Il summit di Roma: fallimento o successo?

Mentre a Glasgow si negozia, le valutazioni di un'esperta sullo stato dell'arte sul clima

di Maurizio Sacchi

Il 30 e il 31 ottobre 2021 si è tenuto a Roma il Vertice dei Capi di Stato e di Governo dei Paesi appartenenti al G20. Per capire di più su come è andato il summit organizzato dall’Italia abbiamo chiesto a Marica Di Pierri, giornalista, attivista, ricercatrice, esperta di cambiamenti climatici e diritti umani e portavoce dell’Associazione A Sud e Direttrice del CDCA – Centro Documentazione Conflitti Ambientali. È direttrice responsabile della testata giornalistica EconomiaCircolare.com:

C’è una divaricazione totale sull’interpretazione da dare al G20 tra chi dice che è stato un successo e chi dice il contrario.  Cosa ne pensa?

Dal nostro osservatorio, che è quello di una organizzazione sociale impegnata da oltre 15 anni nel campo della giustizia ambientale e climatica, sulle questioni ecologiche il G20 è stata una sonora delusione. Già a luglio a Napoli i ministri dell’ambiente avevano glissato su due punti centrali per l’azione climatica globale: il phase out dal carbone e la road map al 2030.

Nel summit finale che ha chiuso a Roma l’anno di presidenza italiana è mancato l’accordo sulla data entro cui raggiungere la neutralità climatica. Se fino ad ora era il 2050 l’orizzonte temporale sul quale convergere, fatta salva la Cina che lo aveva già procrastinato unilateralmente al 2060, dal documento del G20 la formula esce annacquata con un ben meno stringente “entro o attorno alla metà del secolo”. Sul carbone si è stabilito di non finanziare nuove centrali all’estero, facendo salve però quelle sul territorio nazionale. Con la corsa alla costruzione di nuove centrali soprattutto in Cina e in India, va da sé che la misura risulta ridicola.

In un anno nero per il clima, tra inondazioni, temperature record, roghi ed eventi estremi devastanti, i “grandi della terra” non sembrano aver capito cosa c’è davvero in ballo. O più semplicemente, hanno deciso di ignorarlo.

Draghi ha commentato il summit capitolino parlando del successo dell’incontro e individuando l’elemento di tale successo nella possibilità di “mantenere vivi i nostri sogni, impegnarci a ulteriori provvedimenti, stanziamenti di denaro, ulteriori promesse di riduzione”. Come a dire: nell’impossibilità di metterci d’accordo anche solo su formule generiche, rimandiamo ogni decisione  ma raccontiamolo come un successo. Come se la sfida non fosse realizzarli, gli obiettivi, stiamo ancora discutendo di come formularli, di quale avverbio usare, di dove posizionare le virgole.

Riguardo alla posizione di Cina India e Russia qual è il tuo punto di vista?

Senza soluzione di continuità dal G20 di Roma i “grandi della terra” sono passati alla Cop26 di Glasgow. I presidenti di Cina e Russia sono i grandi assenti di questo vertice Onu. La loro assenza segna senz’altro il passo delle tante divergenze che mettono in difficoltà le negoziazioni. Anche il presidente indiano Modi ha lasciato la città scozzese poco dopo l’apertura dei lavori, il 3 novembre.

Se sembrerebbero non più insormontabili, almeno in teoria, i contrasti sull’opportunità di stabilire l’obiettivo di contenimento delle temperature a fine secolo entro i +1,5° anziché a +2°C, le divergenze rimanenti – e sostanziali – riguardano soprattutto i tempi, ovvero la velocità con cui impostare la road map di decarbonizzazione.

Per quanto riguarda l’India, prima di lasciare Glasgow il presidente Modi ha annunciato l’intenzione di raggiungere emissioni zero, ma entro il 2070, con 20 anni di ritardo rispetto alle raccomandazioni della comunità scientifica. La Cina e la Russia invece si sono poste come orizzonte temporale zero emission il 2060. Comunque 10 anni di troppo.

Per la Russia, è la dipendenza da gas e petrolio e la posizione del Cremlino nella geopolitica dell’energia a rendere la transizione energetica poco attraente anche da un punto di vista strategico in questo momento.

La Cina sta aumentando la produzione di carbone di un milione di tonnellate al giorno (il 53% della produzione mondiale di energia da carbone proviene dal gigante asiatico). I tre maggiori emettitori mondiali sono Cina, India e USA.

La Cina emette da sola il 27% delle emissioni totali globali, gli Stati Uniti l’11-12%, l’India il 7%. Il dato è significativo, ma va sottolineato che dovrebbe essere interpretato anche in termini di emissioni procapite; considerando le quali, ad esempio, gli Usa sono saldamente al primo posto tra i tre maggiori emettitori: “Le emissioni cumulative pro capite storiche degli Usa sono 8 volte quelle della Cina” è la risposta del portavoce del ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin alle affermazioni di Biden che ha commentato con stizza l’assenza della Cina a Glasgow. 

Se il tema degli impegni in termini di riduzione delle grandi potenze asiatiche è effettivamente un tema di peso, di certo il ricco mondo industrializzato non può nascondere la testa sotto la sabbia.

L’impressione è che il rimpallo di responsabilità serva più che altro a distogliere l’attenzione dall’inadeguatezza degli impegni assunti da tutti i governi, nessuno escluso.

Cosa ti aspetti da Glasgow? E cosa pensi sia necessario fare?

Già possiamo dire che il vertice di Glasgow non è partito sotto i migliori auspici. Dopo le divergenze e le difficoltà ad avanzare registrate nel corso del G20, la strada per uscire con conclusioni all’altezza dell’emergenza climatica è tutta in salita.

Il punto centrale, mai ribadito abbastanza, è che gli NDC, gli impegni di riduzione delle emissioni definiti a livello nazionale, cui finalità dovrebbe essere centrare l’obiettivo dell’Accordo di Parigi, non sono in alcun modo sufficienti. Con gli impegni attuali lo scenario al 2100 è stimato tra i +2,7° e i +3-4°C.

Nessuno, dunque, sta facendo abbastanza. E questo vale per tutti i paesi, anche per quelli che si intestano la leadership nella governance climatica globale. Vale per l’Europa e per gli Usa. Vale per i paesi a  industrializzazione avanzata, per le grandi potenze emergenti, per i paesi in via di sviluppo. É vero che ciascuno è chiamato a fare la propria parte tenendo conto del principio di responsabilità comuni ma differenziate, ovvero delle emissioni storiche e delle capacità tecnologiche e finanziarie attuali. Ma anche letti con queste lenti, tutti gli obiettivi di riduzione stabiliti sono drammaticamente insufficienti.  

Nel frattempo, gli indicatori climatici sono fuori controllo. Gli ultimi report sono chiari. Il contributo del I working group al Sesto Rapporto di Valutazione dell’IPCC, cui seconda e terza parte saranno pubblicati nel 2022, parla di cambiamenti irreversibili già in atto. Tutti i principali indicatori climatici (riguardanti oceani, atmosfera, ghiacci) stanno cambiando ad una velocità mai osservata prima.

Dal punto di vista emissivo, l’Emission Gap report appena pubblicato dalla UNEP calcola che le concentrazioni atmosferiche di tutti i principali gas serra “eccede enormemente” il limite necessario al rispetto degli accordi di Parigi. Gli attuali tagli alle emissioni porteranno infatti ad una riduzione dei gas climalteranti al 2030 di appena il 7,5%, contro il 55% necessario per raggiungere l’obiettivo di Parigi di 1,5°C.

Dello stesso segno è il contenuto dell’ultimo Bollettino annuale dei gas a effetto serra pubblicato dalla WMO, che ha registrato in atmosfera una quantità di anidride carbonica record, con un valore medio di 413 ppm e picchi di 420. Appena cinque anni fa era di 400ppm. Secondo il segretario dell’Organizzazione Petter Taalas con questi trend gli obiettivi di Parigi sono fuori portata.

La discrasia tra gli allarmi lanciati dall’IPCC e la contabilità emissiva raccolta – tra gli altri – nei  report UNEP e WMO è il segno inconfutabile di una mancanza di volontà politica e di ambizione che rischia di condannare vaste zone del pianeta e milioni di persone a un futuro di miseria e di invivibilità.  L’emergenza climatica può già oggi considerarsi la più grave violazione inter generazionale dei diritti nella storia dell’umanità. Non è pensabile stare a guardare. 

É la ragione per cui sempre più spesso e più intensamente la società civile si mobilita, arrivando in molti casi a portare in tribunale gli Stati e le imprese, accusati di non agire contro i cambiamenti climatici e, non agendo, di violare i diritti umani fondamentali. Dopo le azioni legali vittoriose in Olanda, Belgio, Francia, Germania anche l’Italia da giugno ha la sua climate litigation. É stata lanciata dall’Associazione A Sud, prima firmataria, e promossa dalla Campagna Giudizio Universale, cui aderiscono oltre 100 associazioni.

203 ricorrenti, tra cui 17 minori, hanno chiesto al Tribunale Civile di Roma di dichiarare che lo Stato italiano non adempie alle sue obbligazioni climatiche e di condannarlo a moltiplicare gli sforzi. 

In casi giudiziari come questi l’appoggio dell’opinione pubblica è fondamentale. Per questo è stato lanciato pochissimi giorni fa un appello su Change.org per chiedere al governo di agire subito riducendo le emissioni. La prima udienza è invece fissata il 14 dicembre a Roma.  All’indomani della conclusione di una Cop26 che purtroppo già si annuncia come l’ennesima occasione perduta.

*In copertina un’immagine da Unsplash

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