La prudenza necessaria sulla tregua afgana

Se tutto andrà per il meglio a fine mese sarà firmato l'accordo di pace tra Americani e Talebani. Ma le preoccupazioni  restano su un negoziato nato sotto una cattiva stella

Emanuele Giordana

La tregua iniziata in Afghanistan alla mezzanotte di venerdi e che dovrebbe preludere alla firma di un accordo tra Stati Uniti e Talebani già a fine mese è la miglior notizia che proviene dall’Hindukush dopo 18 mesi di trattative e gli ultimi vent’anni di guerra (quaranta se li calcolassimo dall’invasione sovietica del 1979). Ma il pragmatismo invita ad essere estremamente prudenti.
Innanzi tutto più che di una tregua si tratta di una riduzione delle ostilità (reduction in violence plan – piano di riduzione della violenza) il che significa che le pistole possono ricominciare a sparare in ogni momento e anche che possono continuare a farlo nelle aree escluse dal piano. Del resto, l’esercito afgano – tagliato fuori dai negoziati come il resto del governo e della società afgana – aveva già messo in guardia che avrebbe tenuto il dito sul grilletto pronti a ogni evenienza. Ieri sera, la televisione afgana ToloNews riferiva infatti di diversi incidenti in Faryab, Uruzgan, Paktia, Balkh, Baghlan, Badghis, Helmand e Kapisa*.

Visto dagli Usa

Viste da Washington tregua e negoziato sono un grande successo, figlio soprattutto dell’instancabile lavoro dell’inviato Zalmay Khalilzad, scaltro diplomatico americano dalla doppia cittadinanza. Ma le incognite sono tante: una parte dell’esercito non è convinto dei risultati e ritiene di aver ottenuto troppo poco mentre un presidente ondivago, che ha già mandato all’aria mesi fa il primo tentativo di firmare un accordo, resta una mina vagante imprevedibile. Trump, agitando la morte di un americano alla vigilia della firma – una tesi che è stata data per buona – ha tentato di nascondere il fatto che la firma è saltata perché i talebani si erano rifiutati di andare a Campa David a firmare garantendogli lo scenario che meglio si addice a un vincitore (e a un candidato). Ora che farà?

Visto dalla guerriglia

I Talebani sono notoriamente un movimento vasto e diviso. Apparentemente tutti sono d’accordo con mullah Akhundzada, il leader dei turbanti, e persino il suo vice Haqqani – membro di una famiglia qaedista, settaria, sanguinaria e riottosa agli accordi – ha dato il suo beneplacito addirittura con un’opinione pubblicata dal New York Times (con coda di polemiche).Ma non tutti i comandanti sul campo potrebbero essere così d’accordo come sembra. L’accordo gode del beneplacito di

Islamabad ma non certo di quello di Teheran che controlla una parte piccola ma significativa del movimento. Starà a guardare mentre venti di guerra scuotono la Repubblica islamica e i rapporti con gli Usa sono vieppiù tesi?

Visto da Kabul

A Kabul c’è un governo con presidente appena eletto ma aspramente contestato dal suo secondo, Abdullah Abdullah, che non ne vuole sapere né di aver perso le elezioni né di un possibile nuovo governo ad interim per negoziare poi coi Talebani. Sono un movimento di cui diffida anche per motivi etnici, una leva che potrebbe essere tentato di usare. Quanto a Ghani, che si è dimostrato un presidente debole e molto prono ai voleri americani, la sua leadership è in crisi. Non può forse contare – come Abdullah Abdullah – su un potere militare (i signori della guerra) ma può ostacolare l’avversario grazie alla rete che ha costruito in questi anni nei centri di potere. Non sembra certo un elemento di stabilità nella rissosa litigiosità intra afgana.

Visto dagli afgani

Il negoziato è nato di per sé sotto una cattiva stella: quella di essere soltanto una trattativa bilaterale. I talebani hanno sempre rifiutato di negoziare col governo eterodiretto di Kabul e gli americani hanno ceduto. Ma sarebbe stato utile coinvolgere almeno uno o più mediatori: le Nazioni Unite, ad esempio, o Pugwash (una Ong che molto ha fatto per preparare il terreno) o almeno una rappresentanza della società civile afgana: elementi terzi, la cui accettazione non era scontata, ma che avrebbero fatto uscire il negoziato dal cono d’ombra di un accordo esclusivamente bilaterale. Avremmo più garanzie.

Visto dagli altri

Quasi tutti i Paesi dell’area si sono congratulati per il futuro imminente successo e in molti casi è possibile che le congratulazioni siano sincere. Ma molti dubbi restano come già abbiamo detto. La Storia insegna che attorno a questo Paese strategicamente centrale gli appetiti non si placano mai. Sarebbe stato utile accompagnare l’accordo con un tavolo multilaterale (una vecchia proposta italiana tra l’altro) che avrebbe potuto creare un clima più disteso rassicurando russi e iraniani, i più attenti a quanto gli Usa fanno nel Paese.

Il futuro

Non è ancora chiaro quanti americani resteranno e per che periodo in Afghanistan prima di un ritiro totale che forse Washington non vuole affatto. Resta infatti il nodo del controllo della basi aeree afgane da parte delle forze Usa. Non ne sappiamo nulla salvo che è stato oggetto di trattativa. Ma è un’incognita che pesa e che, più che con la pace, ha a che fare con la guerra. Per ora si è acceso un filo di speranza. C’è da sperare che resti acceso.

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*L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sulla violenza in Afghanistan  documenta 3.403 civili uccisi e 6.989 feriti nel 2019,  sesto anno consecutivo in cui il numero di vittime civili supera tra morti e feriti  quota 10mila. Un decennio di documentazione sistematica dell’impatto della guerra sui civili dice – secondo l’Onu – che il conflitto ha colpito oltre 100mila persone.

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