informali, valutati al 70% della popolazione attiva, e con guadagni valutati tra il 50 e il 25 % di quelli degli impieghi formali, né dei disoccupati e dei giovani in cerca di occupazione.

Solo le rimesse degli emigranti, valutate tra gennaio e agosto del 2020 in 1.186 milioni di US$, che ora il regime vuole controllare strettamente, permettono a migliaia di famiglie di non morire letteralmente di fame. Questa è la drammatica situazione che spiega l’erosione del consenso al regime (secondo una inchiesta Cid-Gallup del settembre 2020 si dichiarano a favore del governo solo il 20-25% dei nicaraguensi. Ben diversa è la situazione della Bolivia, dove la recente riaffermazione del Mas, il partito di Evo Morales di cui il presidente eletto Luis Arce era il ministro dell’economia, si spiega con l’effettivo miglioramento, nei 14 anni dei governi Morales, nelle condizioni di vita degli strati più bassi della società, passati dalla povertà assoluta a conformare quella che il vicepresidente di Morales, Álvaro Garcia Linera, ha definito “una classe media popolare” e con l’incapacità di chi ha gestito il cambio di governo di dare risposta a queste istanze. Senza con ciò voler entrare qui nel merito delle deviazioni autoritarie e caudillistiche di Morales, né delle dispute sul golpe, vero o presunto, che lo allontanò dal potere, ciò che importa è intendere la differenza con un regime, quello nicaraguense, che tenta ancora di legittimarsi come “rivoluzionario e antimperialista”.

Il Nicaragua della mitica Rivoluzione popolare sandinista degli anni 70-80 è ormai lontano anni luce. Con Ortega restano solo i bassi salari, i diritti negati (sociali, politici, economici, sindacali, umani) le disuguaglianze crescenti, la fame, la repressione, la paura e un’idea di società che somiglia sempre di più a quella non di Cuba ma della Corea del Nord. E l’arricchimento illecito e smisurato (un solo esempio: si valuta da 2.000 a 4.000 milioni di US$ il valore delle regalie di petrolio venezuelano non passati dal bilancio dello stato ma direttamente nelle casse di società private, come Albanisa, proprietà della famiglia Ortega-Murillo) di un dittatore, della sua famiglia e di una ristretta cerchia di gerarchi.

In copertina una mappa della abitazione degli Ortega a Managua in una ricostruzione de La Prensa (reportage di A. Cerda). Nel testo, la coppia Ortega Murillo

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