Iran, una voce dall’attivismo femminile

Uno sguardo a una delle esperienze di protesta. Il caso di My Stealthy Freedom, del Mercoledì del velo bianco, attraverso l'intervista a una delle partecipanti

di Alice Pistolesi

Un velo bianco, il mercoledì, per protestare contro il regime iraniano. È iniziato così, nel 2014, uno dei primi e forse più strutturati esempi di protesta femminile contro il Regime teocratico. La protesta delle donne iraniane, che si è sviluppata nel Paese dopo la morte di Masha Amini, ventiduenne curdo-iraniana Mahsa Amini mentre era detenuta dalla polizia morale e che ha provocato centinaia di morti (Human Rights Activists, parla di 451 vittime, mentre il generale Amir Ali Hajizadeh ha parlato di 300) e migliaia di arresti, non è stata infatti la prima esperienza di ribellione femminile.

Il progetto “My Stealty Freedom”, nato dalla giornalista e attivista Masih Alinejad, ha dato per anni voce alle donne iraniane, diffondendo video mandati spesso per via amatoriale dalle stesse. Nel giro di pochi anni ha riscosso moltissimo successo sia in patria che all’estero: entro la fine del 2016, la pagina Facebook aveva superato il milione di like. Nel 2015, il Summit di Ginevra per i diritti umani e la democrazia, ha conferito all’attivsta il Women’s Rights Award per “aver dato voce a chi non ha voce e risvegliato la coscienza dell’umanità per sostenere la lotta delle donne iraniane per i diritti umani fondamentali, la libertà e uguaglianza”. Dall’esperienza di My Stealty Freedom, nel maggio 2017, Alinejad ha poi lanciato la campagna White Wednesdays , incoraggiando le donne a togliersi il velo il mercoledì o a indossare scialli bianchi in segno di protesta.

Anche Lena (nome di fantasia) aveva preso parte alla protesta del velo bianco. “Mi sento molto riconoscente – racconta all’Atlante delle guerre – verso questa attivista, perché è grazie a lei che ho iniziato ad aprire gli occhi. Sapevo che era pericoloso ma vedendo che tante mie coetanee aderivano ho preso coraggio, perché era importante dare il messaggio. Quando ho preso parte a questa iniziativa ho iniziato a pensare che piano piano le cose sarebbero potute cambiare. Spesso, durante queste occasioni, alcuni uomini ci insultavano, ci prendevano in giro. Non è stato facile mantenere la calma”.

Lena è nata e cresciuta a Teheran e abita oggi tra Italia e Iran. “Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia di mentalità molto aperta. Mia madre è stata per me un grande esempio: vissuta libera per 40 anni, ha avuto non poche difficoltà ad adattarsi al Regime. Ha studiato, ha conseguito due lauree e mi ricordo di quanto era turbata quando seppe che il regime, sotto varie forme, aveva iniziato anche a entrare negli uffici per dire alle donne che se non avessero indossato il velo non avrebbero più potuto lavorare. Fu per lei un grande colpo”.

La vita di Lena tre le mura di casa e in strada e nella società era molto diversa. “Finché stavamo in casa nostra o di amici la nostra vita si poteva definire quasi normale, il problema era ed è all’esterno. Mi ricordo ancora che a scuola non capivo perché dovevo tenere il velo, non vedevo l’ora di arrivare a casa per poterlo togliere. Mia madre, che faceva l’insegnante nella mia scuola, mi invitava a mentire. A non dire a nessuno che nella nostra casa bevevamo alcolici, oppure che lei fumava. Da piccola non capivo perché mi invitasse a dire bugie, mi sembrava sbagliato”.

La consapevolezza di “poter vivere anche in un altro modo” a Lena è arrivata tramite il movimento del 2014. “Dalla scuola in poi tutti noi subiamo un vero e proprio lavaggio del cervello. Io ho capito solo verso i vent’anni cosa potevo fare per far valere i miei diritti. Ho cominciato a informarmi. Non era semplice farlo quando internet non esisteva e quando anche le amicizie erano troppo spaventate anche solo per parlarne”.

La maggioranza delle donne iraniane può raccontare un episodio avvenuto con la polizia. “Mentre mi trovavo in macchina – racconta – una volta sono stata inseguita da forze in borghese che mi hanno intimato di sistemarmi il velo. Mi hanno tagliato la strada, inseguito e alla fine hanno estratto le pistole. Pretendevano che consegnassi loro i documenti, ma io sapevo che se lo avessi fatto sarebbe stato molto difficile e costoso ottenerli di nuovo. Mi andò bene: mi rilasciarono subito e potei rientrare a casa in serata. So però che Masha Amini, ad esempio, avrei potuto benissimo essere io. Non mi sono mai voluta piegare ai soprusi della polizia e questo è un atteggiamento molto pericoloso nel mio Paese”.

Crede che questa volta la protesta sia diversa e che si potrà arrivare ad un cambiamento? “Mi sembra che la consapevolezza della gente sia maggiore. Mi sembra che per la prima volta la gente si sia svegliata. La paura resta forte ma le persone non vogliono più restare ferme, vogliono giustizia. Mi auguro, quindi, che si possa essere vicini ad un cambio di era”.

*In copertina una protesta di My Stealthy Freedom in Iran, il 27 ottobre 2022 (foto tratta da Facebook)

Tags:

Ads

You May Also Like

Fermiamo la violenza in Kashmir: l’appello

Atlante delle guerre insieme a Cinema dei Diritti Umani di Napoli e al Festival dei Diritti Umani di Milano è tra i promotori di questo testo che punta ad accendere i riflettori sulla regione contesa  tra India e Pakistan

Accendiamo i riflettori sul Kashmir, per non dimenticare un conflitto che rischia una drammatica ...

Nagorno-Karabakh: cercasi soluzioni

Con il riaccendersi del conflitto, si torna a parlare delle possibili strade per la pacificazione. Un'intervista a Mario Raffaelli ex capo della conferenza di pace tra Armenia e Azerbaigian del 1992

di Danilo Elia Il suono delle bombe in Nagorno-Karabakh fa da contraltare al silenzio ...

Cina/Usa, sale la tensione

Dopo che il Canada ha accolto la richiesta americana di estradizione per Meng Wanzhou, figlia del fondatore di Huawei, azienda e governo cinese contrattaccano. Mentre si addensano nubi sul vertice con Trump per le tariffe commerciali

di Maurizio Sacchi Anche nella “guerra commerciale” tra Usa e Rpc il nuovo stile ...