DOSSIER ATLANTE – L’odore della guerra. Intervista a Fabio Bucciarelli di Alessandra Montesanto per Assaman.info

Gheddafi steso su un materasso insanguinato, esanime, coperto da un telo verde. Quella foto di Fabio Bucciarelli ha fatto il giro del mondo: Bloomberg, The Times, Stern magazine, Vanity Fair. Come fotografo freelance, Bucciarelli ha raccontato la rivoluzione in Egitto, la guerra del Kachin indipendence army in Birmania, le proteste di Atene. Ma soprattuto la fine della Jamahiriya, della dittatura a Tripoli. E’ tra i collaboratori dell’Atlante dei conflitti del mondo.

Prima di andare sul campo, come ci si prepare?

E’ importante, certo, conoscere la condizione socio-economica e politica del paese prima di recarvicisi. Una volta in loco, se si è fortunati (o meglio se si è in “assignment” per qualche testata/rivista) si ha la possibilità di contrattare un fixer, la persona di riferimento per il reporter. E’ una persona del luogo, che conosce l’inglese e lavora come traduttore e da cicerone per il giornalista. Senza assegnato, quindi senza risorse monetarie per pagare un fixer, ci si muove più lentamente, con l’aiuto delle persone del luogo. Serve empatia per potersi relazionare alla gente immersa in una realtà di conflitto. Altre volte, ci si unisce a colleghi con più esperienza per entrare nella realtà del conflitto. Più tempo si passa in una realtà di emergenza, più profondo è il documento che si riesce ad ottenere.

Quali sono i momenti in cui si rischia di più?

In guerra, ogni momento può essere “pericoloso” . Non solo quando si sta coprendo uno scontro a fuoco si rischia la vita. Si vive in una realtà di totale instabilità, in una “polveriera” che in ogni attimo rischia di esplodere. Non ci sono leggi da rispettare.

Come si muove un fotografo freelance? Ha una “troupe”?

Come fotografo, la “troupe” può essere formata dal giornalista inviato dal tuo stesso giornale. Diversamente, ci si muove da soli, o in piccoli gruppi di 2,3 o al massimo 4 persone, per essere più flessibili e capaci di prendere decisioni rapide ed efficaci.

Era possibile “esportare la democrazia” in Libia?

La democrazia non si può esportare, nasce da un lavoro continuo sul territorio. Intendo un lavoro sociale legato ad una maggiore conoscenza della cultura locale, non attraverso l’uso di armi. Nel caso specifico della Libia, la popolazione, dopo 42 anni di dittatura di Gheddafi, bramava un sentimento di libertà. Aveva bisogno di scacciare il Rais più di qualsiasi altra cosa, prima di pensare a una forma di governo democratico. L’intervento armato della NATO, è stato di aiuto alla Rivoluzione, senza il quale, probabilmente, non avrebbe trionfato. Ma la ragione per la quale la NATO è intervenuta in Libia, è di interesse economico e non di desiderio di “esportare democrazia”.

Cosa l’ha colpita di più del conflitto libico?

In guerra si vive l’estremizzazione del sentimento umano. Morte, dolore, tristezza e gioia, libertà, felicità. Questo è quello che empaticamente rimane dentro di noi. Una delle tante immagini che mi è rimasta in mente, ve la mostro attraverso una fotografia.

Esiste ancora un’etica giornalistica, specialmente quando si ha a che fare con la popolazione che vive una situazione complessa e drammatica?

L’etica giornalistica è fondamentale per svolgere questo lavoro. La difficile ricerca della verità deve essere l’obiettivo di ogni giornalista. Vorrei citare Mimmo Candito, famoso inviato di guerra italiano, un vero esempio di etica giornalistica. Nella prefazione al mio libro ‘L’Odore della Guerra’, scrive, a proposito di verità: ”

[…]E’ convincimento diffuso che a morire in guerra sia anzitutto la verità. E dunque che il lavoro del reporter (quale che sia il profilo sotto il quale si sviluppa il suo racconto) sia sostanzialmente inutile, condannato a scontare la impossibilità di un “assignment” che per essere realizzato dovrebbe distruggere le pale – lente ma inesorabili – di troppi mulini: le astuzie subdole e allettanti del potere politico, i camuffamenti del potere militare, la stessa indifferenza del consumo culturale, piegato ormai a subire passivo la fascinazione bugiarda dell’estetica dell’apparenza.

Questa estetica è la nuova palude dentro la quale si perde il progetto del giornalismo (non solo il giornalismo di guerra, ma questo soprattutto). La velocizzazione della comunicazione – ammoniva Paul Virilio – è indifferente alla qualità dell’informazione. Con il risultato che l’accelerazione dei tempi produttivi nella trattazione delle notizie impone – in questo nostro secolo elettronico – la caduta della linea di separazione tra il reale e il verosimile; tutto diventa uguale, vero o non-vero, purchè venga comunicato. E se il reporter però muore in un suo velleitario tentativo di opporsi alla omologazione della “indifferenza” che Virilio denuncia come destino ineluttabile della costruzione della conoscenza oggi, peggio per lui e per la sua stupida presunzione di raccontare “la verità…”

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