Tunisia: una transizione infinita

Crisi economica, politica e pandemia fanno esplodere le piazze a dieci anni dalla Rivoluzione della dignità. L'intervista a Paola Caridi

di Alice Pistolesi

A dieci anni dalla Primavera Araba, o meglio da quella che è stata definita “Rivoluzione della Dignità”, la Tunisia è di nuovo in tumulto.  Da mesi il Paese è scosso dalle poteste di piazza provocate da una forte crisi economica, sociale e politica, aggravata dalla pandemia da Covd 19 che ha contribuito ad esasperare una situazione già esplosiva.

Abbiamo parlato di quanto sta succedendo in Tunisia con Paola Caridi, giornalista, studiosa di Medio Oriente e di relazioni internazionali e docente all’Università di Palermo al corso di laurea in Cooperazione internazionale, sviluppo, diritti umani e migrazioni. Paola è inoltre socia fondatrice e presidente dell’associazione di giornalisti indipendenti Lettera22, partner dell’Atlante delle guerre

Siamo di fronte ad una nuova tornata della Primavera araba, o meglio di quella che è stata definita la ‘rivoluzione della dignità’?

La dignità è stata la parola chiave della rivolta del 2010-2011 e credo che si possa considerare un nodo fondamentale anche in quello che sta succedendo in questi mesi. La dignità mette insieme una serie di dimensioni: sociale, economica, politica. Si tratta, ad esempio, della dignità di avere un futuro dignitoso, di trovare un lavoro dignitoso, di poter condurre una vita dignitosa.

Nel Paese è in corso una profonda crisi con un -4,4% di Pil e un tasso di disoccupazione globale al 20%. Inoltre, come già nel 2010, c’è un problema serio nell’istruzione dei giovani. Ci solo molto diplomati e laureati che non trovano lavoro o possibilità, mentre esiste al contempo tutta una fascia di giovani non istruiti che trovano, o meglio trovavano, più facilmente lavori informali nel settore minerario o in agricoltura, ma che adesso non sanno come andare avanti.

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Tutto questo è collegato alla ripresa delle partenze verso le coste italiane.

Molti giovani che non trovano lavoro hanno negli ultimi tempi tentano di raggiungere le coste italiane con quelli che vengono definiti ‘barchini’. Erano anni che non assistevamo al cosiddetto ‘fenomeno dei barchini’ e questo dipende certamente dalla crisi in atto.

In Tunisia coesistono varie situazioni che vedono e sentono la crisi in modo diverso. C’è la parte mineraia, da cui erano cominciate le manifestazioni già prima del 2010, c’è quella agricola, quella dei servizi e del turismo. Negli ultimi tempi ci sono state molte manifestazioni locali che rivendicano esigenze diverse, delle quali non si è saputo nulla.

Oggi sono scesi in piazza anche molti ragazzi delle periferie di Tunisi e di altre periferie: tutte queste proteste esprimono crisi diverse all’interno della crisi nazionale. A questo si unisce, oggi come ieri, la repressione della polizia che ha usato la pandemia per impedire le manifestazioni. La pandemia ha contribuito a rendere la situazione esplosiva ma le micce erano già pronte.

Cosa è rimasto della rivolta di dieci anni fa nel Paese?

La Tunisia è stata il laboratorio delle rivoluzioni arabe. Non si è avuta una controrivoluzione come in Egitto, non c’è stata la repressione, la guerra civile e poi la guerra per procura come in Siria. La Tunisia è stata considerata un modello dalla comunità internazionale e per questo andava protetta. In questa ottica va infatti anche il conferimento del nobel per la pace nel 2015.

La crescita democratica del Paese, però, non è stata entusiasmante. Si è infatti cercato un compromesso tra la struttura che esisteva con Ben Alì e la creazione di nuovi partiti. Molto del vecchio è però rimasto, comprese le dinamiche. Anche la fiducia arrivata alla fine di gennaio al nuovo governo tecnico composto da una coalizione di partiti piccolissimi è la prova dell’estrema parcellizzazione del consenso politico.

La Tunisia sta vivendo una transizione democratica infinita in cui c’è molto del vecchio potere e parte del nuovo è già diventato ‘regime’, come accusano vari attivisti. Di fronte alla crisi economica non si è quindi avuta e non c’è tuttora una risposta tale da ottenere consenso e conferire stabilità politica. La situazione è davvero molto fragile.

La Comunità Internazionale ha delle responsabilità in quello che sta succedendo?

Le ragioni del disagio sono ancora tutte lì e nessuno, né la Tunisia, né la comunità internazionale è riuscita ad intervenire. Il Fondo Monetario Internazionale alla fine di gennaio ha compiuto una ‘missione virtuale’ in Tunisia per intervenire su un debito pubblico spaventoso. Su questo punto ci dobbiamo interrogare: deve davvero ancora essere l’Fmi a decidere le linee di politica economica che un Paese deve tenere per restituire il prestito o dovrebbe essere il paese stesso a decidere come muoversi?

Stessa domanda vale per la Comunità Europea e per l’Italia: siamo intervenuti nelle crisi attuali del Mediterraneo? E se sì come? Queste domande sono legittime, non per una questione patriarcale o post coloniale, ma perché ci sono almeno due settori che ci riguardano: il turismo, fondamentale per l’arrivo di moneta forte nel Paese, e la delocalizzazione. Sono stati molti gli imprenditori europei e italiani che hanno creato industrie perché in Tunisia la manodopera costa meno. Non siamo quindi stati anche noi parte del problema e della crisi economica in atto?

Quali sono le rivendicazioni della piazza? Esiste un movimento leader?

La protesta tunisina non ha leadership al momento. Esistono rivendicazioni diverse a seconda delle regioni. Nel Paese sono in corso migliaia di piccole manifestazioni, sit in, proteste. Anche il movimento Ennahd, legato alla Fratellanza Musulmana, non ha un grande ruolo in questa fase. La protesta è di carattere socio economico e si interseca con la crisi di rappresentanza politica che va avanti da quando è caduto Ben Alì. Nelle piazze la sfiducia nei politici e nella rappresentanza della nuova Tunisia è evidente.

*In copertina l’immagine di una protesta a Tunisi

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