Palestina, esplode la rabbia

Metal detector e restrizioni all’ingresso della Spianata delle Moschee e la rabbia che esplode.
Il 21 luglio in Israele e Palestina è stato un giorno di sangue, più degli altri. Sei persone hanno perso la vita.

Tre giovani palestinesi (l’agenzia Maan riporta che non avessero più di 20 anni) sono stati uccisi durante le manifestazioni di protesta organizzate per dire no ai controlli alla spianata, mentre tre israeliani abitanti delle colonie di occupazione sono stati uccisi nell’insediamento di Halamish (chiamato Neveh Tzuf dagli israeliani), in Cisgiordania.

Gli scontri degli ultimi giorni hanno preso il via dal 14 luglio, dopo l’uccisione di due poliziotti israeliani. Da quel momento lo Stato Ebraico ha preso la palla al balzo per elevare le misure di sicurezza con metal detector e restrizioni: non potevano entrare nel proprio luogo di culto i musulmani maschi under 50.

Il giorno successivo agli scontri i negozi di Gerusalemme est hanno abbassato le saracinesche oggi per commemorare i tre giovani palestinesi uccisi ieri durante le manifestazioni di piazza. E’ poi proseguita  la protesta fuori dalla Spianata: i fedeli hanno pregato di fronte alle porte di Damasco e dei Leoni.

Con gli scontri tra manifestanti palestinesi e polizia e esercito israeliani proseguiti fino all’alba, la Mezzaluna Rossa ha emesso il bilancio delle persone curate: 450 i feriti tra Gerusalemme e Cisgiordania di cui 23 da pallottole, 147 da proiettili di gomma, 65 per fratture dovuti a aggressioni delle forze israeliane e 215 da inalazione di gas lacrimogeni.

Dopo gli scontri Abu Mazen ha annunciato di congelare le relazioni con Israele e il presidente Abbas ha fatto sapere che i rapporti con Israele sono sospesi finchè non verranno cancellate le “misure contro il popolo palestinese”. Al momento, comunque, non sono stati diffusi altri dettagli e non è stata interrotta la collaborazione con Israele sulla sicurezza.

Nella mattinata di sabato 22 è intervenuto il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che ha “duramente criticato” l’uccisione di tre palestinesi  e chiesto un’inchiesta immediata sulle violenze della polizia.

Ad intervenire anche le chiese cristiane di Gerusalemme che con un comunicato congiunto (firmato dai patriarcati greco-ortodosso, cattolico, armeno ortodosso, copto, siriano ortodosso, etiope ortodosso, maronita, luterano evangelico, greco-melchita-cattolico, siriano cattolico e armeno cattolico e dalla Custodia di Terra Santa e la Chiesa episcopale di Gerusalemme e Medio Oriente) ribadiscono il sostegno al diritto dei musulmani ad accedere ad al-Aqsa e a pregare liberamente e l’appoggio alla custodia del sito religioso riconosciuta al regno hashemita di Giordania.

La protesta dei giorni scorsi arriva dopo il periodo dell’Intifada dei coltelli. Dalla fine del 2015 si contano almeno 47 israeliani e 5 stranieri tra le vittime di una serie di attacchi compiuti da palestinesi con coltelli e armi da fuoco. Ma, nella conta dei morti, non può sfuggire un altro numero. Sono almeno 255 i palestinesi che nello stesso periodo sono stati uccisi dalle forze israeliane.

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