Perché a Ghouta

Caso Siria, la riconquista di un "quartiere simbolo"  per la sopravvivenza del regime. Ecco perché Assad riparte da quella zona. E qui vi spieghiamo quale ruolo ha giocato Putin, assieme ai Pashdaran degli ayatollah iraniani e agli Hezbollah libanesi

di Alessandro De Pascale*

Fossimo in un war games non saremmo al game over, quanto piuttosto ad un beffardo “torna alla casella di partenza” del buon vecchio Gioco dell’Oca. Dal punto di vista della politica interna siriana, sta infatti per tornare tutto come prima.

Il dittatore siriano Bashar al-Assad, fino a pochi anni fa dato per spacciato, è ormai vicinissimo alla vittoria. Un risultato ottenuto, è bene ricordare, soltanto grazie all’intervento al fianco del despota, delle forze armate della Russia del neo-zar appena rieletto, Vladimir Putin, e del “fronte sciita” formato dai Pashdaran degli ayatollah iraniani e dagli Hezbollah libanesi.

A fotografare la situazione, il portavoce del ministero della Difesa del Cremlino, il generale Igor Konashenkov, il quale già lo scorso ottobre dichiarava: «Dopo 2 anni dall’inizio dell’operazione militare russa in Siria a sostegno delle forze governative, l’Isis controlla solo il 10% del territorio».

Poi la stoccata al Pentagono, che dopo 2 anni di raid della coalizione internazionale a guida statunitense, iniziati nel 2015, aveva a suo dire lasciato il 90% del territorio siriano sotto il controllo dei “terroristi”. Una categoria quest’ultima nella quale, va precisato a scanso di equivoci, vengono fatti rientrare tutti gli insorti o oppositori politici del regime.

La vittoria di Assad passa ora per la riconquista di un quartiere periferico della capitale Damasco, vera spina nel fianco del regime quasi dallo scoppio della rivoluzione siriana nel marzo 2011, sfociata 9 mesi dopo nell’attuale guerra civile appena entrata nel suo ottavo anno. Si tratta della Ghouta orientale, ribelle fin dall’inizio e dal 19 febbraio scorso cinta nuovamente d’assedio da parte dei governativi.

La sua riconquista, per il presidente Assad, ha un grande valore simbolico, oltre che politico-militare. Tanto che pur di riprenderne il controllo, il regime siriano l’ha trasformata in «un inferno sulla Terra», per usare le parole del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. Questo sobborgo alla periferia est di Damasco, povero e densamente popolato, è del resto una “cambusa” per la capitale siriana, in quanto si tratta di una delle zone più agricole del Paese, in grado di approvvigionare i bazar della città di generi alimentari. Al momento non è però questo l’aspetto centrale.

 

Il cruccio del clan degli Assad ora è la Ghouta orientale, enclave ribelle più vicina ai palazzi governativi, dalla quale gli insorti fanno da anni piovere razzi in direzione del dittatore siriano che, come sempre, provocano soprattutto tante vittime civili. Perché quel sobborgo popolare, in linea d’aria, si trova quasi al centro tra gli edifici simbolo del potere di Damasco e l’aeroporto internazionale della capitale siriana.

Potremmo quasi definire la Ghouta orientale “la Gaza siriana” che da anni tiene in scacco il regime di Assad. È poi l’ultima enclave controllata da ciò che rimane dell’Esercito siriano libero (Esl), nato nel luglio 2011 per volontà di un manipolo di disertori delle forze armate governative con l’obiettivo di rovesciare la dittatura, ma oggi asserragliato in quel sobborgo della capitale assieme a Faylaq al-Rahman (creata a fine 2013 da Abdul al-Nasr Shamir, un capitano dell’Esl) e agli integralisti di Hayat Tahrir al-Sham (ex fronte al-Nusra).

Ecco spiegato il brutale assedio delle forze governative nella Ghouta orientale: un’operazione militare paragonata dall’Onu, per intensità e modalità, a quello su Aleppo del 2016, uno dei più lunghi della guerra moderna (la battaglia è durata 4 anni), con circa 31mila morti, attorno al 15% delle vittime totali del conflitto. Il braccio di ferro tra regime e ribelli, in quel quartiere periferico va avanti da anni. Con un inquietante strascico piovuto fin nel nord Europa. Abdullah Mohamad è un militare governativo alauita (la setta religiosa minoritaria degli Assad), fuggito in Svezia nel 2015 come richiedente asilo e condannato lo scorso settembre da un tribunale di Oslo a 8 mesi di carcere per violazione dei diritti umani.

La sua unità era stata inviata dal regime proprio nella Ghouta, in seguito al lancio dall’enclave ribelle di razzi sull’aeroporto di Damasco che, a suo dire, avevano ferito diversi militari. Una rappresaglia immortalata in un video di propaganda governativo e in una foto del gennaio 2014, da lui stesso postata su Facebook e usata come prova dai magistrati svedesi.

In quell’immagine il militare appare sorridente e con la divisa dell’esercito di Assad, tra i corpi di 5 giovanissime vittime, ad una delle quali schiacciava la pancia, col suo stivale, in segno di disprezzo. Da allora sono passati 4 anni e la storia si ripete, nello stesso luogo. Verrebbe quasi da dire, da allora ne sono stati esplosi di colpi, eppure non è cambiato nulla. Soprattutto per il popolo siriano, l’unico che davvero è costretto a pagare il conto di questa guerra, il cui esito ormai scontato è il tornare a vivere sotto l’oppressivo regime degli Assad, contro il quale sulla scia delle cosiddette “Primavere arabe” si era inizialmente rivoltato pacificamente 7 anni fa, inondando le piazze.

Da allora, secondo l’Onu, «da un Paese a reddito medio, la Siria è diventata dall’inizio della crisi una nazione in cui 4 residenti su 5 sono in povertà». Dei 23 milioni di abitanti stimati all’inizio della rivolta, almeno 11 hanno dovuto abbandonare la propria casa a causa della guerra. Ancora di più, come sempre, il conto più salato del conflitto lo pagheranno i curdi, nuovamente abbandonati al loro destino dall’Occidente. Li abbiamo usati come truppe di terra in chiave anti-Isis, finanziandoli, guidandoli e appoggiandoli coi bombardamenti aerei della coalizione internazionale a guida statunitense, per poi calpestare nuovamente il diritto all’autodeterminazione di un popolo senza lo Stato promesso, che resta disperso in più nazioni (Turchia, Siria, Iraq e Iran).

Anzi, con l’aggiunta della spada di Damocle di Recep Tayyip Erdoğan, il presidente turco che con il suo esercito è entrato in Siria lo scorso 20 gennaio, lanciando l’operazione “Ramoscello d’ulivo”. Il suo obiettivo è spazzare via la Rojava, la regione curda autonoma de facto a nord della Siria, basata sul confederalismo democratico. La campagna di bombardamenti e l’invasione di terra turca, estranea ad ogni regola internazionale, sta provocando centinaia di morti, nuova distruzione e malumori, più o meno dichiarati, nell’intero Occidente. Persino il despota di Damasco, Bashar al-Assad, l’ha definita una vera e propria aggressione all’integrità del proprio Stato.

Una pillola quantomai amara, ma ingoiata dalle cancellerie occidentali perché Ankara fa parte della Nato, ma soprattutto perché l’Ue ha dato alla Turchia di Erdogan 80 milioni di euro (secondo il consorzio investigativo European Investigative Collaborations/Eic)per acquistare blindati, navi per pattugliare le frontiere e strumenti di sorveglianza, utili a tenere lontani dalla “fortezza Europa” i profughi siro-iracheni in fuga dalla guerra.

Con buona pace dei diritti umani e internazionali. Perché a differenza della tanto sbandierata barriera per dividere il Messico dagli Stati Uniti, sognata dal presidente Usa Donald Trump, il suo omologo turco Erdogan il proprio muro sul confine siriano, alto 3 metri e lungo 800 chilometri, l’ha già realizzato. Nel silenzio generale. E con i nostri soldi.

 

 

*Alessandro De Pascale è un giornalista d’inchiesta, filmaker e reporter di guerra. Attualmente scrive per Il Venerdì di Repubblica. In passato ha lavorato per Left, Il manifesto, Vice, La Voce delle Voci, Il Punto, Terra, La nuova ecologia. Il suo libro più recente è “Guerra & Droga” uscito per Castelvecchi nel 2017 dove si esamina la relazione tra sostanze stupefacenti e il loro uso negli eserciti o nelle formazioni guerrigliere

Foto fornite da Alessandro De Pascale

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