Assalto al Campidoglio

Cronaca delle violenze avvenute a Washington DC nel pomeriggio del 6 gennaio, democrazia Usa fermata per un'ora dalle violenze pro-Trump: un morto, almeno 13 arresti, 5 pistole sequestrate, 2 pacchi bomba disinnescati

Nel pomeriggio del 6 gennaio 2021 manifestanti armati pro-Trump hanno assaltato il Campidoglio di Washington DC, sede degli organi di rappresentanza politica democratica USA, costringendo all’evacuazione e all’interruzione dei lavori: si stava discutendo la ratifica del risultato elettorale delle elezioni presidenziali del 3 novembre scorso.

Il momento scelto non è casuale. Il Senato americano era convocato e stava dibattendo la ratifica dei risultati delle elezioni presidenziali americane, tenutesi il 3 novembre 2020. I 100 rappresentanti dei 50 Stati Usa erano nel pieno del dibattito in merito alla validità della vittoria del candidato democratico Biden nello Stato dell’Arizona, contestata tra gli altri, dal senatore del Texas Ted Cruz. La discussione sarebbe dovuta durare massimo un’ora, ma a causa di motivi di sicurezza è stata sospesa e l’aula sgomberata, con i senatori che si dirigevano scortati verso i propri “safe places”, ovvero i luoghi sicuri per la loro incolumità secondo i loro apparati di sicurezza. Il Campidoglio, tempio dell’aspetto rappresentativo della democrazia americana è stato dapprima assediato dai manifestanti e poi violato con atti di sfregio e screzio che hanno visto i manifestanti mettere a soqquadro diversi uffici, rubando oggetti personali dei senatori come trofeiper giungere infine nell’aula del Senato, quindi occupata simbolicamente.  

La democrazia Usa è stata così violata, umiliata e ferita. Ne sono il simbolo i video e le immagini che hanno fatto il giro del mondo, nelle quali si possono osservare manifestanti violenti vestiti in molti casi in tenuta paramilitare, armati e indossanti gadget oppure brandendo bandiere della campagna elettorale pro-Trump, che si fanno sfregio, impiegando la violenza, di un luogo pregno di valore simbolico per le democrazie di tutto il globo. Lo sdegno suscitato nei leader e nei cittadini delle democrazie globali è stato immediato. Emblematiche in tal senso le parole dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera UE Borrel, che ha twittato: “Agli occhi del mondo questa sera la democrazia americana appare sotto assedio. Quello in corso è un assalto senza precedenti alla democrazia USA, alle sue istituzioni ed al suo stato di diritto. Questa non è l’America. L’esito delle elezioni del 3 Novembre deve essere rispettato”.

Il motivo di tanta violenza? Da una parte il rifiuto dei sostenitori del Presidente repubblicano Donald Trump di riconoscere la sconfitta elettorale subita il 3 Novembre 2020; dall’altra la sfiducia nella legittimità e correttezza del metodo democratico in toto, che la retorica complottista impiegata dallo stesso Trump e dai suoi collaboratori più stretti hanno contribuito a fomentare negli ultimi mesi. Di soli pochi minuti prima è infatti l’ennesima dichiarazione del Presidente, che dinanzi ad una folla raccolta a Washington ha tuonato: “Noi non concederemo mai”. Riferendosi appunto al risultato delle elezioni. Sin dall’inizio del suo mandato, Trump ha infatti, secondo molti osservatori seguendo una precisa strategia comunicativa, avvelenato il dibattito politico, accusando i propri nemici, sia democratici che repubblicani, di frodi e macchinazioni. Ha attaccato la stampa, tacciata di “costruire fake news” per sostenere l’establishment del quale lui si presentava come unica alternativa. Ha screditato e mostrato scarso senso di rispetto per le istituzioni politiche e giuridiche americane, andando oltre lo sprezzo per il “politicamente corretto” ed esercitando recalcitranza nei confronti di quelle stesse norme elettorali lo hanno portato a vincere le elezioni nel 2016. 

Il risultato della tattica comunicativa di Trump è dunque evidente: violenza, odio, spregiudicatezza, assenza di rispetto per le istituzioni, concretizzatisi nell’assalto al Campidoglio di Washington. Dopo la vittoria di Biden, certificata anche in diverse corti giuridiche che hanno risolto le controversie elettorali sollevate dallo staff di avvocati ingaggiati dalla Campagna Trump, la metà del paese rimasta fedele al partito repubblicano (74 milioni di votanti, il 46% del totale) ha dovuto scegliere se accettare l’esito delle elezioni democratiche – nelle quali appunto nessuna frode è stata accertata – o restare fedele a un Presidente che ha continuato, ostinatamente, a non voler concedere all’avversario vincitore. 

Trump ha negato e continua a negare la realtà, in questo è però sempre più solo: tra i più strenui sostenitori della causa repubblicana, è stato abbandonato persino da Mitch McConnell, storico leader del “Grand Old Party” (GOP) al Senato, che proprio pochi minuti prima delle violenze del 6 gennaio aveva dichiarato gelido ma deciso: “Gli elettori, le corti, gli stati, hanno tutti parlato… Se li contraddicessimo, danneggeremmo per sempre la nostra Repubblica. Se queste elezioni fossero ribaltate da delle semplici farneticazioni da parte della parte perdente, la nostra democrazia entrerebbe in una spirale di morte. Non vedremo più la nazione intera accettare un nuovo risultato elettorale”. La retorica di Trump è però attiva e percolante nelle maglie del tessuto sociale americano da anni ormai. L’odio politico, la divisione razziale, la  polarizzazione e frustrazione sociali incarnati dai gruppi della destra radicale ai quali il Presidente ha sempre strizzato l’occhiolino e che si auto-identificano come “proud boys” (“ragazzi orgogliosi, fieri”, lett.) erano però ormai percolati e colmati nell’organizzazione delle violenze avvenute. 

Il comportamento tiepido, se non quasi incoraggiante, di Trump nei confronti dell’ala estremista del partito repubblicano, non è infatti una sorpresa. Durante la campagna elettorale, quando gli fu chiesto di lanciare un messaggio al gruppo oltranzista ed estremista dei “Proud Boys” (che in quelle stesse ore stavano sistematicamente disturbando i votanti in coda per il voto anticipato in tutto il Paese e da mesi portavano avanti il loro piano), il messaggio fu un laconico e per molti analisti emblematico “stand by” – restate fermi, da molti visto come un messaggio che invitava semplicemente all’attesa.

Dopo settimane di martellanti messaggi di Trump sulla vittoria strappatagli dal candidato Democratico, gli estremisti hanno quindi deciso che non era più il momento di restare in “stand-by”. E si sono organizzati con autobus, voli e comitive per raggiungere la sede della democrazia americana. Dopo ore di silenzio da parte del Presidente, con un messaggio del presidente-eletto Biden che lo pregava di presentarsi in televisione, condannare l’atto terroristico e riportare la pace, Trump ha mandato un nuovo messaggio – sulla sua piattaforma preferita, Twitter. Senza sprecare una parola di spregio o indignazione per le azioni dei “proud Boys”, Donald Trump si è rivolto ai manifestanti: “i vostri sentimenti sono validi. Siete arrabbiati, lo capisco. Ma andate a casa. Vi amiamo”. Mentre il mondo commenta il video del presidente USA, Twitter mette le mani avanti per evitare che le parole controverse di Trump diventino virali fino a perderne il controllo: sotto il video-messaggio appare un avvertimento della piattaforma social: “questa dichiarazione sulle frodi elettorali è controversa, e con questo tweet non si può interagire [mettendo mi piace, condividendo, o rispondendo] a causa del rischio di violenze”.

Così nell’arco di poche ore la situazione è precipitata: la folla si è coordinata sui social media organizzando una protesta che è divenuta sempre più violenta, ha assediato il Campidoglio, travalicando poi gli spazi concessi, occupandolo. Tardivo il coprifuoco imposto dalla Sindaca di WahnigtonDC Mauriel Bowser, che muovendosi a proteste ormai iniziate ha deciso di impedire il movimento delle persone dalle 18.00 del 6 novembre alle 6.00 del giorno seguente, favorendo tuttavia l’individuazione dei rivoltosi. Necessarie invece, per ristabilire l’ordine l’attivazione della Guardia Nazionale di Washington, il cui ordine di attivazione sarebbe stato dato, secondo il NYT, dal VicePresidente Mike Pence e non dal Presidente Trump. Nel frattempo vengono individuati e disarmati anche degli ordigni esplosivi posizionati nelle vicinanze delle sedi dei partiti sia Repubblicano, che Democratico a Washington. 

Il bilancio alla mezzanotte e mezza italiana è il ristabilimento dell’ordine con almeno 13 arresti, 5 pistole sequestrate, una persona morta a causa di una ferita da arma da fuoco procuratasi all’interno del Campidoglio, durante l’assalto. Quelle vissute sono quindi ore di costernazione per molti, emblematiche in tal senso le parole del Senatore repubblicano del Nebraska Ben Sasse: “Le bugie hanno conseguenze. Questa violenza è l’inevitabile e osceno risultato della tendenza del Presidente (Trump) ad alimentare il fuoco della discordia”.

Tuttavia anche le fake news tramutatesi in violenza non hanno arrestato il processo democratico di ratifica dell’esito elettorale, dato che Nancy Pelosi, leader della maggioranza democratica al Congresso, ristabilito l’ordine ha dichiarato: “Abbiamo deciso che dobbiamo procedere questa notte”. 

Articolo di E.G e L.F

Crediti foto: Screen sito Associated Press: https://apnews.com/article/us-capitol-lockdown-2f56a611445df15fb9640893bb9f7a93

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