Iran: reprimere la protesta

Le manifestazioni dopo la morte di Masha Amini non si fermano, mentre la polizia castiga e segnala infiltrazioni terroristiche

L’ondata di proteste causata dalla morte della ventiduenne curdo-iraniana Mahsa Amini mentre era detenuta dalla polizia morale non accenna a fermarsi. Con le piazze in tumulto non si è fatta attendere la repressione. Amnesty International ha dichiarato di essere entrata in possesso di documenti emessi dai vertici delle forze armate in cui si istruiscono tutti i comandi provinciali ad “affrontare severamente” i manifestanti.

In un primo documento, emesso il 21 settembre, il Quartier generale delle forze armate parla di “affrontare severamente gli antirivoluzionari e coloro che creano disordini”. Già quella sera, l’uso della forza letale durante le proteste aveva infatti causato decine di morti. In un secondo documento, il 23 settembre, il comandante delle forze armate della provincia di Mazandaran ordina invece di “affrontare senza pietà, anche arrivando alla morte, qualsiasi disordine provocato da rivoltosi e antirivoluzionari”. La ong ha raccolto i nomi di 52 persone (tra cui cinque donne e almeno cinque minorenni) uccise dalle forze di sicurezza iraniane dal 19 al 25 settembre, due terzi delle quali proprio il 21 settembre. Le autorità non hanno ad oggi rilasciato dati ufficiali su morti e arresti.

In un’analisi pubblicata il 30 settembre l’organizzazione ha poi documentato la tattica delle autorità iraniane per stroncare le proteste: “da un lato l’impiego di Guardie rivoluzionarie, delle forze paramilitari basiji, del Comando per il mantenimento dell’ordine pubblico, della polizia antisommossa e di agenti in borghese; dall’altro, il ricorso alla forza letale e alle armi da fuoco con l’obiettivo di uccidere manifestanti e nella consapevolezza che il loro uso avrebbe potuto causarne la morte”. Amnesty International ha anche raccolto prove di torture ai danni di manifestanti e semplici passanti, e di aggressioni sessuali ai danni delle donne in piazza.

“Nel tentativo di assolvere se stesse – si legge nella nota diffusa dalla ong – le autorità iraniane stanno promuovendo una falsa narrazione sulle vittime, descrivendole come “pericolose” e “violente” e addirittura arrivando a sostenere che siano state uccise da “rivoltosi”. Le famiglie delle vittime vengono minacciate per indurle al silenzio o vengono loro promessi risarcimenti se sosterranno pubblicamente, tramite videomessaggi, che i loro cari sono stati uccisi da “rivoltosi” al soldo dei “nemici” della Repubblica islamica dell’Iran”.

Ed in effetti il ministero dell’Intelligence iraniano ha presentato un rapporto secondo cui gruppi ritenuti terroristi, anche dall’estero, stanno fomentando le piazze e procurando materiale esplosivo. Secondo l’agenzia Irna sono stati arrestati 49 membri del gruppo Mojahedin-e-Khalq Organization (Mko), ritenuto terrorista da Teheran, che starebbe seguendo ordini da alcuni membri in Albania. Il rapporto segnala che “5 terroristi” sono stati catturati con 36 kg di materiale esplosivo. Tra gli arrestati ci sono anche 77 militanti di gruppi curdi e 92 persone affiliate con la dinastia reale Pahlavi, estromessa dal Paese dopo la Rivoluzione islamica nel 1979. Il ministero degli Esteri di Teheran aveva fatto sapere venerdì che “nove cittadini stranieri provenienti da Germania, Polonia, Italia, Francia, Paesi Bassi, Svezia e altri sono stati arrestati durante o dietro la scena dei disordini”.

L’uccisione di Mahsa Amini ha scatenato proteste nella provincia del Kurdistan iraniano e coinvolge oggi 80 località sparse in tutto l’Iran. Con lo slogan “donne, vita, libertà” (zan, zendeghi, azadi), molte hanno sfilato e stanno sfilando senza indossare il velo. Secondo la Società Italiana delle Storiche si tratta delle manifestazioni più importanti dalla rivoluzione del 1979, ben più rilevanti di quelle del 2009 e del 2019, perché sono partite dalla provincia per estendersi in tutto il Paese e perché le istanze di libertà della borghesia si sono unite alle rimostranze economiche dei ceti popolari. Capire cosa sta succedendo in Iran non è però facile: le autorità hanno da subito limitato l’accesso a Internet e alla messaggistica. Decine comunque le manifestazioni al di fuori dell’Iran a sostegno delle proteste e ieri si è celebrata una Giornata di mobilitazione internazionale. Varie anche le celebrità internazionali e del mondo dello sport che hanno espresso solidarietà.

Le proteste stanno coinvolgendo anche aree già profondamente instabili come il Sistan Balochistan, Regione al confine con Afghanistan e Pakistan e il Khuzestan, area molto ricca di petrolio. Nel Sistan Balochistan dal 2004 nella regione è in corso un conflitto a bassa intensità tra le forze di sicurezza iraniane e i movimenti ribelli beluci considerati dall’Iran gruppi terroristici. Ad Ahwaz, capoluogo del Khuzestan, nel sudovest del Paese, dal 1999 è attivo il Movimento di lotta araba per la liberazione di Ahwaz (Asmla), accusato dagli iraniani di ricevere fondi dall’Arabia Saudita, responsabile di assalti e attentati contro il governo di Teheran e la teocrazia sciita. Nella Regione sono attivi anche rami del gruppo Stato islamico.

*In copertina studenti di fronte all’Università di Al Zahra a Teheran il 1 ottobre 2022, immagine tratta da Twitter

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