Dietro al fuoco amazzonico

Il "Giorno dei fuochi" e le cause del grande rogo in Brasile

 

di Maurizio Sacchi

Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro ha annunciato che non sarà presente  al summit per gli incendi in Amazzonia del 3 e 4 settembre a Belem e Manaus,  per ragioni di salute: deve subire un intervento alla colonna vertebrale,  sequela dell’attentato a colpi di coltello subito durante la campagna elettorale.

Come è ormai prassi comune, la notizia è stata trasmessa in una forma che mescola vittimismo e aggressività, e si iscrive in una strategia che mescola aspetti nazionalisti e populisti, e accuse di ingerenza e incoerenza verso i Paesi e le organizzazioni che denunciano le responsabilità di Brasilia nella drammatica escalation della deforestazione.

Le responsabilità, dirette e indirette, questa volta paiono dargli torto: secondo Globo Rural, giornale di San Paolo, e emittente molto seguita fra gli agricoltori delle aree rurali, il 5 agosto si é “celebrato” il Dia do Fogo: la “Giornata del fuoco”, nella quale gruppi di proprietari terrieri si sono impegnati in una serie sistematica di incendi dolosi nelle aree boschive protette. L’Associazione Stampa Brasiliana (ABI) ha inviato una lettera al governatore di Pará, Helder Barbalho, chiedendo il suo impegno personale per garantire la vita del giornalista Adécio Piran, direttore del quotidiano Folha do Progresso, e il primo a segnalare il gruppo whatsapp che ha lanciato e coordinato questa azione congiunta.  Secondo la lettera, Il giornalista è stato minacciato e gli inserzionisti costretti a lasciare il giornale. Questo per segnalare le responsabilità dirette. Ma in tutta la campagna elettorale Bolsonaro aveva indicato nella più grande foresta del Pianeta una risorsa inutilizzata, e attaccato duramente organizzazioni indigene e ONG che ne impedivano lo sfruttamento.

Come è noto, il Presidente brasiliano ha respinto rudemente le denunce di Francia e Germania, rimbalzando le accuse e facendo appello alla autodeterminazione. E sollevando un problema non da poco, poiché le responsabilità europee e statunitensi nell’attacco al “polmone del mondo” sono evidenti.  Per decenni, i legnami esotici della selva sono stati saccheggiati soprattutto per soddisfare la domanda proveniente dal Nord del mondo. E tuttora nel 2015 l’industria brasiliana ha “prodotto” circa 136 milioni di m3 di tronchi. Il valore totale delle esportazioni di prodotti legnosi primari nel 2015 è stato di circa 243,2 milioni di dollari.

Il 41% del legname è destinato agli Usa, e il 12,5% a Regno unito, Francia,Belgio e Germania. ( dati ITTO -2017) L’International Tropical Timber Organization (ITTO) è un’organizzazione intergovernativa che promuove la gestione e la conservazione sostenibili delle foreste tropicali e l’espansione e la diversificazione del commercio internazionale di legname tropicale da foreste gestite in modo sostenibile e legalmente raccolte.

Ma si punta il dito soprattutto sugli allevatori, che possono facilmente raddoppiare gli ettari a pascolo, con una azione distruttiva come quella dei giorni di agosto. Sono parte fondamentale del consenso di Bolsonaro, e anche se è partita un’inchiesta, ufficialmente appoggiata dal presidente, per identificare gli iscritti alla chat incriminata, la complicità morale e il clima culturale instaurato dal capo dello Stato sono da indicare come fattori essenziali di questa catastrofe.

Bolsonaro ha cercato alleati negli altri Paesi che posseggono parti della selva amazzonica: Colombia, Perù e Ecuador. Sul versante colombiano, una approfondita analisi della deforestazione, delle sue cause, e dei modi in cui si realizza, é stata realizzata da Semana, settimanale di Bogotà, che ha intervistato più di 150 fra indigeni, agricoltori, operatori dell’industria del legname, e autorità locali. Dall’inchiesta è risultato che i certificati di autorizzazioni al taglio degli alberi – il governo colombiano concede quote controllate di abbattimenti, che dovrebbero essere compensate da opere di riforestazione- sono divenuti oggetto di commercio illegale, venendo utilizzati più volte, per “lavare” il legname abbattuto illegalmente. Si racconta anche come, seguendo una delle poche pattuglie fluviali che cercano di contrastare l’opera di abbattimento e trasporto fluviale dei tronchi, i madereiros abusivi si spstassero sulla costa peruviana alla vista delle vedette colombiane; e che facessero l’opposto, quando avvistavano imbarcazioni delle autorità peruviane.

Secondo l’EIA, l’agenzia statale colombiana per la protezione dell’ambiente: “C’è una mafia che traffica flora e fauna, in cui sono coinvolti alcuni funzionari. Gli intervistati hanno spiegato che le specie proibite possono essere facilmente trafficate dichiarandole come altre specie nelle  bolle di accompagnamento. Le bustarelle per la polizia sono il prezzo da pagare per fare affari “.

La battaglia per salvare la foresta amazzonica è quindi una sfida di grande portata, che può essere vinta solo con un lavoro assiduo e informato sul territorio, e non solo nelle sedi diplomatiche. E un piano di sviluppo alternativo, che non si limiti alla sola repressione: data l’immensità dell’area, e le condizioni estreme, può essere un compito impossibile. 

 

 

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