La Cina e la guerra: quale ruolo per il convitato di pietra?

La posizione di Pechino é piuttosto ambigua e la sua alleanza con la Russia pare tutt’altro che granitica. Un approfondimento

di Maurizio Sacchi

Mentre la guerra in Ucraina si inasprisce, e la prospettiva di un accordo di pace pare allontanarsi, c’é un convitato di pietra quasi silente, che potrebbe giocare un ruolo fondamentale per fermare il conflitto e porre le condizioni per una pace duratura. La Cina. Apparentemente, in seguito all’incontro durante i Giochi olimpici di Pechino fra Putin e Xi Jingping, il colosso cinese si sarebbe schierato diplomaticamente con Mosca, che preparava l’invasione. Ma la posizione di Pechino é piuttosto ambigua e la sua alleanza con la Russia pare tutt’altro che granitica. Proviamo qui a approfondire, per quanto possibile, quali siano le dinamiche che guidano l’atteggiamento cinese in questa crisi internazionale.

Lo scorso giovedì il ministero della difesa di Taiwan ha istituito un gruppo di lavoro,  incaricato di studiare le tattiche della guerra in Ucraina, e in particolare  il modo in cui il Paese stia tentando di resistere all’invasione da parte della Russia, nel timore che Pechino possa fare una mossa simile sull’isola, anche senza indicare alcun segnale concreto che questo stia per accadere. La ragione di questa mossa starebbe nel possibile impatto della guerra sui piani  militari della Cina. Secondo il ministro della difesa di Taipei Chiu Kuo-cheng, Taiwan sta seguendo vari aspetti della crisi, tra cui le “mediocri prestazioni militari” della Russia e la resistenza dell’Ucraina.

“Negli incontri  tenutisi tra gli Stati Uniti e Taiwan,.“ [senza fare ] osservazioni avventate, [vi sono state] discussioni (…) importanti per ottenere risultati utili per la costruzione di armamenti e la preparazione alla guerra”, ha dichiarato Chiu. I funzionari taiwanesi avrebbero riscontrato  paralleli fra la guerra in Ucraina e la loro situazione, identificati nel fatto di avere un vicino potente con ambizioni territoriali, e che ritiene di vantare diritti storici sul territorio. Ma si sarebbero anche  considerate le principali differenze fra le due situazioni, come la “barriera naturale” dello stretto di Taiwan, che renderebbe molto più difficile portare truppe di terra sull’isola. Taiwan ha anche una grande e moderna forza aerea, e sta sviluppando una propria forza missilistica, in grado di colpire sia le forze di un aggressore, che il suo territorio. Tutto questo va inserito in un quadro ove Taiwan rifiuta le rivendicazioni di sovranità sull’isola da parte di Pechino, sostenendo che solo il popolo dell’isola può decidere il suo futuro.

Mentre si pensava che l’attenzione degli Stati Uniti fosse concentrata solo sullo scenario europeo, Il 14 marzo la tensione fra Washingon e Pechino  é aumentata. Poco prima del suo incontro con il diplomatico cinese di più alto rango, Yang Jiechi, il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca Jake Sullivan’ ha  fatto circolare un cablogramma diplomatico dei servizi segreti che sosteneva che i cinesi avrebbero “aiutato militarmente” Mosca. Malgrado una pronta smentita di entrambe le parti interessate, l’accusa è stata riportata dai media internazionali.

All’inizio del conflitto,  alcuni commentatori si dichiararono  convinti che Pechino avrebbe approfittato del conflitto russo-ucraino per invadere Taiwan. Ma “le difficoltà che sta incontrando l’intervento militare russo e la portata delle sanzioni contro Mosca“ dovrebbero smorzare molti ardori. Questo non è il problema immediato per le autorità cinesi”, scrive il South China Morning Post. 

Il quotidiano, che fa capo alla comunità espatriata cinese, farilevare come la conseguenza più grave, evidenziata da diverse voci nella stessa Cina, sarebbe che “la guerra indebolirà considerevolmente le forze antioccidentali nel mondo”, come spiega Hu Wei, vicepresidente di un think tank governativo, il Public Policy Research Centre of the State Council Office. Una prospettiva considerata “cupa, in un momento in cui il Paese avrebbe bisogno di amici – se non di alleati – per affrontare la spinta degli Stati Uniti a limitare il suo potere”. Questo, in un quadro internazionale che in modo o nell’altro dovrà cambiare a seguito del conflitto.

La posizione del South China Morning Post riflette non tanto la posizione del governo di Pechino, ma quella della comunità cinese globale, che nella Nuova via della seta, e nell’espansione impetuosa della presenza cinese in tuto il Pianeta scommette e ha investito, spesso in partnership con le imprese statali o semi-statali della madrepatria. E la ostilità alla politica americana di “contenimento” di tale espansione va letta non in chiave politica o ideologica, ma come reazione al danno economico che ne deriverebbe. E infatti il quotidiano di Hong Kong dà una lettura particolare di quanto avvenuto alle Nazioni Unite subito dopo l’invasione dell’Ucraina.

La risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite  che il 2 marzo 2022 ha condannato l’aggressione russa in una sessione di emergenza convocata dal Consiglio di sicurezza col voto di 141 dei 193 membri dell’assemblea. Ma si é trattato  -fa notare il SCMP- di un voto tutt’altro che unanime.  Infatti, ha visto fra coloro che   non l’hanno fatto, per lo più astenendosi, Stati che rappresentano il 53 percento della popolazione mondiale. Principalmente la Cina e l’India. In Asia,  tuttavia, il Giappone, che ospita 55mila uomini delle truppe americane, e la Corea del Sud, che ne ospita 28.500,  sono tra i Paesi che si sono schierati con l’Occidente.

Il ruolo dell’economia

A giudicare dai rapporti sulla Cina nei media finanziari occidentali, le preoccupazioni per gli stretti legami di Pechino con Mosca, segnano un punto di svolta nella percezione della Cina da parte dei mercati internazionali, anche per il rischio che la Cina possa essere presa di mira con sanzioni secondarie se aiutasse la Russia nel conflitto, o indebolisse le sanzioni occidentali. Gli investitori stranieri, da quando é iniziato il conflitto in Ucraina, hanno venduto 9,5miliardi di dollari di azioni cinesi: il secondo più grande prelievo mensile dal 2014. Nella sola terza settimana di marzo, gli investitori stranieri hanno venduto 1,1miliardi di dollari di obbligazioni cinesi, il più grande  volume di vendita settimanale mai registrato, secondo la banca d’affari JPMorgan. Un rapporto pubblicato dall’Istituto di Finanza Internazionale (IIF) il 24 marzo  ha rivelato che gli investitori hanno ritirato denaro dalla Cina su una scala “senza precedenti” dallo scoppio della guerra,  mentre gli altri mercati emergenti  non hanno subito grandi deflussi.

In un tweet del 21 marzo, Robin Brooks, capo economista dell’IIF, ha detto: “È iniziato un riallineamento nei flussi di capitale globale. Mai prima d’ora la Cina ha avuto performance così inferiori  agli altri [mercati emergenti]. La guerra di Putin sta cambiando il modo in cui gli investitori guardano alla Cina.” Questo per la Cina rappresenta un grande pericolo.  Ai danni all’economia causati dalla posizione ambigua di Pechino si aggiunge l’ attuale  vulnerabilità dell’economia e dei mercati cinesi , nonostante l’impegno del governo nel sostenere la crescita e stabilizzare i prezzi. Nicholas Spiro, in un editoriale del South China Morning Post, commenta: ”la situazione  si stava deteriorando bruscamente [già] prima dello scoppio della guerra”. E ora “i rischi per Pechino nello schierarsi con Mosca superano di gran lunga i benefici, data l’attenzione [che il presidente Xi Jinping] dedica alla promozione della stabilità”.

L’economia cinese attraversa già un momento difficile. L’anno scorso,  il governo ha spaventato i mercati applicando un giro di vite sulle aziende private, sulle quali ha deciso di aumentare il proprio controllo. E c’è dell’altro: il danno indotto  dalla peggiore ondata di Covid-19 dall’inizio della pandemia, la forte flessione nell’economia globale, e la crisi finanziaria causata dal collasso del mercato immobiliare. Ma se Pechino non ride, il resto del mondo ha poco da stare tranquillo. L’indice Bloomberg US Treasury ha perso il 3,5 per cento solo a marzo, più della metà di un calo complessivo dell’8 percento nel primo trimestre 2022. I mercati obbligazionari globali sono stati colpiti da una combinazione tossica di uno shock sulle materie prime indotto dalle sanzioni, l’impennata dell’inflazione e l’atteggiamento sempre più rigido delle banche centrali. 

Crollata anche la fiducia degli investitori globali nella Germania. Mercoledì, il tasso di inflazione della Germania ha raggiunto il 7,6 per cento su base annua, il massimo dopo la riunificazione, proprio mentre la fiducia delle imprese sta crollando. L’intera zona euro, che è pericolosamente dipendente dalle forniture di gas russo, ora affronta la stagflazione, la pericolosa situazione in cui a una stagnazione dell’economia corrisponde un alto tasso di inflazione.

Contrariamente a quanto viene sostenuto da molti media, la Cina ha invece limitato il margine di manovra della Russia, sospendendo alcune operazioni finanziarie. Le più grandi banche statali cinesi – la Bank of China e la ICBC – hanno interrotto le operazioni con le materie prime russe. L’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), sovvenzionata dalla Cina, e il gruppo BRICS – format che riunisce oltre alla stessa Russia, anche Brasile, Cile, India, e Sudafrica, per circa il 42% della popolazione mondiale e il 22% dell’economia globale-  hanno sospeso i progetti in Russia. Pechino ha anche nuovamente chiuso i suoi porti ai frutti di mare russi, citando le precauzioni del Covid-19. Circolano voci secondo cui  la Cina si sarebbe  rifiutata di fornire alle compagnie aeree russe  pezzi di ricambio, anche se questo è stato poi smentito dalla Russia. E l’impiegato che ha fatto la soffiata è stato rapidamente licenziato dall’agenzia statale russa dell’aviazione, Rosaviatsiya.

L’India, al contrario, è stata ben più convinta nel sostenere la Russia, aumentando gli acquisti di petrolio e avviando il commercio in valuta nazionale. L’India ha già ottenuto un vantaggio dal confronto in corso tra la Russia e l’Occidente, quadruplicando  i suoi acquisti giornalieri di petrolio russo a prezzi molto più bassi. Nuova Delhi ha anche approvato una proposta, che consente agli investitori russi di acquistare titoli di società indiane. In effetti tutto indica la volontà di Nuova Delhi di aumentare la cooperazione finanziaria con la Russia. Ora le organizzazioni russe possono investire in obbligazioni di società indiane e pagare con rupie attraverso il proprio conto aperto nella Reserve Bank of India. Quindi il colosso indiano, che come modello democratico era considerato alleato naturale dell’Occidente, e avversario delle autocrazie, sta di fatto schierandosi in questa crisi sul fronte opposto.

Si tratta quindi di un quadro molto complesso: la Cina evidentemente sul piano diplomatico e delle dichiarazioni ufficiali sta mandando il segnale all’amministrazione Biden che, a fronte dell’aggressività mostrata nei mesi scorsi, con il dispiegamento di sommergibili nucleari nel Sud Pacifico, e con gli attacchi sui diritti umani, non intende allinearsi senza discutere a decisioni prese da Washington.  

Dall’altra parte, sul piano degli interessi economici, la Cina non ha reale interesse a un’alleanza strategica con l’orso russo. Come si vede dalle mosse concrete che abbiamo segnalato. E ha un gran bisogno di una normalizzazione degli scambi per far ripartire la propria economia. Ma evidentemente, per giocare il ruolo di mediatore e porre fine a questa guerra, che rischia di espandersi e degenerare, e che si é aggiunta alle crisi planetarie del clima e del Covid, chiede un inversione di rotta agli Stati Uniti, e ai loro alleati, nei propri riguardi: rinunciando alle politiche di contenimento che ne sono state la linea guida anche dopo l’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca.

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