Bosnia: corruzione e virus

L'acquisto di cento respiratori dalla Cina apre un caso di malaffare a cui seguono manifestazioni, arresti e una crisi politica. I fatti

di Raffaele Crocco

Potrebbe essere raccontato come lo scandalo di una ditta semisconosciuta, che commercia frutta e verdura e, all’improvviso, ottiene la commessa per cento respiratori polmonari fondamentali durante la crisi da Coronavirus. Oppure, la si può leggere come l’ennesima prova della paralisi che la Bosnia Erzegovina vive dai tempi della pace di Dayton, con la costituzione bloccata sull’idea dei tre popoli costituenti, che si controllano a vicenda a dispetto dei diritti e della democrazia. Infine, la possiamo leggere come l’ennesima prova della corruzione dei gruppi di potere in un Paese che non ha ancora conosciuto una ricostruzione reale e pacifica, dopo la guerra degli anni ’90.

Tante le possibilità di racconto per questo ennesimo scandalo che rischia di travolgere la Federazione della Bosnia Erzegovina. I fatti, vediamoli: il 29 maggio la polizia di Sarajevo arresta il premier della Federazione, Fadil Novalic. Con lui, in manette finiscono il direttore della Protezione civile Fahrudin Solak e il proprietario della compagnia ‘Srebrena malina’- Lampone d’argento – Fikret Hodzic.

I tre sono accusati dalla Procura di associazione a delinquere, abuso d’ufficio e riciclaggio di denaro. Per 5,3milioni di euro avrebbero acquistato in Cina cento respiratori, che nel pieno della pandemia da Coronavirus si sono rivelati inutilizzabili. L’inchiesta vuole far luce sulle dinamiche, capire come una compagnia come quella di Hodzic – che si occupa appunto di frutta e verdura – abbia potuto ottenere una commessa pubblica di quel tipo, senza nemmeno una gara d’appalto.

I tre finiscono in carcere: e si scatena l’inferno. A Sarajevo, il giorno dopo, 30 maggio, alcune migliaia di persone, sotto le più varie bandiere di partiti e movimenti, sfilano gridando “basta tacere”. I manifestanti, che arrivano sotto il Parlamento, vogliono dire basta alla corruzione, agli scandali e al rinvio delle elezioni. Uno dei documenti che vengono distribuiti parla di “muta dittatura di tre dittatori”, riferendosi ai tre leader nazionalisti – serbo, croato e musulmano, Milorad Dodik, Dragan Covic e Bakir Izebegovic – che siedono contemporaneamente alla presidenza.

Insomma, la crisi politica è nell’aria, ma nella Bosnia Erzegovina del 2020, una cosa del genere – una crisi di questo tipo – non è da prendere alla leggera. Le conseguenze possono essere disastrose. Infatti, Bakir Izetbegović, leader del Partito di azione democratica (SDA), capo nazionalista dei bosgnacchi, cala l’asso. Reagisce in modo durissimo all’arresto del premier Novalic, suo compagno di partito. Izetbegović avverte che la macchina paramilitare del suo partito è pronta a difendere i propri membri, compreso Novalić . Questo, naturalmente, per ammorbidire le proteste della piazza e intimidire i manifestanti.

Izetbegović – dicono gli osservatori – ha dimostrato di essere pronto a tutto, perché si sta rendendo conto che la situazione gli sta sfuggendo di mano. Le indagini potrebbero infatti dimostrare un possibile coinvolgimento nell’affare di Sebija Izetbegović, moglie di Bakir e direttrice del Centro clinico di Sarajevo. Ci sarebbe lei, in realtà, dietro l’acquisto dei respiratori. E sarebbe davvero travolgente.

In ogni caso, i tre arrestati sono tornati in libertà già il 31 maggio, per ordine del Tribunale, che non ha accolto le richieste della Procura. Si difenderanno a piede libero, ma la tensione resta alta. Soprattutto, per l’ennesima volta l’Europa ha capito che la federazione della Bosnia Erzegovina – che ha iniziato il percorso per l’ingresso nell’Unione – è ancora lontana dal garantire trasparenza e diritti ai propri cittadini. Quella verso la pace e la democrazia appare davvero ancora una lunga, lunga strada.

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