Tunnel della discordia

Hezbollah,  Israele e la complicata questione libanese. In cui si infila - maldestramente - anche un ministro italiano

di Paola Caridi*

Dopo la denuncia, Israele è passato rapidamente alla seconda fase dell’operazione denominata “Scudo del Nord”. L’esercito israeliano ha, cioè, cominciato a sigillare, e in alcuni casi a far saltare in aria con esplosivo, i tunnel scoperti dal 4 dicembre in poi lungo la frontiera con il Libano. I tunnel di Hezbollah, come li ha definiti il governo israeliano, accusando la milizia sciita libanese di aver violato la risoluzione 1701 del consiglio di sicurezza dell’Onu, attraverso la quale è stata ristabilita una sorta di calma dopo l’ultima guerra tra Israele e Libano, il conflitto breve e sanguinoso dell’estate del 2006. Secondo le autorità israeliane, Hezbollah avrebbe costruito i tunnel per entrare in Israele, rapire militari, sferrare attacchi. Da parte sua, il Partito di Dio libanese non ha né smentito né confermato la paternità dei tunnel, almeno quattro, finora scoperti da Israele.

Chi ha dovuto invece confermare – si suppone con un certo qual imbarazzo – la presenza di gallerie sotterranee scavate sotto il proprio naso sono stati i vertici dell’Unifil, la missione Onu che supervisiona una frontiera ancora contesa – la cosiddetta Linea Blu – e fa da cuscinetto militare e politico tra Libano e Israele. È la stessa dichiarazione di Unifil del 17 dicembre a esprimere tutto l’imbarazzo dei suoi vertici. “Le forze armate israeliane hanno informato l’Unifil di aver scoperto sinora quattro tunnel lungo la Linea Blu”, dice il comunicato della missione Onu. “Le squadre tecniche di Unifil hanno fatto alcune ispezioni in loco a sud della Linea Blu per accertare i fatti. Secondo le valutazioni indipendenti di Unifil, confermiamo sino a questo momento l’esistenza di tutti e quattro tunnel vicino alla Linea Blu nella parte settentrionale di Israele”. E poi una precisazione pesante: “Dopo ulteriori indagini tecniche condotte in modo indipendente in linea con il suo mandato, Unifil in questa fase può confermare che due dei tunnel attraversano la Linea Blu. Ciò costituisce una violazione della risoluzione 1701 del consiglio di Sicurezza dell’Onu. È motivo di seria preoccupazione e le indagini tecniche di Unifil continuano”.

Il caso è indubbiamente delicato, ma non si tratta certo della prima e unica violazione della risoluzione 1701. Su questo punto le autorità libanesi, per bocca del ministero degli esteri di Beirut, sono state persino ironiche, ricordando che Israele ha violato la sovranità libanese circa 1800 volte all’anno, cinque volte al giorno. Da oltre dodici anni, dunque, la Linea Blu continua a essere al centro di denunce di violazione, contenziosi, e tensione a corrente alternata. Guerra di parole, sino a ora, condita con violazioni continue dello spazio aereo da parte dei caccia israeliani e di penetrazione delle navi nelle acque territoriali libanesi. Il Libano lascia fare la voce grossa non al suo governo o alle sue forze armate, bensì a Hezbollah. Per un motivo ben preciso, evidente a tutti coloro che hanno visitato almeno una volta il Libano del Sud: il controllo del territorio, da Sidone sino alla frontiera meridionale, è completamente nelle mani della milizia sciita libanese. Un controllo che non ha neanche bisogno di essere palese, se non fosse per la costante presenza della iconografia dei martiri di Hezbollah e della gerarchia religiosa del Partito di Dio. Per il resto, il controllo è – per così dire – discreto, senza la necessità di far vedere uomini in armi e presenza militare.

Un viaggio in elicottero

Il rumore delle scavatrici israeliane sarebbe, in sostanza, rimasto confinato lì, in Alta Galilea. La notizia dei tunnel sarebbe stata importante per gli analisti regionali, ma non avrebbe avuto forse neanche uno spazio nelle pagine degli esteri. Non fosse stato, invece, per la visita organizzata dal governo di Tel Aviv appositamente per il ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini. Un volo rapido in elicottero verso il Nord, alla frontiera con il Libano, per far vedere all’ospite italiano i tunnel scoperti appena qualche giorno prima dall’esercito israeliano. D’altro canto, per l’esecutivo presieduto da Benjamin Netanyahu, l’occasione era senza dubbio importante. Il viaggio di Salvini si era già riempito di significati che andavano ben oltre l’usuale protocollo degli incontri bilaterali tra un ministro in visita. I giornali israeliani ci avevano ragionato parecchio: un esponente della destra europea (non il primo, certo!) si sarebbe recato – come di prammatica – allo Yad Vashem, il museo dedicato alla Shoah su una delle colline verso il nord di Gerusalemme. Lo Yad Vashem non è una lavatrice che ripulisce l’immagine delle figure politiche, avevano in sostanza scritto opinionisti e caricaturisti. Una polemica che non era durata lo spazio di un mattino. Anzi.

Per il premier Netanyahu, indebolito dalle continue notizie sulla possibilità di essere inquisito per corruzione, il sostegno di Matteo Salvini era senza dubbio rilevante. Soprattutto dal punto di vista della comunicazione, e dei messaggi da lanciare. E poi l’Italia è ancora una volta alla guida dei caschi blu, con il generale di brigata Stefano Dal Col designato dall’agosto scorso capo missione e comandante Unifil. Si tratta della quarta volta alla testa di Unifil, per i nostri militari. Un segno di quanto sia importante il ruolo dell’Italia all’interno di una missione nata per la mediazione dell’allora ministro degli esteri Massimo D’Alema tra Libano e Israele. Nonostante il pesante attacco delle forze armate israeliane (in primis l’aviazione) che nella cosiddetta “guerra dei 33 giorni” dell’estate 2006 aveva causato quasi 1200 vittime libanesi, le forze di terra di Tsahal si erano trovate in un cul de sac che aveva portato le perdite tra i soldati e i civili israeliani a 160. Un prezzo talmente alto per l’esercito israeliano da costringere il governo di Ehud Olmert ad accettare una mediazione per il cessate il fuoco. Il ruolo italiano era stato, in quel caso, fondamentale, tanto da fare del contingente italiano il perno di Unifil, con circa 1100 soldati presenti nel sud del Libano, il secondo contingente per ampiezza, dopo quello indonesiano.

La linea blu

Non deve, di conseguenza, sorprendere nessuno se le frasi pronunciate dal ministro dell’interno Matteo Salvini dopo la sua visita in Alta Galilea abbiano suscitato forte imbarazzo all’interno dello stesso governo italiano. “Chi vuole la pace – aveva scritto Salvini – sostiene il diritto all’esistenza ed alla sicurezza di Israele. Sono appena stato ai confini Nord col Libano, dove i terroristi islamici di Hezbollah scavano tunnel e armano missili per attaccare il baluardo della democrazia in questa regione”. La preoccupazione e l’imbarazzo di fonti del ministero della difesa sono state immediatamente rese pubbliche, con dichiarazioni agli organi di stampa. Come questa: “Non vogliamo alzare nessuna polemica, ma tali dichiarazioni mettono in evidente difficoltà i nostri uomini impegnati proprio a sud nella missione Unifil, lungo la blue line. Questo perché il nostro ruolo super partes, vicini a Israele e al popolo libanese, è sempre stato riconosciuto nell’area”.

Ancora più duro il commento del generale Franco Angioni, storico comandante della missione in Libano nel 1982-84. “Un politico deve pesare le parole”, per Angioni. “Salvini è un ministro in carica, deve avere più oculatezza nel gestire le proprie dichiarazioni dal momento che l’Italia ha sempre cercato, in un’area così delicata del mondo, di mantenere l’equidistanza tra tutte le parti in causa”. I militari italiani, secondo Angioni, “sono in questo modo esposti a fraintendimenti e incomprensioni. Chi vuole approfittare della situazione potrebbe trovare pretesti per speculare su parole di questo genere. La cosa mi rattrista perché – rivendica Angioni – i militari italiani in Libano hanno dato prova concreta di saper dimostrare sempre, in tutti questi anni, l’assoluto equilibrio tra le parti”.

Unifil (mappa aprile 2017). Fonte Onu

L’assoluto equilibrio tra le parti di cui parla Angioni ha rappresentato la vera protezione, per i soldati italiani, dagli anni Ottanta sino ad oggi. Un’abilità che non è riuscita alla nostra politica e alla nostra diplomazia in altri quadranti. Una capacità di far politica in Medio Oriente che risponde non tanto a una vetusta e anacronistica idea di “interesse nazionale” (ormai superata dalle dinamiche storiche e sociali degli ultimi decenni), quanto a una “funzione” politica e diplomatica nella dimensione mediterranea e transregionale. Le parole del ministro Salvini non mettono soltanto in pericolo i nostri soldati in Libano, come sottolineato in ambienti della difesa e dello stesso governo di coalizione italiano. Mettono in gioco il ruolo dell’Italia in un Medio Oriente ancor più in transizione, dopo i recenti sviluppi internazionali che coinvolgono l’Iran e, più recentemente, la Siria.

Cosa c’è in ballo?

Con la storia dei tunnel, Israele è entrato anche nel gioco della politica interna libanese, da oltre sei mesi in apnea per una crisi di governo che potrebbe vedere uno sbocco a breve termine proprio per gli ultimi avvenimenti alla frontiera. Come spesso è successo nella politica beiruttina, il rischio di una nuova guerra con Israele potrebbe finalmente far raggiungere un compromesso agli attori politici in campo, sostanzialmente il settore cristiano rappresentato dalle Forze Libanesi, il movimento Futura di Saad Hariri (segnato dalla sconfitta elettorale di sei mesi fa) e il fronte formato da Hezbollah e i suoi alleati sunniti, vero vincitore delle ultime consultazioni politiche. Il rafforzamento interno di Hezbollah, in sostanza, non è certo ben visto dal governo israeliano, che non ha solo guardato a distanza la guerra civile (e per procura) siriana, ma vi è anche intervenuta con veri e propri attacchi militari a nord delle alture del Golan.

È impossibile, cioè, pensare al caso dei tunnel senza inserirlo all’interno della questione regionale siriana. Hezbollah ha sostenuto sin dal primo momento il regime di Bashar al Assad. Non solo a parole, ma con l’invio di truppe. E in alcuni frangenti, un alleato come la milizia del ‘Partito di Dio’ libanese ha fatto la differenza, sul terreno. D’altro canto, il costo della guerra siriana per Hezbollah è stato alto. Non solo in termini di perdite umane: in assenza di statistiche ufficiali, bisogna affidarsi ai numeri lanciati da alcuni analisti (oltre i mille morti in battaglia, equivalenti a oltre il 10% degli uomini partiti soprattutto dal Libano del sud per il fronte siriano). Numeri consistenti, anche per un movimento radicato come Hezbollah. Numeri che, assieme ai rischi di infiltrazione jihadista nel sud del Libano, fanno comprendere quanto per il ‘Partito di Dio’ sciita libanese sia imprescindibile il controllo totale del territorio che va dalla banlieu meridionale di Beirut sino alla frontiera con Israele.

Il ruolo dei sauditi

Il ruolo militare di Hezbollah nei confronti di Israele, però, non significa in automatico un sostegno interno  senza remore al Partito di Dio sciita. Soprattutto in questi ultimi mesi. Mesi difficili, segnati dalla crisi di governo, da una situazione economica sempre più instabile, dalla presenza evidente e pesante dei profughi siriani. Mesi in cui l’alleanza di ferro tra Hezbollah e il regime di Bashar al Assad ha fatto riemergere nei libanesi l’incubo di un rafforzamento della presenza siriana nel paese. A pochi mesi da un anniversario importante per la storia recente del Libano: gli accordi di Taif che nel 1989 misero la parola fine sotto la guerra civile nel Paese dei Cedri e diedero alla Siria di Hafez al Assad un mandato de facto su Beirut. In questi trent’anni, la storia è passata come un bulldozer sul Levante, e la Siria sotto il tallone di Assad non può pensare di stringere il Libano nella sua morsa, come se non vi fossero stati in questi anni l’assassinio di Rafiq Hariri e gli altri omicidi eccellenti che si imputano alla longa manus di Damasco.

Il contenimento di Hezbollah, dunque, è considerato per Israele una questione di sicurezza nazionale, che deve però fare i conti con gli equilibri interni libanesi in cui Hezbollah è sempre più forte. Al contrario, invece, del fronte sunnita rappresentato da Saad Hariri e dal suo movimento Futura. Nessuno ha dimenticato che esattamente un anno fa, alla fine di dicembre del 2017, l’allora primo ministro libanese fu protagonista di un singolare soggiorno in Arabia Saudita. Una sorta di soggiorno obbligato, durante il quale – in diretta tv – Saad Hariri annunciò le proprie dimissioni da capo del governo. Uno scossone al quale la politica libanese (Hezbollah in prima fila) aveva reagito serrando i ranghi, tanto da mettere in imbarazzo Mohammed Bin Salman, da poco principe ereditario e spregiudicato uomo forte di Ryadh, accusato di aver preso in ostaggio lo stesso Hariri. Lo strano caso Hariri a Ryadh non aveva, infatti, sortito l’effetto probabilmente atteso in Arabia Saudita. E il premier libanese era riuscito a lasciare Ryadh grazie alla pronta mediazione del presidente francese Emmanuel Macron, e a tornare in Libano.

Ora Mohammed Bin Salman, da tutti conosciuto con il suo acronimo MBS, non gode più della stessa fama di riformatore che aveva cercato di costruire un anno fa con un pesante uso del soft power. Tra lo strano caso Hariri e la situazione attuale si è, difatti, tristemente incastonato il caso Khashoggi, il giornalista e oppositore del regime di MBS rapito torturato e fatto a pezzi il 2 ottobre scorso nel consolato saudita di Istanbul. L’indebolimento internazionale della figura di MBS, accusato di essere il mandante dell’assassinio di Khashoggi, non può non essere uno dei pezzi del mosaico politico libanese e degli equilibri regionali. Anche perché uno dei grandi sponsor di MBS è proprio Israele, che in questi giorni deve fare i conti non solo con uno svilimento dell’influenza saudita nella regione, ma anche con l’abbandono dello scenario siriano da parte degli Stati Uniti, appena reso noto da Donald Trump. Risultato: in Siria si alzano le quotazioni di Bashar el Assad, dell’Iran e del loro alleato Hezbollah.

Così, sarà sempre più difficile, per Saad Hariri, dire di no alle richieste di Hezbollah, per ottenere un ruolo dei propri alleati sunniti all’interno del governo presieduto dal capo di Futura. Nessuno, peraltro, oserà più di tanto fare domande scomode a Hezbollah sui tunnel, perché non è in discussione una presenza della milizia sciita libanese nel settore meridionale e orientale del paese, a guardia della frontiera con Israele, ma anche per impedire infiltrazioni jihadiste dal fronte siriano. E la tesa frontiera con Israele? Difficile, difficilissimo pensare a una nuova guerra tra Israele e Libano, nonostante i toni alti di queste ultime settimane. Come fare una guerra se nel Libano del sud stazionano poco meno di undicimila soldati provenienti da 42 paesi?

  • giornalista, saggista e arabista. Il suo blog: arabinvisibili. Ha scritto, tra l’altro, un saggio dedicato ad Hamas. Il suo ultimo libro è per Feltrinelli col titolo Gerusalemme senza Dio

Nella foto di copertina, rivista delle truppe Unifil (fonte difesa.it). Nel testo: Matteo Salvini, il premier israeliano Netanyahu e quello libanese Hariri

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