Israele vs Iran: Medio Oriente in ebollizione

Il ruolo di Teheran e degli Stati Uniti, le posizioni di vecchi e nuovi nemici di Tel Aviv. L'intervista ad Alberto Bradanini, ex ambasciatore a Teheran

di Alice Pistolesi

“Siamo di fronte ad un geyser, l’area è in ebollizione e possiamo solo augurarci che non avvenga il peggio”. Riassume così l’attuale situazione in Medio Oriente Alberto Bradanini, ex-diplomatico, che tra tra i diversi incarichi ricoperti, è stato ambasciatore a Teheran dal 2008 al 2012 e a Pechino dal 2013 al 2015.
 
 Come commenta l’attacco dell’Iran ad Israele avvenuta nella notte tra il 13 e il 14 aprile?

Sulla base dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite si tratta di una reazione giustificata. Lo è anche dal punto di vista della deterrenza militare a protezione dei suoi interessi legittimi, secondo una schiera di analisti internazionali. Si è trattato infatti della risposta ad un atto gravissimo e inconsulto: l’attacco all’ambasciata iraniana a Damasco il 1 aprile scorso che ha ucciso 14 persone, tra cui 7 cittadini militari iraniani, le cui colpe sono sconosciute al diritto internazionale. Attaccare un’ambasciata è un atto che viola i principi fondamentali del diritto e della convivenza internazionale: le ambasciate sono infatti il luogo dove si costruisce il compromesso, senza il quale il mondo diviene un campo di battaglia permanente. Nei giorni scorsi, il Messico ha chiesto che l’Ecuador sia non solo condannato ma persino cacciato dalle Nazioni Unite per l’attacco organizzato da quel governo contro l’Ambasciata messicana a Quito. Solo il veto, ingiustificato e spesso fazioso, da parte di Stati Uniti, Regno Unito e Francia ha impedito la condanna di Israele per questo atto di plateale violazione del “diritto delle genti”, un veto che applica anche in questo caso l’usuale pratica del doppio standard, come afferma l’analista americano Scott Ritter.

Anche la Cina ha dichiarato che reagendo con droni e missili l’Iran ha esercitato il suo legittimo diritto alla difesa ai sensi dell’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, avendo Israele bombardato il Consolato iraniano a Damasco senza la minima giustificazione. D’altra parte l’Iran ha reagito “moderatamente”, come rilevano diversi analisti (Ritter, Sachs, Chomsky, Mc Govern, Hudson, Caitlin Johnstone e altri), esterni al mainstream atlantico, informando in anticipo gli Usa e di conseguenza lo stesso Israele.

La reazione misurata da parte iraniana è stata quella di dimostrare che la difesa israeliana è certamente possente, ma non impenetrabile. Inoltre, va notato che Teheran non ha fatto uso di missili ipersonici, di cui dispone e che se dovessero colpire la centrale nucleare di Dimona causerebbero una catastrofe di proporzioni inimmaginabili. L’Iran, inoltre, ha così mostrato di aver raggiunto un indubbio potere di deterrenza, in assenza del quale Israele continuerebbe a colpire a piacimento obiettivi iraniani, lasciando intendere che reagirebbe pesantemente ad altre eventuali provocazioni.
In definitiva, se a Tel Aviv non prevarranno i falchi è probabile che la catena si fermerà qui. È tuttavia difficile prevederlo -e molto dipenderà dalle pressioni Usa, che sulla carta non hanno interesse ad un’escalation. La società israeliana, però, è oggi fortemente radicalizzata: il 67% dei suoi cittadini, ad esempio, reputa che il governo Netanyahu non stia facendo abbastanza contro Hamas.

Stati Uniti e Israele sembrano quindi in disaccordo in questa fase

Questa è una delle rare volte in cui due Paesi hanno obiettivi diversi. Israele mira a estendere il conflitto, distraendo il mondo intero su un altro fronte per completare il lavoro di pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania, liberandosi con l’occasione di tutti i nemici storici: Hamas, Hezbollah e Iran. Questo è almeno l’intento, seppur velleitario, di Netanyahu, che mirerebbe così a salvarsi dal carcere che lo aspetta al termine del suo mandato. Gli Stati Uniti sono invece consapevoli che il coinvolgimento dell’Iran avrebbe spiacevoli conseguenze, a partire dal blocco dello stretto di Hormuz dove transita il 30% del petrolio mondiale che viaggia via nave. In tal caso le borse occidentali andrebbero in picchiata e l’inflazione alle stelle, frantumando le chance di Biden di essere rieletto in novembre. Se gli Houthi, con i pochi missili di cui dispongono, obbligano le navi a circumnavigare l’Africa, si possono immaginare il danni che un paese di 90 milioni di abitanti armato e ben organizzato come l’Iran potrebbe provocare. Ad esso si unirebbero poi, presumibilmente, altri “nemici” d’Israele, tra cui Hamas che non è stato certamente sconfitto, Hezbollah con i suoi 65mila soldati ben armati e addestrati, gli Houthi e forse la Siria (le “sue” alture del Golan sono ancora occupate illegalmente da Israele). A questo quadro deve aggiungersi la Turchia, la cui popolazione chiede di aiutare i palestinesi. Per ora il governo Erdogan fa orecchie da mercante e paga scotto alle elezioni, ma in futuro potrebbe modificare la sua postura. Quanto alle relazioni con i Paesi del Golfo, è chiaro che gli Accordi di Abramo siano morti e sepolti, mentre Israele sta soffrendo anche al suo interno: l’economia è in forte crisi e molte famiglie israeliane starebbero pensando di lasciare il Paese.
 
La questione nucleare resta centrale.

Mentre i media occidentali rilevano di continuo la presunta volontà iraniana  (mai provata) di dotarsi dell’arma atomica, si nasconde che Israele, che diversamente da Teheran non ha aderito al trattato di Non Proliferazione del 1968, possiede circa 100/200 testate nucleari  montate su sottomarini e dunque con capacità di doppio colpo. L’Iran utilizza invece l’uranio per scopi civili, consentiti dal Trattato e l’agenzia atomica delle Nazioni Unite non ha mai portato l’evidenza di una deviazione per fini militari. Se nel 2018 Trump non avesse stracciato l’accordo nucleare con l’Iran, voluto nel 2015 da Obama e sottoscritto dal gruppo 5+1, è presumibile che l’Iran sarebbe gradualmente divenuto un Paese ‘normale’, attraverso commercio, investimenti, scambi scientifici, culturali, anche con il mondo occidentale, favorendo una positiva interdipendenza e influenza, anche su temi caldi come i diritti umani. Questo non è avvenuto perché Teheran è stato costruito come un nemico strategico, utile ad alimentare tensioni e criticità tra i paesi della Regione. La “teoria imperiale del caos” mira a dividere amici e nemici, vendere armi a chiunque, tenere alto il corso del petrolio e del dollaro. Semmai, per qualche miracolo glorioso, gli Usa decidessero di abbandonare la Regione chiudendo le decine e decine di basi militari che possiedono, è presumibile che quelle Nazioni troverebbero gradualmente un loro equilibrio, fuori da ogni mira imperialistica.
 
Qual è secondo lei il reale rapporto dell’Iran con gli houthi dello Yemen?

Gli Houthi, così come Hezbollah in Libano sono sostenuti dall’Iran, ma non solo ai loro ordini. Hezbollah, ad esempio, è un partito politico, con una forte presenza nella società a sostegno della popolazione libanese, oltre che un’organizzazione militare. Hezbollah fa parte del governo libanese e ha una sua agenda politica, che prescinde dagli interessi iraniani. Lo stesso vale per gli Houthi. Non va dimenticato che nello Yemen l’Arabia Saudita ha sostenuto una guerra annosa contro quel gruppo a fianco degli Stati Uniti, senza alcuna autorizzazione delle Nazioni Unite. Oggi, l’intensità militare di quella guerra è diminuita, ma non è finita, anche se il riavvicinamento tra Iran e Arabia Saudita favorito dalla Cina sembra dare qualche frutto.
 
Qual è la situazione interna in Iran?

Quando si parla di Iran occorre separare la politica estera da quella interna. La prima, compresa quella militare, a dispetto della propaganda prevalente, è di natura difensiva. Il governo iraniano, che non è una democrazia di stampo occidentale, non ha attaccato alcun paese, come noto, nel 1980 fu attaccata da Saddam Hussein istigato dagli americani. Diversa è la questione interna. L’Iran è governato da una teocrazia che non si fa scrupoli quando è in gioco la sopravvivenza del regime o l’indipendenza nazionale.

Il Paese resta tuttavia aperto a un orizzonte di normalizzazione dei rapporti con l’Occidente, qualora si creassero le condizioni per il riconoscimento del principio di coesistenza e se gli Usa abbandonassero la strategia di demonizzazione o quella del cambio di regime. In tale contesto, deve rilevarsi che il mondo sta oggi acquisendo lineamenti diversi dal passato e diviene ogni giorno più plurale. Il Paese fa parte della Sco (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai), dal 1 gennaio è stato ammesso nel gruppo dei Brics e ha ottime relazioni sia con la Russia, con la quale collabora anche sul piano militare, e con la Cina, la quale, assetata di risorse energetiche indispensabili alla sua industria, conosce e corteggia la Nazione che occupa il primo posto al mondo in termini di riserve congiunte di gas e petrolio, anche se ancora non pienamente sfruttate, soprattutto il gas, per carenza di investimenti e tecnologia.

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