Armi da fuoco, saggezza Made in Japan

di Tommaso Andreatta

Ci sono Paesi dove qualcuno dovrebbe procurarsi carta, penna e taccuino per prendere appunti. Parliamo di armi da fuoco e dell’esempio virtuoso del Giappone. Si tratta dello Stato dove si compie il minor numero di reati con armi. Gli ultimi dati sono del 2014: in quell’anno solo 6 persone hanno perso la vita a causa di questi strumenti di morte contro le 33.000 negli Stati Uniti e le 781 del 2012 in Italia (il Giappone ha 127 milioni di abitanti, contro i 320 degli Stati Uniti e i 60 milioni del Belpaese). I proprietari di armi in Giappone sono molto pochi: nel 2007 erano lo 0,6 per cento della popolazione, contro l’8,4 dell’Italia e il 6,2 in Inghilterra e Galles.

Come si spiega questa tendenza? Come spesso capita molto dipende dalle leggi in vigore (datata 1958), specchio della società. I Giappone vige una normativa molto rigida grazie alla quale circolano poche armi. La legge – si legge nel tempo ha plasmato la mentalità dei cittadini. E l’uso di armi è diventato un tabù sia nella percezione dei civili che in quella delle forze di polizia.

«Per acquistare un’arma da fuoco in Giappone – scrive il Post – bisogna seguire un iter piuttosto lungo. Intanto non si possono acquistare le pistole, che sono vietate dalla legge senza eccezioni: si può scegliere solo tra vari modelli di fucili e fucili ad aria compressa. Bisogna innanzitutto frequentare un corso che dura una giornata intera, fare un esame scritto e superare un test di precisione in un poligono di tiro mettendo a segno almeno il 95 per cento dei colpi sparati. La polizia fa poi dei test per valutare la salute mentale e verificare l’eventuale utilizzo di droghe dell’aspirante compratore. Infine controlla i precedenti penali e i possibili legami con gruppi estremisti sia dell’acquirente che dei suoi parenti (a volte vengono fatti controlli anche sui suoi colleghi di lavoro). Al termine di queste verifiche, la polizia decide se concedere o meno la licenza».

E già questi limiti stringenti rappresentano un bel disincentivo ad interessarsi di spari e sparatorie. L’argomento è di stretta attualità anche in Italia, dove – al netto dei recenti pasticci legislativi in materia di legittima difesa – la percezione della sicurezza non è esattamente quella nipponica e dove, da più parti, si sente parlare della necessità di proteggersi da soli da eventuali aggressioni perché lo Stato non ci riesce. In Giappone un fucile non viene considerato come uno strumento per difendere la propria abitazione (un principio nettamente i contrasto con quelli statunitensi, che stanno facendo “scuola” anche da noi).

Un’altra ragione del comportamento virtuoso dei giapponesi è data dalla tradizione delle arti marziali. La polizia usa poco le pistole perché, in caso di necessità, usa altro. Iain Overton, direttore dell’associazione Action and Armed Violence che sensibilizza sui problemi legati alla diffusione delle armi da fuoco, spiega che gli agenti sono abili nel kendo, la tradizionale lotta con l’uso di bastoni di bambù. Quando i poliziotti non sono in servizio le pistole, di cui pur sono dotati, sono tenuti a depositarle in caserma. E quando un poliziotto si toglie la vita utilizzando la pistola di servizio questi viene sottoposto ad una specie di processo post mortem. Cultura, tradizioni, lontane.

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