Brexit: l’ultima cena per salvare un accordo

L'incontro a Bruxelles tra la presidentessa della Commissione Europea e il leader britannico concede ai negoziati altre 72 ore di tempo. Ma le posizioni sono inconciliabili: si rischia una Brexit senza accordo commerciale

di Lucia Frigo

Mancano 22 giorni alla fine del periodo di transizione e un accordo tra Ue e Regno Unito sulla Brexit appare sempre più difficile. Lo hanno annunciato a più riprese i negoziatori britannici e quelli europei, che da febbraio cercano di trovare un patto commerciale per regolare i rapporti tra Ue e Regno Unito. Con l’orologio della Brexit sempre più vicino allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 2020, il Primo Ministro inglese Boris Johnson è volato a Bruxelles per incontrare la presidentessa della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen la sera del 9 dicembre: il tempo di una cena assieme per discutere il futuro dei rapporti economici, diplomatici e di sicurezza tra due potenze mondiali. A un paio di settimane dalle festività natalizie lo stallo tra Londra e Bruxelles è più teso e problematico che mai: sul piatto, questioni che si sono accumulate in questi mesi tra cui gli accordi sulla pesca nelle acque britanniche, la questione Nordirlandese e i problemi dovuti agli scambi di merci tra continente e Gran Bretagna.

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Eravamo stati avvisati che la cena tra i due leader al Berlaymont – il palazzo della Commissione Europea – non sarebbe finita con un patto concluso e firmato al tavolo dei dolci: il fatto che i due abbiano deciso di dare ai negoziati altre 72 ore prima di dichiarare il fallimento delle trattative è un segnale misto. Da un lato, le fonti vicine a Johnson e quelle di Bruxelles annunciano che le posizioni dei due leader rimangono inconciliabili. Dall’altro, non si sa se i due abbiano deciso di modificare i mandati delle rispettive delegazioni: questo darebbe una concreta speranza per le 72 ore che adesso ci separano dalla fine delle trattative.

Se l’impasse non si risolverà entro quella scadenza, saremo lasciati con una “Brexit dura”: quella che gli esperti sconsigliano da oltre quattro anni e che i negoziatori hanno provato a scongiurare. I rapporti commerciali tra Ue e Regno Unito tornerebbero sotto le regole, minime, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, che prevede l’imposizione di controlli alle frontiere e dazi doganali. Secondo alcuni, questa sarebbe una tragedia per l’enorme mole di merci, persone e servizi che ogni giorno attraversano la manica. Ma anche i più moderati temono lo scenario del 2021: se non vi sarà un accordo, sono già annunciate le code infinite al porto di Dover, l’aumento dei prezzi delle merci, per non parlare della crisi economica prefigurata e già preventivamente aggravata dalla pandemia di coronavirus. La London School of Economics ha annunciato ad agosto che, senza un accordo a dicembre, il Pil britannico crollerà dell’8% nel 2021.

Nel dubbio, il premier britannico si è espresso nelle ultime settimane con crescente cautela: consapevole che siamo ormai al termine del periodo di transizione, che doveva fungere da cuscinetto tra applicazione delle regole dell’UE e nuove norme derivanti dall’accordo che però non si concretizza, Johnson ha più volte ricordato ai cittadini che l’opzione di Brexit senza trattato commerciale rimane concreta. Dei cambiamenti ci saranno a partire dal 1° gennaio 2021, ha annunciato, in ogni caso.
La frustrazione è reciproca ma anche nazionale. Gli inglesi iniziano ad avere risentimenti verso il premier Johnson, che durante la sua campagna politica sventolava l’araldo del “Get Brexit Done” (“Realizziamo la Brexit”), salvo poi dimostrare di non essere affatto in possesso di quell’accordo “pronto da infornare” (Oven-ready deal, un termine usato dai media inglesi per riferirsi a un accordo preconfezionato e facilmente azionabile).

Anche la Commissione Europea dimostra di essere pronta a qualsiasi risultato, anche al peggiore: la mattina dopo la fatidica cena, la Commissione ha rilasciato un documento con il quale pianifica l’eventualità del fallimento delle trattative. Il messaggio agli Stati Membri è chiaro: se non ci sarà un accordo, non andranno negoziati accordi bilaterali tra Stati Membri e Regno Unito, perchè potrebbero danneggiare il mercato comune – la gemma della corona di Bruxelles.

Rivediamo la cronologia della Brexit per tappe principali:

Lo stallo della cena di Bruxelles non stupisce: entrambe le delegazioni hanno spesso accusato la controparte di avanzare richieste intollerabili e chiesto che, per raggiungere un accordo, fosse l’altra a scendere a compromessi. Prima della sua partenza per il Belgio, Johnson aveva commentato che “nessun Primo Ministro potrebbe mai accettare le condizioni poste dall’Unione Europea per questo patto”; d’altro canto, come ha detto Angela Merkel ai giornalisti tedeschi nello stesso giorno, l’Unione Europea non ha intenzione di sacrificare il mercato unico comune né i suoi standard: se l’Ue in futuro deciderà di fornire più garanzie per i lavoratori, l’ambiente o i servizi sociali, non vorrà restare legata ad un partner con livelli di tutela più bassi, capace – come è il Regno Unito – di sfruttare i diversi standard a proprio vantaggio (ad esempio, per offrire prodotti meno costosi grazie a una retribuzione minore della manodopera).

Verosimilmente, tra una portata e l’altra, Von Der Leyen e Johnson hanno discusso quali posizioni i loro rappresentanti manterranno ferme e su quali invece possono concedere  qualche centimetro. A questo punto, si tratta davvero di centimetri: di fronte a recriminazioni dell’ultimo minuto (come quelle sull’accesso alle aree di pesca britanniche, che la Francia ha sollevato a ottobre dopo mesi di negoziati) e a questioni annose come il “level playing field” (la futura parità di condizioni tra il mercato interno e quello inglese) ogni piccolo passo può sbloccare potenzialità di dialogo inesplorate.

Un passo nella direzione auspicata dall’Unione Europea è arrivato da Londra, intanto, alla vigilia della cena: il Regno Unito ha annunciato che eliminerà dalla sua legislazione sul mercato interno una serie di clausole controverse, che avrebbero violato l’Accordo di Recesso nemmeno un anno dopo la sua firma da parte dello stesso governo. Oggetto di queste norme è l’Irlanda del Nord, grande contesa durante i negoziati: con un accordo di pace da mantenere, un conflitto mai del tutto sopito e un tesissimo confine (l’unico confine terrestre del Regno Unito, con la Repubblica d’Irlanda) questo ha fatto tirare un sospiro di sollievo a chi vive di scambi commerciali nell’isola verde, ma in realtà ha solo posticipato il dibattito sul confine senza risolverlo.

Tre dati sono, comunque, certi. Il primo: la Brexit avrà un impatto concreto in ogni singolo settore del Regno Unito: nemmeno l’allevatore nel villaggio più remoto della Scozia rimarrà immune dalle conseguenze. Il cambiamento alla fine del periodo di transizione sarà percepito a qualsiasi livello, dal lavoratore in catena di montaggio a chi gestisce rami di aziende europee dalla capitale finanziaria di Londra. Il tutto con un aumento inevitabile nei costi generali: dalle vacanze nel sud dell’Europa, al prezzo di cibo e vini, all’industria automobilistica, aeronautica, ai servizi finanziari.

Il secondo dato fondamentale, immutato dal giorno d’inizio dei negoziati: la geografia è destino, ed è inevitabile. I rapporti commerciali, finanziari, e di sicurezza comune che legano Uk e Paesi europei non possono essere cancellati. Nonostante le mire internazionalistiche di quella che dopo la Brexit ama definirsi una “Global Britain”, i rapporti più importanti (qualitativamente e quantitativamente) rimangono quelli con il vicinato. La Brexit non modificherà la geografia del continente, i rapporti tra Ue e Regno Unito sono destinati a proseguire, merci e persone continueranno ad attraversare la manica e la mancanza di un accordo si tradurrà solo in una grande difficoltà forse evitabile e costi più elevati per tutte le parti in gioco.

Il terzo: se la geografia è destino, la storia è memoria. Il conflitto nordirlandese (i “troubles” degli anni 60-90) si è concluso nel 1998 anche grazie alle garanzie offerte dall’Unione Europea, che permise di eliminare quel doloroso confine tra Irlanda e Ulster grazie all’appartenenza all’UE di entrambi i paesi. E con l’intervento degli Stati Uniti d’America, grandi mediatori nell’Accordo di pace di Belfast, che oggi con Biden tornano ad essere attenti osservatori di ciò che accade sull’isola. Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, l’Irlanda del Nord torna a vivere le sue fragilità: suddito di Londra, che spesso l’ha dimenticata durante i negoziati e ha dimostrato scarso interesse all’accordo di pace, legata a una cultura irlandese millenaria, ma soprattutto non ancora in pace con le proprie contraddizioni interne. La geografia che àncora l’Irlanda del Nord in una posizione scomoda per il futuro dovrà essere riconciliata con una storia che ancora non è sopita.

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