Sahara Occidentale, la diplomazia ha fallito

La ripresa della guerra tra Marocco e Fronte Polisario, dopo ventinove anni di tregua, rappresenta una grave sconfitta. Un'analisi

Un grave fallimento della diplomazia, un ritorno alle armi che si poteva e si doveva evitare. La ripresa della guerra nel Sahara Occidentale tra il Fronte Polisario (l’organizzazione militante e movimento politico del popolo saharawi) e il Marocco è questo: uno spargimento di sangue (per il momento per fortuna solo ipotetico) che non si doveva verificare. Ma facciamo alcuni passi indietro.

La questione del Sahara Occidentale può essere a grandi linee riassunta in poche parole: attesa, attesa e ancora attesa. L’occupazione marocchina risale al 1975, dal 1991 le armi sono state riposte. Da quarantacinque anni i profughi fuggiti dai territori occupati in quel lontano anno attendono, nelle tende nel deserto algerino, una risposta.

La missione Onu Minurso è attiva nel territorio dal 1991, anno dell’avvio del cessate il fuoco, con il compito di vigilare sulla tregua e di organizzare il referendum che avrebbe dovuto portare il popolo saharawi a decidere del proprio destino. Un referendum che non ha mai visto la luce.

Per chi conosce i saharawi sa che da anni si aspettava la famosa goccia che facesse traboccare il vaso. Un vaso fatto di attesa, di privazioni, di sopravvivenza in uno dei territori più ostili alla vita umana dalla parte del deserto, e di costante violazione dei dritti umani per chi abita nel Sahara occupato dal Marocco. Tutte questioni abbondantemente provate da organizzazioni non governative, da interventi delle Nazioni Unite.

di Alice Pistolesi

Questa goccia è stata la chiusura del Guarguarat, la zona cuscinetto presidiata dalla missione Minurso nella quale, secondo l’accordo del 1991, non poteva esserci presenza militare. L’attacco del Marocco, che ha di fatto rotto il cessate il fuoco, è arrivato dopo che dal 21 ottobre la popolazione civile saharawi aveva messo bloccato il valico.

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Il Marocco da anni aveva costruito proprio in quel punto un passaggio per far arrivare le merci in Mauritania. Merci che, merita ricordare, provengono da una zona occupata. Una situazione che i saharawi denunciavano e segnalavano alla comunità internazionale da tempo. Il 13 novembre, il Marocco, ha avvertito che non avrebbe più potuto accettare il blocco di questo fondamentale passaggio commerciale e ha aperto il fuoco per liberare il valico dai manifestanti. Il Fronte Polisario ha quindi messo in salvo i civili e ha dichiarato conclusa la tregua.

Un atto, quello del blocco del valico, certo forte e provocato dall’esasperazione: dallo stallo infinito delle trattative diplomatiche, dal rinnovo della missione (il 1 novembre 2020) senza nessuna modifica, senza nessun segnale di speranza. Dopo che il Polisario ha dichiarato che il tempo della pace si era esaurito, sono iniziati gli attacchi del fronte di liberazione a punti militari situati lungo il muro di separazione di 2700 km, fatto costruire dal Marocco a partire dal 1980.

In questo contesto di violazioni e di attesa anche capire chi ha provocato di più, chi è più responsabile della guerra, lascia il tempo che trova. L’evidenza è che la diplomazia è stata ancora una volta sconfitta dalle armi. Dopo la ripresa del conflitto, venerdì 13 novembre, il portavoce dell’Onu ha ribadito che il Segretario generale Antonio Guterres “resta impegnato” a evitare il crollo del cessate il fuoco del 1991 ed è determinato a “fare tutto il possibile per rimuovere tutti gli ostacoli alla ripresa del processo politico”.

Da parte sua l’Unione africana (che ha riammesso il Marocco nel 2017 dopo trentatré anni di esclusione) ha espresso profonda preoccupazione per il deterioramento della situazione ma non ha preso di fatto nessuna iniziativa se non quella di ribadire la disponibilità dell’organizzazione “a sostenere attivamente gli sforzi delle Nazioni Unite per una giusta soluzione politica accettabile per tutte le parti in questo conflitto”.

Ma le dichiarazioni, le parole, non bastano più. Il presidente della Rasd (Repubblica Araba Democratica Saharawi) Brahim Gali ha infatti dichiarato il 17 novembre che la guerra proseguirà fino al ‘Giorno della Vittoria’, ovvero al raggiungimento dell’autodeterminazione.

Accanto alla guerra combattuta lungo il muro non si devono sottovalutare la situazioni dei civili, che come in tutti i conflitti rappresentano il vero anello debole. Da una parte la vita nei campi profughi rischia di peggiorare ancora. Se già da alcuni anni si doveva fare i conti con la diminuzione degli aiuti internazionali e, da marzo 2020, con la pandemia da Covid19, la nuova guerra non potrà che peggiorare la condizione di migliaia di civili già indeboliti e provati da anni di mancanze. Dall’altra c’è chi vive nei territori del Sahara Occidentale. Dal 13 novembre molte città sono attraversate da manifestazioni di sostegno al Polisario. Dimostrazioni puntualmente represse dalla polizia marocchina. Nei giorni scorsi la Commissione nazionale saharawi per i diritti umani ha espresso la sua preoccupazione per l’aumento delle violazioni marocchine contro i civili in particolare attivisti e giornalisti e ha richiamato l’attenzione della Commissione africana per i diritti dell’uomo e dei popoli sulla pericolosa situazione in cui vivono i prigionieri politici saharawi nelle carceri marocchine.

I saharawi tornano quindi alla guerra, condita da tutta la retorica che questa porta inevitabilmente con sé. Una scelta che segna il totale fallimento della diplomazia che non ha saputo dare risposta ad un popolo che aveva optato per la pace ventinove anni prima. Un popolo che pazientemente ha atteso, ha reso più vivibile il deserto in cui era profugo perché temeva che avrebbe dovuto aspettare a lungo, ma che adesso non ha più voglia di rimanere inerme e sottomesso a quella che viene considerata una brutale occupazione.

La scheda conflitto del Sahara Occidentale

*In copertina una foto tratta da Notizie Wesa Times

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