Piccolo Atlante di una Pandemia

Una panoramica di ciò che accade in tutte le regioni geografiche del mondo e un'analisi globale dell'evento epocale, che al 20 marzo 2020, ha infettato 250mila persone

di Lucia Frigo, Elia Gerola, Alice Pistolesi

La Pandemia di Covid-19 si sta configurando come un evento epocale, che al 21 marzo 2020 ha infettato 280mila persone, costringendone 89mila al ricovero e uccidendone circa 12 mila, i guariti accertati sono circa 90mila. Il suo impatto non è però semplicemente sanitario, bensì anche politico, sociale ed economico.

Questo dossier offre una panoramica di ciò che accade in tutte le regioni geografiche del mondo (che potete consultare facilmente dall’indice qui sopra). Sono stati inseriti dati inerenti alla preparazione che i Paesi sono stimati avere sulla base del Global Health Security Index, alla loro spesa sanitaria e riguardanti la diffusione dei casi di Covid-19 nel mondo. 

Nel quadro che viene offerto, particolare attenzione è stata riposta alle differenti politiche sanitarie implementate dai diversi Governi, così come alle strategie economico-sociali adottate, al fine di superare quella che il 31 gennaio 2020 l’Oms ha definito essere “un’emergenza Sanitaria di Interesse Internazionale” e che dall’11 marzo è considerata una Pandemia. Si parla quindi di contenimento, distanziamento sociale, quarantena, restrizioni di viaggio, chiusura delle frontiere. Ci saranno anche accenni ai cosiddetti “fallimenti del mercato”: il crollo delle borse globali, le ripercussioni sull’economia reale, così come agli incrementi dei prezzi dell’equipaggiamento sanitario necessario per fare fronte alla situazione emergenziale.

Infine, sulla base delle informazioni riportate, vi proponiamo alcune conclusioni sulle dinamiche politiche, sociali ed economiche che hanno caratterizzato questa prima fase del fenomeno chiamato Pandemia Covid-19, e che è ancora tutto in divenire.

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La preoccupazione per il contagio da Coronavirus in Africa è reale.“Il nostro migliore consiglio all’Africa è prepararsi per il peggio” ha detto il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, nel briefing sul Covid-19 del 18 marzo 2020, invitando tutti i Paesi del Continente a cancellare immediatamente assembramenti di massa. 

Lunedì 16 marzo, l’Associated Press ha riferito che trenta su cinquantaquattro Paesi in Africa hanno segnalato la presenza del virus e l’elenco è probabilmente incompleto. La preoccupazione principale per il Continente africano sono i sistemi di salute pubblica deboli e i governi che spesso non godono della fiducia popolare.

La statunitense Bloomberg riporta con alcune cifre la debolezza del sistema sanitario africano: l’Africa rappresenta il 16 percento della popolazione mondiale ma solo l’1 percento della sua spesa sanitaria. In Africa ci sono 2 medici per 10mila persone, mentre in Italia ce ne sono 41. Durante la crisi dell’Ebola nell’Africa occidentale 2014-2016, già poche risorse mediche utilizzate per malattie come la malaria e l’Aids sono state dirottate per combattere l’Ebola. Se la malattia ha ucciso circa 11mila persone direttamente, un’analisi ha fatto emergere che altri 10mila sono stati uccisi a causa di risorse dirottate. Durante l’epidemia, infatti, le vittime di altre malattie spesso eviterebbero il trattamento per paura di contrarre l’Ebola in una struttura medica. La malaria, che uccide 400mila africani ogni anno e il Coronavirus condividono molti degli stessi sintomi nelle prime fasi della malattia. Questo complica notevolmente le diagnosi, in particolare con una carenza di kit di test del Coronavirus. La mancanza di conoscenza poi può favorire il panico, come è accaduto durante le epidemie di Ebola, dove gli operatori sanitari sono stati più volte attaccati dalla popolazione locale. Il Sud Africa, che ha una delle infrastrutture sanitarie più sviluppate del continente, le persone infette dal virus stanno crescendo del 61 per cento al giorno. Un crescita che porterebbe il sistema medico ad essere travolto entro aprile.

Sul fronte degli investimenti qualcosa sembra muoversi. Il Council of foreign relations riporta che il miliardario cinese Jack Ma ha donato un milione di kit di test, sei milioni di maschere e sessantamila tute protettive e anche le agenzie internazionali stanno impegnando denaro per aiutare a combattere il virus. In molti Paesi sono state messe in atto vigorose campagne di educazione pubblica. Il Fondo monetario internazionale ha promesso 10 miliardi di dollari senza alcun interesse per i Paesi poveri.

L’Ufficio Regionale dell’Oms per l’Africa sta lavorando a stretto contatto con i suoi 47 Stati membri e con i suoi partner dal 2005 per attuare interventi di preparazione e risposta alle pandemie. L’Oms ha organizzato corsi di aggiornamento di squadre nazionali di risposta rapida in Congo, Etiopia, Costa d’Avorio e Repubblica Democratica del Congo. In Sudafrica le squadre nazionali sono state schierate a KwaZulu-Natal e Johannesburg per sostenere quelle di monitoraggio regionale. Molti Governi africani, intanto, hanno iniziato fin dalla prima settimana di marzo a chiudere i confini e imporre limitazioni ai viaggiatori. Ci sono però, secondo gli esperti, alcuni fattori che potrebbero mitigare la portata del virus in Africa. Tra questi l’alta percentuale di popolazione giovane, che sembra essere più adatta a sopravvivere e la coabitazione nelle famiglie tra generazioni diverse, che a differenza delle strutture di assistenza per gli anziani occidentali tendono ad essere più sicure.

Il continente asiatico è colpito dal virus in maniera molto diversa e differenti sono le risposte che ha messo in campo. Partiamo dalle funzionalità del sistema sanitario asiatico, discorso complesso per le enormi differenza tra un Paese e l’altro.  Alcuni Paesi membri dell’Asean (Associazione regionale del Sudest asiatico)  hanno dimostrato, secondo il Council of Foreign Relations, una invidiabile capacità di reazione durante questo focolaio. Dopo che gli scienziati cinesi hanno rilasciato la sequenza di dna di Covid-19 ad accesso libero, l’Istituto di ricerca medica della Malaysia ha sviluppato nello stesso giorno sonde per i test, prima anche dei protocolli di laboratorio dell’Organizzazione mondiale della sanità. Anche a Taiwan, dopo che il coronavirus è emerso in Cina, sono stati messi in cantiere piani di crisi sviluppati dopo la Sars, tra cui la preparazione rapida degli ospedali, l’avvio di intensi sforzi di monitoraggio e la messa a disposizione dei test. 

Buone risposte in ambito medico preventivo anche per la Thailandia, unico Paese al di fuori della Cina con due laboratori di riferimento riconosciuti dall’Oms. I medici tailandesi hanno usato un cocktail non testato di medicinali per l’Hiv per accelerare il recupero in alcuni pazienti con covid-19.

Anche Singapore è, secondo gli esperti, un esempio positivo. Lo Stato ha pagato coloro che si trovano in quarantena, rafforzando in questo modo la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. La sua “vittoria” sul Covid-19 viene attribuita ai suoi metodi aggressivi di tracciamento e contenimento e al sistema sanitario di alto livello. Stessa cosa in Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong. Più che chiudere in casi i cittadini, si è preferito tracciare ogni singolo caso con sistemi da noi impossibili che solo in parte si affacciano ora: accesso a ogni singola possibilità di tracciamento, dal telefonino alla carta di credito con un controllo implacabile.  Malaysia e Singapore dispongono di una forte tecnocrazia sanitaria, elevata fiducia nei professionisti della salute e una leadership politica (sino a ieri) stabile, che è relativamente trasparente e rispondente alle esigenze della popolazione. Non di meno Kuala Lumpur ha agito con estrema leggerezza consentendo tra il 27 febbraio e il 1 marzo un assembramento religioso di 16mila fedeli che hanno poi sparso il virus (stessa cosa in Indonesia proprio in questi giorni). Maggiori difficoltà nei sistemi sanitari si rilevano invece in Filippine, Cambogia, Indonesia (che pure ha introdotto il ticket sanitario gratuito), Laos e Myanmar, dove a prevalere è l’assistenza sanitaria privata o dove i sistemi pubblici non sono in grado di sopportare emergenze diffuse.

La Corea del Sud, Paese molto colpito dal virus, ha prontamente intensificato i test dal momento che il governo ha autorizzato le società coreane a produrre test in serie. In questo modo è riuscito a controllare in media diecimila persone al giorno. Il programma di sensibilizzazione prevede poi visite a domicilio per persone sospettate di avere contatti con pazienti malati. Con queste misure, la Corea del Sud sembra aver contenuto l’epidemia nonostante episode di nuova  insorgenza. Un importante ruolo nel contenimento e nella mitigazione dell’epidemia – come accennavamo – lo ha ricoperto anche l’impiego del tracciamento elettronico e della geolocalizzazione, che permettono di sapere costantemente, sia alle autorità che al resto della popolazione, dove si trovano le persone che sono risultate positive al test per Covid-19. Difficle da applicare in Europa e negli Usa:è  invasivo sulla privacy ma lo è assai meno sulla libertà di movimento fisico.

Le Filippine hanno imposto tardivamente il divieto di viaggio mentre il Vietnam ha fatto ricorso subito a misure coercitive, mettendo in quarantena 10mila persone nel comune di Son Loi dopo che sei dei sedici casi del Paese provenivano da quel Comune. Ha anche chiuso le scuole. La Cambogia ha invece rifiutato di rimpatriare ventitré studenti cambogiani che si trovavano a Wuhan, ma ha permesso alla nave da crociera Westerdam con a bordo alcuni malati, di attraccare e visitare Phnom Penh. Il Vietnam è forse il Paese che meglio ha gestito la crisi ai confini con la Cina.

Per capire più a fondo gli atteggiamenti e le reazioni degli asiatici merita fare un breve inciso sulle forme di Stato. Nei Paesi Asean si rilevano infatti diversi  modelli politici: cinque repubbliche democratiche (Indonesia, Filippine, Myanmar, Timor Est e Singapore), tre monarchie costituzionali (Cambogia e Malaysia, entrambe con un monarca simbolo ma privo di poteri e Thailandia dove invece la casa reale ha un potere effettivo), una monarchia assoluta (Brunei). Per Thailandia e Myanmar il discorso si fa più complesso perché nei due casi la Costituzione consente ai militari di continuare ad esercitare un potere effettivo benché funzioni un parlamento e si svolgano libere elezioni. Infine due repubbliche nominalmente socialiste (Laos e Vietnam), con un modello di capitalismo di Stato alla cinese ma forme tipiche delle società socialiste (bassa disoccupazione, istruzione diffusa, partito unico etc).

Tutti gli Stati sono, in ogni caso, ampiamente coinvolti dal virus anche se finora Myanmar e Laos ne sono esenti. Il Myanmar ha chiuso le sue frontiere con la Cina appena avuta in gennaio la notizia del virus. Il Laos ha preso misure altrettanto drastiche. Inoltre i due Paesi hanno una piccola comunità cinese, diaspora invece molto diffusa in altri Paesi. Tutte le nazioni dell’Asean sono infine collegate alla Cina, perché destinatarie di scambi commerciali, turismo, investimenti e aiuti.

Quanto a India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Nepal la situazione è stata affrontata in modi assai diversi. Pochissimi test in India e quindi con un fenomeno di cui non conosciamo la portata, mentre lo Sri Lanka ha chiuso immediatamente le sue frontiere essendo stato uno dei primi Paesi colpiti fuori dalla Cina. I cinesi hanno comunque collaborato prontamente con tutti i Paesi dell’area con i quali esiste (con chi più, con chi meno) un rapporto privilegiato. Moltissimi asiatici studiavano e studiano in Cina, moltissimi cinesi (stanziali e non) risiedono più o meno stabilmente in molti paesi dell’Asia. Ma questo fattore anziché aiutare il virus è forse servito a combatterlo. Grandi incognite restano i Paesi a grandi numeri: Indonesia, India e Pakistan soprattutto. Preoccupazione anche in Afghanistan dove i casi sono pochi ma il sistema sanitario già deve sopportare il peso della guerra.

L’ Oms ha annunciato che l’Europa è il nuovo epicentro del Coronavirus. Dopo la rapidissima ascesa del numero di test positivi in Italia, i numeri sono cresciuti anche in Spagna, Francia, Germania e tutto il Vecchio continente ha reagito nelle prime settimane di Marzo.

L’esempio italiano, che ha portato in poco tempo a stabilire una “zona rossa” in tutto il Paese, fermando scuole, eventi e luoghi pubblici, ma anche vendita e produzione di molti beni non essenziali, rappresenta l’emblema della Repubblica parlamentare, per la quale la salute è un diritto sociale la cui prevalenza sui diritti patrimoniali è sancita a livello costituzionale. Così in molti altri Paesi del Continente, che infatti hanno lentamente iniziato a recepire il modello italiano, chiudendo luoghi pubblici, scuole e università, incoraggiando i cittadini a lavorare da casa e imponendo progressivamente misure di restrizione della libertà di movimento per impedire il diffondersi del contagio.

Diversi i livelli di impegno da parte dello Stato sullo spettro dei paesi Europei: La Spagna, dove il numero dei contagi sta salendo rapidamente, ha imposto una quarantena nazionale, chiudendo i confini e invitando i cittadini a stare a casa. Misure simili, che impongono ai lavoratori dei settori “non essenziali” di rimanere a casa, si ritrovano anche in altri Paesi come la Repubblica Ceca (che ha dichiarato uno stato di Emergenza nazionale) e la Danimarca, dove il numero dei casi è ancora relativamente contenuto. Più lenta la risposta di Paesi come Germania e Francia, nella quale di domenica si sono comunque tenute le elezioni per i sindaci– con un numero record di cittadini astenuti.

È arrivata il 17 Marzo la decisione collettiva dei Paesi dell’Area Schengen: chiusi sia i confini esterni sia  quelli tra paesi membri, per limitare il movimento dei cittadini UE, mentre merci e prodotti potranno continuare a circolare. E sembra che, dopo qualche resistenza iniziale, anche le Istituzioni Europee stiano mettendo in campo tutto il loro potenziale per far fronte all’emergenza sanitaria comunitaria.

La risposta dell’UE inizia a profilarsi completa e uniforme: la Banca Centrale Europea ha annunciato un programma da 750 miliardi di Euro, mentre altri 375 miliardi di euro in programmi di finanziamento regionale sono stanziati dalla Commissione Europea. Nel frattempo, Commissione ed Europarlamento pianificano una strategia di condivisione di materiale sanitario tra i Paesi dell’Unione: materiale sterile per i medici in prima linea, ma anche attrezzature da laboratorio e per le unità di terapia intensiva, fondamentali nella lotta al virus. Un’Europa che “si fa comunità” nel momento del bisogno, anche a costo di riprendere quei Paesi che preferirebbero isolarsi e fare da soli (come la Germania, che inizialmente aveva bloccato l’export di mascherine e materiale ospedaliero).  E non solo: la Commissione, di solito inflessibile osservatrice delle regole fiscali UE, promette completa flessibilità e la sospensione – mai avvenuta prima – del Patto di stabilità, per dare sollievo agli Stati le cui legislazioni di emergenza inevitabilmente influiranno sul debito pubblico. 

Una comunità che lavora insieme per proteggere i suoi cittadini e il mercato interno: i ministri delle Finanze di tutta l’Eurozona hanno approvato una serie di misure per contrastare le dure ricadute economiche della pandemia, che alcuni prevedono più catastrofica della crisi del 2008. Alle manovre economiche approvate dai singoli Stati (moratorie fiscali, sussidi statali o prestiti alle imprese) si sommano misure di supporto fiscale mai viste prima e linee di liquidità stabilite a Bruxelles.

Grande assente al tavolo delle istituzioni UE è il Regno Unito, reduce dalla Brexit, che ha rivendicato il proprio modo di fare anche in tema Coronavirus. La strategia iniziale di Londra rifiutava l’approccio di “social distancing” in vigore nel resto del Mondo: scuole e business aperti, nessun divieto agli assembramenti di persone, frontiere aperte anche a visitatori dall’Italia e dalla Cina. E così, mentre il resto del Pianeta si prodigava per evitare i contagi, nel Regno Unito era “business as usual”: lo stato liberal capitalista la cui economia pareva non potersi e non doversi fermare, lasciando così sulle singole imprese (prime fra tutte le compagnie aeree) e sulle università la scelta, individuale, di perdere profitto per garantire la sicurezza di tutti. L’idea inglese iniziale, quella di sviluppare un’”immunità di gregge” al virus anche a costo di parecchie vittime (come ha dichiarato Johnson in una conferenza stampa contestatissima), è cambiata negli ultimi giorni dopo uno studio dell’Imperial College di Londra: servono misure drastiche, rettifica Downing Street, o anche il sistema sanitario inglese – universale, efficiente e tra i migliori del mondo – collasserà sotto l’enorme richiesta di posti in terapia intensiva. Il governo ha stanziato 39 miliardi per i prossimi due anni. Intanto, voci di corridoio annunciano un imminente lockdown della città di Londra, che per il momento continua a lavorare senza tregua. Sulla City potrebbe marciare l’esercito, a presidio della sicurezza sanitaria nazionale. 

Nella regione medio-orientale due casi simbolo sono Iran e Israele. Nel Paese Persiano, il terzo al Mondo per contagiati, ogni dieci minuti una persona muore a causa del Coronavirus, mentre ogni ora si registrano cinquanta nuove persone infette. Il primo caso segnalato nella Repubblica islamica risale al 19 febbraio, mentre i contagi al 19 marzo  sono 18.407 con 1.284 morti. Le attività commerciali, escluse farmacie e quelle che vendono beni necessari come gli alimentari, resteranno chiuse almeno fino al 3 aprile come misura per evitare l’ulteriore diffusione del virus. In un tweet, il portavoce del ministero della Sanità di Teheran, Kianoush Jahanpour, ha invitato gli iraniani a trascorrere a casa il Nowruz e le celebrazioni per il nuovo anno Persiano. 

Per Israele la questione Coronavirus si intreccia con la tecnologia. La Nso, azienda israeliana specializzata in spyware ha infatti annunciato di aver sviluppato una tecnologia in grado di dare un contributo al contrasto all’epidemia. La Nso si occuperà infatti di analizzare enormi volumi di dati per mappare i movimenti delle persone contagiate e per identificare con chi sono venute in contatto. Il software raccoglie ed elabora le informazioni relative al tracciamento dei telefoni cellulari delle persone infette per tutto il periodo di incubazione del Coronavirus e confronta questi dati con quelli raccolti dalle compagnie di telefonia mobile. Se in questo momento questa tecnologia verrà utilizzata per limitare il contagio più di un osservatore ha sottolineato la criticità dello strumento nelle mani del governo israeliano. “E chi prometterà che dopo che tutto questo sarà finito, non diventeremo una democrazia di sorveglianza?”  si chiede a questo proposito Tehilla Shwartz Altshuler, capo del programma di democrazia nell’era dell’informazione presso il centro di ricerca dell’Israel Democracy Institute. A questa strategia di prevenzione Israele unisce poi dure pene e restrizioni. Il governo è stato tra i primi a chiudere i propri confini e chi viene sorpreso a violare l’isolamento obbligatorio rischia fino a 6 mesi di detenzione.

Al 20 marzo 2020 secondo gli CDC, gli Stati Uniti contano poco più di 15mila casi accertati, 200 morti e tutti gli Stati continentali coinvolti. Particolarmente sotto pressione sono 3 Stati: New York, Washington e California, ma l’aumento di contagiati viene temuto ovunque. Varie le questioni da sottolineare. L’iniziale sottostima del rischio da parte dell’amministrazione Trump, che il 9 marzo aveva twittato sostanzialmente comparando Covid-19 all’influenza, mentre il 13 marzo, alla luce del crescente numero di casi e dell’attenzione internazionale montante ha poi dichiarato lo “Stato di Emergenza Nazinale”, attivando il 18 marzo il “Defense Production Act”. Tutti questi ordini esecutivi sono volti ad accentrare il potere nelle mani dell’Esecutivo, permettendogli potenzialmente di impiegare risorse quasi illimitate, coordinare gli Stati federali per il bene della nazione, dispiegare l’esercito per supplire alle mancanze di medici e anche coordinare l’economia interna per la produzione dei beni necessari per fare fronte alla crisi. 

Sino ad ora però, come lamentato da molti governatori e sindaci, tra i quali il sindaco di New York , De Blasio, poco è stato fatto, tanto che nella conferenza stampa del 19 marzo 2020, ha definito il comportamento di Trump “immorale,” accusandolo di inazione e implorando di agire. Ha chiesto che la Casa Bianca intervenga federalmente, coordinando la produzione nazionale e la distribuzione dell’equipaggiamento necessario mascherine. De Balsio ha ringraziato per la nave militare ospedale “The Comfort”, che da oggi è attraccata nel porto di New York e che innalzerà la capacità di ricovero degli ospedali cittadini di 1000 unità, ma ha anche spiegato che l’invio degli operatori specializzati dell’esercito potrebbe supportare la mobilitazione di personale sanitario pubblico-privata già in corso. 

Nel concreto il Governo Federale continua a ribadire che il reperimento dell’equipaggiamento sanitario adeguato, l’imposizione di norme più restrittive di distanziamento sociale e la gestione operativa della crisi sono di competenza locale, non federale. La Casa Bianca è però intervenuta, imponendo restrizioni di viaggio nei confronti della Cina, poi estese l’11 marzo ai Paesi dell’EU e all’Iran, successivamente a Irlanda e Regno Unito. Per quanto concerne la gestione interna della crisi è da sottolineare l’iniziale ritardo nell’esecuzione dei test per accertare i casi, legata al fatto che non sono stati impiegati quelli dell’Oms e i primi distribuiti sarebbero stati malfunzionanti: questo come spiegano gli esperti avrebbe ritardato la tempestività necessaria. Vi è poi la questione relativa alle restrizioni di viaggio interne, che non sono arrivate, tanto che solo il 16 marzo sono state varate le “Guide linea del Presidente”, che consigliano ma non impongono, comportamenti di distanziamento sociale. Più volte Trump ha poi ribadito che è un peccato che vi sia Covid-19, poiché “l’economia stava andando proprio bene”. Ora invece le borse piangono e gli americani corrono ai supermercati a fare provviste.

La minaccia vera più immediata a detta di molti è però interna e multipla. Innanzitutto il sistema sanitario americano, che sebbene sia il più caro al Mondo, essendo in gran parte privato, vede circa 27 milioni di persone non assicurate ed incapaci quindi di curarsi. Poi l Presidente stesso, che non sembra avere una strategia in mente e sta demandando le manovre operative più delicate agli Stati federali coinvolti, confondendo la popolazione. Per sostenere l’economia però, “infilando denaro liquido nelle tasche degli americani”, anche in virtù della tempesta finanziaria che attanaglia Wall Street, il Tesoro Americano sta studiando con il Congresso un piano che ammonta a 1 trilione di dollari, per scongiurare inflazione galoppante, carenza di denaro e recessione. Per alleggerire la pressione economica sui cittadini e le famiglie, Washington starebbe inoltre pensando di estendere il “tax day,” ovvero il limite ultimo per il pagamento delle tasse dal 15 aprile al 15 luglio.

Il dilettantismo di Trump è emerso chiaramente anche a livello internazionale. Da una parte il Presidente si ostina a definire il Nuovo Coronavirus, come “il virus cinese”, costruendo una chiara narrativa accusatrice nei confronti della Cina. A suo dire avrebbe dovuto “agire prima” e con più “trasparenza”, facendo anche intendere di non fidarsi pienamente delle indicazioni fornite sull’azzeramento dei contagi, come emerge dalla Conferenza Stampa del 19 marzo 2020.. Dall’altra Trump avrebbe provato, fallendo e irritando non poco Berlino, ad acquistare l’azienda farmaceutica tedesca basata a Tubingen “CureVac”, che starebbe progettando un vaccino che andrebbe in sperimentazione all’inizio dell’estate. 

Infine, molti accusano Trump di scarsa lungimiranza, non solo nell’azione messa in campo recentemente, ma due anni fa. Nel 2018 la sua amministrazione ha infatti smantellato il “White House National Security Council’s Directorate for Global Health Security and Biodefense”, un dipartimento del governo ad hoc, che si sarebbe proprio dovuto occupare di prevenire e gestire eventuali fenomeni pandemici/epidemici, minimizzando le ripercussioni e massimizzando il coordinamento tra tutti gli enti e Stati coinvolti. Basti pensare che gli approcci sono molto differenti: nell’area di San Francisco dal 18 marzo è in vigore una misura di “shelter-in-palce” ovvero limitazione obbligatoria del movimento delle persone, obbligate a rimanere in casa, se non per motivi di necessità. Tale misura è però stata pubblicamente deprecata il 19 marzo dal Governatore di New York Cuomo, che ha spiegato di temere che “la paura e il panico” che ne scaturirebbero “sarebbero ora più contagiose del virus in sè”. Il giorno dopo, il 20 marzo, le misure di quarantena sono però state estese in California a tutto il territorio statale, mentre nello Stato di New York complice l’aumento vertiginoso dei casi a 7800 e le pressioni del sindaco De Blasio, Cuomo ha chiuso tutti i servizi non essenziali. Immediata l’imitazione di altri Stati, che nonostante Trump abbia fortemente rigettato l’idea di una quarantena impartita a livello federale, hanno annunciato di voler seguire l’esempio, Connecticut, Illinois e New Jersey. Il Governatore Cuomo è inoltre stato molto chiaro: “questi non sono suggerimenti, ma (disposizioni) che verranno fatte rispettare”.

Evidenti nella tardiva, scarsamente lungimirante e scoordinata risposta statunitense sono due elementi: uno strutturale e l’altro contingente. Il primo riguarda la forma di Stato federale, che sta lasciando molta libertà ai governatori dei singoli Stati. Stavolta però questi ultimi avrebbero di buon grado accettato un maggiore aiuto e coordinamento da Washington, specie nell’elaborazione di un piano di contenimento e soprattutto nella gestione del mercato dell’equipaggiamento sanitario: produzione e approvvigionamento. La Casa Bianca, nonostante abbia attivato tutti gli strumenti legislativi in proprio potere è però riluttante ad impiegarli ed assumersi veramente la responsabilità gestionale e operativa della risposta a Covid-19, complice il secondo elemento in gioco, quello contingente: Donald Trump. La scarsa leadership e lo schizofrenico comportamento dimostrati dal Presidente non sono piaciuti molti, tra i quali il conservatore ma “anti-trumpiano” Peter Wehner, che dalle colonne del The Atlantic sentenzia: “Gli americani hanno finalmente visto il truffatore dietro la maschera, la Presidenza Trump è alla fine”.

Il Canada risponde all’epidemia in maniera più diretta e decisa rispetto ai vicini Stati Uniti. La sanità canadese è pubblica e riceve il 10% del PIL nazionale. Inoltre, il Canada è una monarchia costituzionale di tipo federale: la sanità è gestita dalle varie province e territori, permettendo ad una Nazione vastissima un ottimo controllo dei servizi offerti. Il Paese ha reso disponibili da subito test per i cittadini, in particolare quelli di ritorno da Paesi a rischio. Il Canada – definito affettuosamente “nazione mosaico” – ha infatti un’altissima percentuale di cittadini immigrati, di prima o seconda generazione. Ha rapporti profondi proprio con Stati come l’Iran, che ha sempre evitato di allarmare la comunità internazionale tenendo aperte le frontiere anche durante il picco dei contagi, permettendo ai numerosi voli con il Canada di continuare indisturbati.

Public Health Canada ha seguito l’epidemia nel mondo proponendo una serie di consigli ai cittadini, invitando la popolazione al “social distancing” e all’isolamento ove possibile. Scuole e università operano a distanza; chiuse le frontiere e ristretto l’accesso al Paese per i non-cittadini.  

Mentre la First Lady è risultata positiva al test – portando così il Primo Ministro Trudeau ad essere d’esempio con 14 giorni di auto isolamento – il Governo lavora per proporre un piano efficiente contro la pandemia: stanziati 27 miliardi di dollari canadesi per l’emergenza sanitaria, mentre altri 55 miliardi sono destinati al supporto economico per le famiglie, i lavoratori e tutti i cittadini. Una misura importante, soprattutto perché il Medicare canadese copre circa il 70% delle spese sanitarie, lasciando il restante 30% in mano al settore privato, che solo il 75% dei canadesi può permettersi. 

 

Il virus ha raggiunto in breve tempo anche l’America Latina. Tutti i paesi dell’America centrale e meridionale hanno riportato casi a partire da fine febbraio, e i primi morti in Brasile, Argentina, Ecuador, ma anche Cuba e Repubblica Dominicana. Per contrastare l’epidemia, la maggior parte dei Paesi ha introdotto misure per limitare il movimento e l’aggregazione dei cittadini: sospesi gli eventi sportivi, scuole chiuse in quasi tutti gli Stati sudamericani (mentre restano aperte, perlopiù, quelle del centro America); introduzione di coprifuoco serali e la dichiarazione di “stato di emergenza nazionale” in sette Stati.

Misure drastiche adottate presto nel contagio, anche in Paesi che contano solo una decina casi: ed è una necessità, per un continente la cui spesa sanitaria media è inferiore a quella del Medio Oriente e del Nord Africa. L’Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha calcolato una spesa sanitaria media mondiale del 6,6% del PIL: nell’America Latina se ne spende solo quasi la metà.

Ed è questo il primo ostacolo che il Sud America si trova ad affrontare: sistemi sanitari inadeguati e già provati da altre epidemie (si muore di morbillo, di febbre dengue e di altri arbovirus), che dovranno essere potenziati in breve tempo.

Al momento, infatti, secondo un modello della London School of Hygiene & Tropical Medicine i giorni in cui i casi raddoppiano Paese per Paese sono : 3,2 giorni per l’Argentina;   2,3 Brasile;  2,7 Cile;   2,7 Colombia;  2,6 Costa Rica;  1,3 Ecuador; 2,9 Messico; 2,7 Panama; 2,8 Peru; 1,5 Repubblica Dominicana; 1,4 Trinidad;   2,1 Uruguay; 4,2 Venezuela.

Preoccupano particolarmente i casi del Messico, dove la massa dei migranti provenienti dal Centroamerica, e bloccati alla frontiera con gli Stati uniti, vive in condizioni igieniche già insostenibili. E ora potrebbe ricevere altri contagiati dagli Usa, che stanno rimandando in Messico i migranti indocumentati catturati oltre frontiera.  E Haiti, il Paese più povero dell’Occidente, che ha registrato il 21 marzo i primi due casi.

L’Argentina ha già annunciato la costruzione di otto ospedali per l’emergenza, e molti Paesi come Brasile, Guatemala e Paraguay hanno previsto, nella decretazione dello stato di emergenza, somme ingenti da versare nel sistema sanitario in vista di un’emergenza destinata a crescere.

Ma se le misure economiche e di contenimento sociale sono diffuse, non in tutti i Paesi i leader le rispettano allo stesso modo. In Brasile continuano le manifestazioni in piazza dei sostenitori di Jair Bolsonaro (che, secondo indiscrezioni condivise anche dal figlio e poi smentite da fonti ufficiali, sarebbe risultato positivo al Coronavirus dopo un viaggio negli Usa); e il presidente stesso, che ha a lungo definito “una fantasia” la pandemia,  ha ignorato la quarantena a cui era stato preventivamente sottoposto per raggiungere i manifestanti nelle strade e concedere loro foto e strette di mano. I sostenitori del partito di ultradestra di Bolsonaro stanno manifestando da settimane per l’approvazione, in Parlamento, dell’agenda legislativa del Presidente. La  politica sembra non fermarsi davanti alla pandemia nemmeno in Messico, dove l’agenda del Presidente  procede a colpi di convegni e manifestazioni nonostante la chiusura delle scuole e le (poche) misure adottate nella lotta al contagio.

Rimane tesa la situazione in Cile: il 18 di marzo tutti i partiti hanno concordato di far slittare a maggio il voto referendario per una nuova Costituzione, proprio a causa dell’espandersi del contagio. In un Paese in cui la sanità è privata (e costosa, per uno Stato con un PIL di 227 miliardi di dollari) si contano già 238 casi. Il presidente Sebastián Piñera ha annunciato uno stato di emergenza di 90 giorni, vietando tutti gli assembramenti di oltre 50 persone.

Ma gli effetti del Coronavirus in America Latina non saranno solo sanitari: danni ingentissimi all’economia della Regione sono già in atto, considerando che, per Paesi come l’Argentina e il Brasile, la Cina rappresenta uno tra i più importanti partner commerciali. Inoltre, il crollo del prezzo del petrolio sul mercato mondiale sta facendo affondare i mercati e le valute di mezza America Latina.

Per il Venezuela, il mercato del petrolio rappresenta il 95% dell’export nazionale. Nel Paese, la cui società civile è già allo stremo dopo mesi di tensioni civili, il 30% degli ospedali è sprovvisto di kit per il test del Coronavirus e di mezzi per curare i pazienti affetti.

Australia e Nuova Zelanda sono entrambe monarchie parlamentari e presentano sistemi di sanità pubblica a copertura universale sostenuti con lo 9,2% dei Pil nazionali. La risposta al nuovo Coronavirus è culminata con l’imposizione di severi limitazioni agli ingressi nei Paesi: dal 19 marzo solo i residenti in uno dei due Stati ed i rispettivi cittadini potranno varcarne in ingresso le frontiere. Sia il Primo Ministro australiano Scott Abbot che la neozelandese Jacinda Arden hanno infatti ribadito che la gran parte dei casi sino ad ora registrati sono “importati dall’estero”. In Nuova Zelanda i 28 infetti sino ad ora registrati erano tutti stati all’estero precedentemente, mentre anche se il Paese dei canguri sta dando i primi segnali di trasmissione comunitaria interna, il Primo Ministro Abbot ha ribadito che “l’80% sono persone che hanno viaggiato fuori dall’Australia o che sono entrate in contatto con tali individui”, un dato significativo se si pensa che al 19 marzo i casi totali accertati sono 707, su una popolazione totale di 25 milioni. La restrizione delle libertà di viaggio è quindi ritenuta una politica preventiva prioritaria. Abbott ha però invitato tutti i connazionali a rientrare in patria.

Il governo di Canberra sta implementando una risposta all’emergenza sanitaria di Covid-19 articolata su due principali filoni: quello della prevenzione/diagnosi sanitaria e quello della mitigazione delle ripercussioni economiche. Il fenomeno per ora sembra essere sotto controllo, ma il pericolo è che vi siano dei casi asintomatici, che stanno diffondendo il virus –  arrivato in Australia per la prima volta a fine gennaio nello stato meridionale di Vittoria – nella comunità. Il 19 maggio si registrato l’incremento giornaliero più alto di sempre, 50 sono i nuovi casi nel Queensland, mentre il nuovo Galles del Sud ha segnato il primo decremento da giorni. In ogni caso, tutti gli australiani o residenti di ritorno dovranno sottoporsi obbligatoriamente ad un’auto-quarantena preventiva di 14 giorni. Le scuole non sono state chiuse, ma ogni Stato federale sta procedendo a seconda della situazione specifica. Mentre nello stato di Victoria una scuola per l’infanzia è stata chiusa, dopo che un’ insegnante era risultata positiva, la chiusura generale è ancora considerata improbabile. Il Governo del Queensland ha spiegato infatti tramite la dottoressa Young, che chiudere le scuole “non ha senso a questo stadio (19 marzo), poiché la malattia secondo evidenze scientifiche verrebbe diffusa prevalentemente dagli adulti ai bambini e non viceversa” e questi ultimi, spiega, “sviluppano una forma moderata”  della patologia. 

Misure di distanziamento sociale sono però state prese a livello nazionale. Sono infatti stati vietati gli assembramenti maggiori di 500 persone all’aperto e 100 all’interno, per i trasgressori le multe potrebbero arrivare fino a 13mila dollari australiani. Nella terra dei canguri ilPiano di Risposta” a Covid19 è scattato presto, il 27 Febbraio, l’approccio è quindi stato progressivo e preventivo, piuttosto che mitigativo. In campo sanitario, oltre al maxi-stanziamento di 2,4 miliardi di dollari australiani, sono da sottolineare sia la pubblicazione, già il 18 febbraio, di un “Piano di Risposta Sanitaria Emergenziale” per gli operatori sanitari, sia la realizzazione del “contact tracing”, ovvero della ricostruzione delle interazioni sociali che ciascun positivo al test per Covid-19 avrebbe avuto precedentemente, così da risalire a tutti i potenziali infetti. 

Le ripercussioni economiche negative di Covid-19 sono però così temute che le istituzioni nazionali stanno adottando misure senza precedenti: dovute sia all’impatto dell’emergenza sanitaria sull’economia reale, sia al panico finanziario globale. Da una parte il Governo ha stanziato 15 miliardi di dollari australiani per garantire che le banche ed altri creditori privati continuino a prestare denaro. Dall’altra è la Banca Centrale Australiana, guidata dal Governatore Lowe, che sta implementando le misure più significative. Il 19 marzo ha annunciato iniezioni di liquidità nel mercato per 90 miliardi, al fine di far scendere il costo del denaro, abbassando inoltre i tassi d’interesse allo 0,25%. Il fine dichiarato è quello di scongiurare la recessione: evitando l’impennata dell’inflazione e rendendo il credito accessibile soprattutto alle piccole/medie imprese. Dato che il dollaro australiano aveva già perso il 20% del proprio valore dall’inizio dell’anno per la prima volta nella sua storia, la Banca Centrale ha deciso di ricorrere a misure come il “quantitative easing”, che la vedrà acquistare titoli di stato australiani sul mercato finanziario secondario, cosa che non aveva fatto nemmeno nel 2001 o nel 2008. 

1.A seconda del contesto politico, economico e sociale, così come delle capacità di risposta sanitaria/emergenziale già presente (vedi Global Health Security Index), ma anche delle singole persone in capo alle autorità nazionali (emblematici i casi di Trump negli Usa e Johnson in GB), il tipo di politiche implementate varia significativamente in termini di tempestività, modalità ed efficacia.

  • Alcuni Stati (ad esempio Cina e Italia) hanno optato per un contenimento precoce, come consigliato dalle International Health Regulations (Ihr) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e più volte ribadito nelle quotidiane conferenze stampa di briefing tenute dal Segretario Generale dell’organizzazione Tedros Adhanom, quando la logica era ancora quella di evitare che Covid-19 divenisse una Pandemia.
  • Altri hanno invece atteso che la situazione divenisse percettivamente più grave, negandone inizialmente le pur evidenti potenzialità negative, e decidendo di agire solo quando ormai il contagio era già diffuso ed i sistemi sanitari nazionali davano segno di rischiare il sovraccarico in caso di immobilismo. Questo è stato invece l’approccio di molti Stati Europei e degli Usa.

2. Molti hanno poi dimostrato e continuano ad esercitare ritrosia nell’imposizione di norme di “distanziamento sociale” e quarantena di massa definite con il termine “lockdown”, che sarebbero appunto atte ad evitare che il virus si diffonda tra la popolazione a causa delle interazioni sociali e del contatto ravvicinato tra malati/asintomatici portatori con persone invece ancora sane. Sono molti i Governi che hanno cercato di evitare o di ritardare l’imposizione di tali misure, fortemente limitative delle libertà individuali e da molti definite “draconiane”.

  • In Cina, dove vige un regime autoritario, il completo isolamento e la messa in quarantena sono risultate più semplici e immediate nell’implementazione così come rigide nella formulazione, per via dell’accentramento del potere nelle mani del Governo centrale e di una ristretta e chiusa élite politica, così come della mancanza di opposizione politica interna e dell’assenza della libertà di pensiero. Anche l’assenza di un momento di resa dei conti elettorale, essendovi un Partito Unico, il Partito Comunista Cinese, può aver contribuito ad un tale approccio.
  • In Stati asiatici come Singapore, Taiwan e Corea del Sud, strategie di quarantena di massa e limitazione degli spostamenti sono invece state implementate celermente e apparentemente accettate dalla popolazione, nonostante siano regimi repubblicani. Fattori che potrebbero aver influito su tale dinamiche sono il fatto che le autorità si presentano dotate di grandi capacità tecniche ed hanno già gestito con relativo successo eventi simili in passato, come le epidemie di Sars e Mers. Importante elemento è poi il valore socio-culturale asiatico che mette al centro il benessere della comunità più che dell’individuo, di conseguenza l’interesse pubblico collettivo viene più facilmente fatto prevalere a discapito delle libertà e della privacy del singolo. Quest’ultima considerazione vale anche per le misure di tracciamento e geo-localizzazione costante messe in campo dalle Autorità sud-coreane nei confronti degli infetti. Molti osservatori occidentali le hanno infatti considerate come in piena ed eccessiva, non giustificata dallo stato di emergenza, violazione della privacy dei singoli cittadini.
  • In Europa, misure come il cosiddetto “lockdown”, o in Usa lo “shelter-in-place”, sono invece state varate solo da alcuni Governi, in ordine sparso, con livelli di stringenza diversa.

3. E’ poi evidente la mancanza di coordinamento internazionale e regionale nell’implementazione delle restrizioni di viaggio, che sarebbero servite in un primo momento per contenere il virus ed in un secondo per rallentare la diffusione globale e regionale. Tuttavia molto spesso sarebbero state imposte troppo tardi, quando ormai il virus era già stato importato dalle zone infette, risultando quindi inutili. Certo molti spiegano che eserciterebbero una sorta di “effetto palliativo” di psicologia-sociale, ovvero avrebbero un impatto psicologico non indifferente, sulla percezione di sicurezza e conseguente fiducia della popolazione di uno Stato verso il Governo,contribuendo solo marginalmente a risolvere l’epidemia.

  • La sospensione dei voli realizzata in maniera sparsa in Europa non ha infatti impedito alla malattia di arrivare in Italia. Infatti nonostante il Governo di Roma avesse bandito i voli da e verso la Cina, il fatto che non vi sia stata una coordinazione a livello europeo (UE) a permesso a viaggiatori provenienti dalla Cina, probabilmente atterrati in Germania,di sfruttare la libertà di movimento delle persone garantita dall’Accordo di Schengen e giungere comunque in Italia.
  • Secondo alcuni sarebbero comunque state politiche inutili, poiché Covid19 presenta un periodo di incubazione medio, (la finestra di tempo dal momento dell’esposizione al virus all’insorgenza dei sintomi), nella quale la persona infetta è asintomatica ma contagiosa, di poco più di 5 giorni, che può arrivare fino a 14: così, dal momento dello scoppio in Cina a quello della chiusura degli aeroporti sarebbe comunque passato troppo tempo e molte persone infette sarebbero comunque riuscite a giungere in nuovi Stati. Sicuramente è vero però, che un intervento più tempestivo e coordinato avrebbe magari rallentato il numero dei contagi, alleggerendo l’entità della crisi.

4. La logica economica di mercato ha fallito. Sta infatti emergendo un chiaro problema di approvvigionamento dell’equipaggiamento medico-sanitario necessario per fare fronte agli effetti sanitari di Covid19. Le classiche dinamiche di domanda-offerta, così come di libera concorrenza, in situazioni emergenziali come quella della Pandemia, non facilitano certo l’implementazione di una risposta efficace e tempestiva. I prezzi di mascherine, respiratori ed equipaggiamento medico in generale sono infatti aumentati vertiginosamente, basti pensare che i prezzi delle mascherine all’ingrosso sono arrivati fino al 20% di quelli normali, con domande di almeno il 100% superiori a quelli precedenti già all’inizio di febbraio, quando la crisi era ancora limitata alla Cina. L’impennata dei prezzi ed il altrettanto veloce esaurimento dei volumi presenti nei magazzini di tutto il mondo hanno determinato comportamenti unilaterali da parte di molti Stati, pronti anche a misure a dir poco egoistiche pur di accaparrarsi gli ultimi stock di equipaggiamento e medicinali. Due sono gli esempi paradigmatici che vale ribadire:

  • L’ordine di fermare l’export di mascherine verso l’estero dato dai Governi di Germania e Francia, contravvenendo peraltro alla logica di mercato comune europeo, poi rimosso grazie alle pressioni di un’insolitamente tempestiva e risoluta Commissione Europea.
  • Il maldestro ed egoistico tentativo americano di far spostare la ricerca e la conseguente eventuale produzione di un vaccino contro Covid-19 da parte di un’azienda tedesca in territorio Usa, con la possibilità di sfruttarne i vantaggi in maniera esclusiva.

5. Da sottolineare poi è come Sud America, Africa e Medio Oriente, fino ad ora relativamente risparmiate da Covid-19, siano le vere osservate speciali. Secondo l’Oms e ai dati riportati dal Global Health Security Index, molti Stati di queste regioni sarebbero infatti impreparati ad affrontare la diffusione massiccia di una tale epidemia nei loro territori. Basti pensare ai bassissimi livelli di investimento nei sistemi sanitari nazionali in Africa, alla loro scarsa e spesso insufficiente copertura territoriale, alla mancanza di personale specializzato così come di strutture adeguate, già in tempi “normali”. Importanti determinanti della salute e quindi fattori di rischio ed amplificatori della pericolosità di Covid19 sarebbero poi le drammatiche condizioni igienico-sanitarie e abitative: mancanza di acqua corrente per mantenere la propria igiene personale, scarso/impossibile accesso a sistemi di prevenzione,sorveglianza,diagnosi precoce sanitarie, così le diffusissime situazioni urbane e abitative di sovraffollamento, che impedirebbero operativamente l’implementazione di misure di “distanziamento sociale”.

6. Non può essere poi dimenticato l’importante impatto economico della Pandemia, che sta richiedendo l’intervento di autorità nazionali e internazionali per scongiurare una nuova crisi economica globale. Il panico sui mercati finanziari, le pesanti ripercussioni sull’economia reale, i danni ai settori del turismo, dei trasporti e della ristorazione, etc. Ripercussioni che risultano così pesanti e che sembrano avere potenzialità talmente devastanti per l’economica globale, da costringere Commissione Europea, Congresso Americano, Banca Centrale Australiana e vari Governi nazionali, anche coloro che di solito per storia oppure statuto sono state intransigenti, a varare misure straordinarie di tamponamento della situazione. Misure di quantitative easing sui mercati, procrastinazioni amministrative in materia di pagamento delle tasse, fino a misure fiscalmente molto espansive sono sull’agenda di quasi tutti i Governi e delle istituzioni dei Paesi.

7. Da sottolineare infine è come la mancanza di coordinamento politico, economico e sanitario non siano dovute all’assenza, dei pur migliorabili, strumenti istituzionali, legislativi e di condivisione dei dati già esistenti per tutta la Comunità Internazionale: International Health Regulations (Ihr) e Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Le prime sono delle norme di diritto internazionale vincolanti 196 Stati e rinnovate nel 2005 (la prima versione risale al 1969), pensate proprio per eventi come quello attuale. La seconda è invece un organizzazione internazionale di carattere intergovernativo, nata nel 1948 ed afferente alla galassia delle Nazioni Unite, responsabile tra il resto della sorveglianza sull’applicazione delle Ihr e del coordinamento della risposta globale ad eventi come la Pandemia di Covid19. E’ ancora presto per dirlo, ma in molti casi sono state entrambe ignorate, trasgredite o solo parzialmente ascoltate. Un problema denunciato già prima di Covid19 è appunto quello dell’impunibilità degli Stati qualora violino le Ihr che pure hanno sottoscritto volontariamente. L’Oms infatti ha il semplice potere della scienza, dei fatti e della comunicazione per persuaderi Governi nazionali ad agire nell’interesse della salute dei propri cittadini e della popolazione mondiale, non può né obbligare né punire chi non ne segue le disposizioni.

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