Darfur, sangue in un campo di sfollati

Scontri interetnici tornano a seminare il terrore nella Regione del Sudan mentre la missione Onu si ritira dopo tredici anni

Le Nazioni Unite lasciano un Darfur in preda a una nuova ondata di scontri che, in pochi giorni, hanno provocato oltre duecento vittime. Il 1 gennaio, dopo 13 anni di attività, la Unamid, la missione di pace delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana ha abbandonato il campo. A chiedere il ritiro era stato lo stesso governo (di transizione) sudanese, che avrà ora il compito di mantenere (termine improprio) la pace nella regione. La missione, che ha visto schierati fino a 26mila caschi blu con il compito di garantire pace e sicurezza nella regione sudanese, ha tempo per completare il ritiro del personale civile entro il 30 giugno 2021.

E proprio il 17 gennaio, mentre i responsabili della missione incontravano a Nyala Musa Mahdi, il Wali (governatore) dello Stato del Sud Darfur, per discutere della chiusura, sono scoppiati nuovi sanguinosi scontri in un campo per sfollati a El Genenina, la capitale dello Stato. La causa sembra essere stato l’omicidio di un membro della tribù Masalit, pugnalato a morte da un membro di una tribù araba. Anche se l’assassino era stato arrestato, la voglia di vendetta non si è placata: uomini della tribù Massalit si sono scontrati con nomadi arabi della milizia Janjaweed (i cosiddetti diavoli a cavallo, tristemente noti per le violenze perpetrate dal 2003 nella Regione) che volevano vendicare il loro compagno ucciso. In seguito agli scontri, le autorità locali hanno imposto il coprifuoco in tutta la provincia.

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Il Comitato medico sudanese nel Darfur Occidentale, che è parte dell’Associazione dei professionisti sudanesi alla guida della rivolta popolare contro Omar al-Bashir, ha riferito che negli scontri sono morte almeno 83 persone e che 160 sono state ferite. Inoltre circa 50mila persone sono fuggite. Gli sfollati residenti nel campo si sono rifugiati nella città di El Geneina e negli altri villaggi circostanti.

La Darfur Bar Association, che nel 2020 ha vinto il Democracy Award, ha denunciato che “Le milizie armate hanno approfittato della controversia per aumentare la violenza. Le milizie armate hanno approfittato dell’incidente e hanno attaccato El Geneina da tutti i lati, hanno diffuso il panico dentro e intorno alla città (…) hanno anche effettuato ogni tipo di violazioni dei diritti umani”. La DBA ha quindi chiesto un’indagine sulla “risposta ritardata del comandante dell’esercito a El Geneina” e l’attivazione di una campagna di disarmo nella regione.

Gli episodi di violenza non sono nuovi a El Geneina, dove nel dicembre 2019 erano partiti scontri simili, innescati dall’uccisione di un pastore Mahameed della componente araba da parte di un Masalit in uno dei campi profughi di Kerending. A quell’episodio seguirono 80 morti, almeno 190 feriti e i due campi di Kerending furono rasi al suolo.

Nel Darfur, una delle regioni più povere del Sudan, con tassi di povertà fino al 67% e dove diverse strutture sanitarie sono state chiuse per mancanza di fondi e personale, i conflitti e le tensioni intercomunitarie proseguono da anni. Gli sfollati a causa delle violenze sono milioni, mentre molte altre persone sono fuggite nel vicino Ciad e negli altri Stati limitrofi.

Secondo l’United Nations Office for Coordination of Humanitarian, tra gennaio e settembre 2020 hanno ricevuto assistenza umanitaria quasi 5milioni di persone. In una dichiarazione rilasciata dal suo portavoce, il segretario generale António Guterres ha invitato le autorità sudanesi a “spendere tutti gli sforzi per allentare la situazione”. Li ha anche invitati a “porre fine ai combattimenti, ripristinare la legge e l’ordine e garantire la protezione dei civili, in conformità con il piano nazionale per la protezione civile del governo”.

*In copertina Una vista panoramica di al Geneina nel Darfur occidentale, in Sudan, dove sarebbero iniziate le violenze intercomunitarie (UNAMID / Hamid Abdulsalam)

di Red/Al.Pi.

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