Senegal ad alto rischio

di Andrea Tomasi

Troppo moderato per piacere, troppo tollerante per essere tollerato, troppo benestante per essere accettato, perché dove si sta bene c’è anche tempo per pensare. Il Senegal è ad alto rischio. Viene indicato quale potenziale obiettivo dell’estremismo islamico.  Attualmente è tra i Paesi più stabili del continente africano. Negli ultimi giorni la polizia ha però proceduto a 900 arresti. Lo ha fatto – come riferisce il settimanale Panorama – nell’ambito di una maxi operazione ordinata dal governo di Dakar «per garantire la massima sicurezza nel Paese, soprattutto nella capitale e nelle altre località maggiormente frequentate da turisti». Il turismo rappresenta per il Senegal una delle principali fonti di ricchezza e un colpo rerroristico metterebbe in crisi il «sistema». Formalmente gli arresti effettuati tra Thies e Dakar non sarebbero però legati al terrorismo ma «ai traffici locali di droga e al possesso di documenti non in regola». Questa è la versione fornita ufficiale, fornita dalle autorità, ma il punto è che gli osservatori internazionali lo indicano come «Paese a nervo scoperto», possibile oggetto di interventi violenti dell’Isis. «Il Senegal – si legge su Panorama -, soprattutto per via dei confini che condivide con il Mali – Paese martoriato dall’inizio del 2013 da attacchi jihadisti e spinte separatiste – non può essere considerato immune dalla minaccia di Al Qaeda. Nel Sahel i qaedisti continuano infatti a guadagnare terreno e visibilità attirando nelle loro fila sempre più giovani, come quelli che non hanno esitato ad andare incontro alla morte all’hotel Radisson di Bamako e ai locali del centro di Ouagadougou frequentati da occidentali».
In un report di Internazionale il Senegal viene indicato come il Paese che potrebbe spiccare il volo: «È un terreno particolarmente fertile per l’imprenditoria: secondo il rapporto Doing business 2015: going beyond efficiency, pubblicato nel 2015 dalla Banca mondiale, con un tasso di crescita del pil del 4,6 per cento all’anno (2014) l’economia senegalese è tra le prime dieci con la migliore performance nell’attuazione delle riforme per facilitare gli affari, soprattutto nell’ambito delle infrastrutture e della politica fiscale». Mentre l’agricoltura rappresenta il 15,8 per cento del prodotto interno lordo e impiega il 77 per cento della forza lavoro, secondo i dati del 2014. «Nel settore agricolo lavora non solo chi alleva animali o coltiva la terra, ma anche chi trasforma, distribuisce, trasporta e rivende i prodotti agricoli. Oltre ai mercati di grandi e piccole città, agli angoli delle strade di molti quartieri non è raro trovare donne con un banchetto di frutta e verdura acquistata al mercato e rivenduta nelle zone “non servite” da altri negozi».
Stabile, troppo stabile con una presenza statunitense massiccia sul territorio, il ché potrebbe rappresentare una «calamita» per chi è impegnato nella battaglia jihadista. «Il Senegal confina con il Mali; il Burkina Faso e la Nigeria sono poco distanti. Senza considerare quello che accade tra il Ciad e il Camerun e, poco più a nord, in Libia. La storica amicizia tra i presidenti Macky Sall e Barack Obama ha rafforzato un’alleanza che non è solo economica. Due detenuti di Guantanamo sono stati trasferiti a Dakar in vista della chiusura del carcere cubano. Una settimana fa entrambi i capi di Stato hanno sottoscritto un accordo strategico: il Paese ospiterà la nuova base operativa dell’Africom, il Comando centrale americano per la lotta al terrorismo in Africa. Una presenza che può attirare le attenzioni degli jihadisti e che costringe il paese a blindarsi. Più americani vuol dire più soldi, lavoro, progressi, sviluppo. Ma significa anche cambiamenti profondi nella vita di tutti i giorni» scrive Daniele Mastrogiacomo su Repubblica.it
Spiega che l’agguato sulla spiaggia del Gran Bassam, in Costa d’Avorio, il 13 marzo scorso, ha cambiato l’aria che si respirava fino a quel momento: «È stato un vero shock. Adesso dominano incertezza e paura. Qui sorge la più grande ambasciata Usa di tutto il Continente; qui hanno sede gli organismi internazionali, le strutture dell’Onu, centinaia di ong; qui si allenano i soldati della missione internazionale nel Maghreb».  Insomma il Senegal è un Paese libero in Africa. Anche per questo rischia di essere preso di mira: «I controlli, inediti fino a tre mesi fa, sono considerati utili, necessari. La gente partecipa alla vigilanza. È fiera delle libertà che ha conquistato. È l’unico popolo in tutta l’Africa che si è affrancato dal colonialismo francese senza alcuna violenza. “La nostra intelligence”, ci spiega una fonte qualificata de l’Armée, “è tra le più efficienti della regione. Ma le nostre antenne sono gli stessi senegalesi. Un viso nuovo, sospetto, un discorso troppo radicale, vengono subito segnalati».
E in questo senso si spiegherebbe la chiusura di una moschea, realizzata con fondi provenienti dalle Monarchie del Golfo. L’imam che la guidava era autore di sermoni considerati «troppo estremisti». E i fedeli si sono autorgolamentati: sono stati loro a denunciare la deriva. «Il merito – spiega Mastrogiacomo – è della corrente sufista che domina l’islam nel paese. Raccolto attorno a tre grandi Confraternite, si basa su valori come il lavoro, la solidarietà, il rispetto, la pace. Il tutto regolato da uno stretto rapporto, quasi viscerale, tra il maestro, un marabout, e i suoi allievi». E proprio questa autonomia gestionale e questa capacità di proporre un islam dal volto accettabile anche agli occhi dell’Occidente più sospettoso, potrebbero rappresentare pretesti per attacchi suicidi od omicidi. La parola d’ordine sarebbe «destabilizzazione». Il colonnello Abu Thiam, portavoce de la Diréction des relations pubbliques de l’Armée (DIRPA), ha dichiarato: «Nessuno si può più sentire al sicuro. L’importante è capire come combattere questa nuova emergenza. C’è qualcuno che ha interesse a destabilizzare. Non un sistema, ma una cultura. Il nostro compito è impedirlo». Le minacce Boko Haram e al Qaeda rischiano di innescare la psicosi. Al primo attentato si potrebbe assistere «alla fuga dei capitali stranieri, degli organismi internazionali, il crollo di un’economia, la fine dell’ultimo baluardo di tolleranza e libertà».

http://www.panorama.it/news/oltrefrontiera/senegal-prossima-frontiera-del-terrorismo-islamico/

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2016/05/08/news/dakar_la_vita_blindata_contro_la_jihad-139365554/?ref=HREC1-8

http://www.internazionale.it/reportage/2016/04/14/senegal-tecnologia-agricoltura

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