Libano-Israele: riprende il dialogo per il confine marittimo

Il negoziato mediato dagli Stati Uniti per il tratto marino ricco di gas riprende, mentre la crisi energetica di Beirut si fa sempre più pressante

Sono ripresi i negoziati tra Libano e Israele per delimitare il confine marittimo. Il dialogo, mediato dagli Stati Uniti era stato avviato nell’ottobre 2020 in una base di mantenimento della pace delle Nazioni Unite a Naqoura, in Libano, ma i colloqui si sono bloccati più volte. In una visita dei primi di febbraio 2022 l’inviato statunitense Amos Hochstein ha esortato le autorità libanesi a risolvere la disputa sul confine marittimo con Israele, dicendo che era “l’ultimo minuto” per un accordo che potrebbe facilitare l’esplorazione di idrocarburi in mare. La contesa tra i due sta infatti ostacolando le esplorazioni di petrolio e gas, di cui si presume che l’area sia ricca.

Israele e Libano tuttora non hanno relazioni diplomatiche e sono tecnicamente in stato di guerra. Ognuno dei due afferma che circa 860 chilometri quadrati (330 miglia quadrate) del Mar Mediterraneo si trovano all’interno delle loro zone economiche esclusive. Gli Stati sono quindi impegnati in una disputa marittima da oltre un decennio, mentre anche il confine terrestre è ancora conteso. Sulla blue line, insiste la missione Onu Unifil.

Nessuno dei due Paesi è ancora stato in grado di estrarre gas dalle riserve nelle zone contese. Israele ha voluto limitare i negoziati all’area compresa tra la linea 1 e la linea che il Libano rivendicava come confine marittimo nel 2013, mentre il Libano afferma che l’area contesa si trova tra la linea 1 e la linea 29. In precedenza, i negoziati si erano bloccati a causa di quelle che il Libano chiamava “precondizioni” israeliane che avrebbero limitato i negoziati a un’area contesa di 860 chilometri. Israele, da parte sua, ha respinto le pretese del Libano di espandere i negoziati a un’area di 2.290 km.

In questa fase, secondo gli osservatori, ci possono essere elementi di ottimismo sui negoziati. Gli israeliani vedono la situazione economica sempre più disastrosa del Libano (descritta dalla Banca Mondiale come una delle “tre crisi economiche più gravi” in quasi 200 anni) come uno dei motivi che potrebbero spingere il Paese a cercare l’accordo. Il Paese deve infatti affrontare una grave crisi energetica con blackout, pochissime ore al giorno di energia ed elettricità costanti in tutto il paese. Il Libano ha infatti problemi energetici da anni: le perdite della compagnia elettrica statale, Electricite Du Liban, hanno contribuito alla crescita del debito del paese. Le crisi energetiche sono tra le cause del malcontento popolare e le proteste di piazza che hanno provocato gravi tensioni sociali e politiche nel Paese negli ultimi anni.

Da parte sua, invece, il Libano ritiene che anche Israele abbia una scadenza incombente. Energean, la compagnia energetica greca che ha i diritti per sfruttare il giacimento energetico di Karish, il giacimento di gas naturale situato al largo della costa, ha stipulato un prestito di 2,5miliardi di dollari per finanziare il progetto. La prima rata di quel prestito, circa 625milioni di dollari, deve essere rimborsata entro il primo trimestre del 2024. Secondo Energean, il progetto dovrebbe diventare operativo a metà del 2022, con la produzione del primo gas nella seconda metà del 2023. Energean non ha detto apertamente che non andrà avanti con la produzione senza un confine marittimo fisso, ma, secondo molti, la prospettiva di realizzare un progetto multimiliardario in acque contese non ispira fiducia. Per le prime esplorazioni offshore, Beirut ha invece concesso i lavori ad un consorzio tra la compagnia italiana Eni, dalla francese Total e la russa Novatek in due blocchi, uno dei quali oggetto della disputa con Israele.

Il progetto di Energan

*In copertina il mare dalla Blue line, confine terrestre conteso tra Libano e Israele (foto di Alice Pistolesi)

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