Libia, la guerra vista da Tripoli

Dopo la conferenza di Berlino la città è stata vittima di bombardamenti che sono arrivati anche in centro. Il racconto del capo missione Intersos

Situazione sempre più pericolosa e delicata in Libia. Dopo la conferenza di Berlino gli scontri sono arrivati fino a Tripoli città, dove opera una missione di Intersos. Per capire il livello di gravità di quanto sta succedendo abbiamo rivolto alcune domande a Pietro De Nicolai, capo missione Intersos Libia.

A Tripoli e al Sud del Paese, nella zona di Sebha, la ong sviluppa progetti di sostegno e protezione per l’infanzia. “Ci occupiamo – spiega – di fornire sostegno psico sociale a bambini e famiglie, attività ricreative, assistenza sociale, corsi di educazione non formale per chi non va a scuola e distribuzione di generi non alimentari. A breve cominceremo anche a lavorare in supporto alle scuole di migranti insieme al Wfp”.

Il capo missione ricostruisce la vita della città, vista dal centro Intersos, negli ultimi mesi. “Fino ad aprile vedevamo una situazione di conflitto a bassa intensità, che è andato però sempre più peggiorando con l’attacco di Haftar del 4 aprile 2019. Da quel momento abbiamo iniziato a vedere le bombe sempre più vicino a Tripoli, ad avere difficoltà negli spostamenti a causa della chiusura dell’aeroporto. Nei mesi di settembre, ottobre e novembre la situazione si è calmata per poi ripeggiorare a dicembre. Il momento peggiore per noi è stato però sabato scorso, quando tutto lo staff ha pensato che potesse essere l’attacco finale per prendere Tripoli. Dopo l’incontro di Berlino, infatti, la tregua non ha retto. I conflitti sono diminuiti per 48 ore circa e sono poi ricominciati con un’altra offensiva, forse peggiore. Ci sono stati morti, sono stati colpiti ospedali”.

Dall’ultima offensiva la città è nel caos. “Lo staff libico della nostra missione si sta spostando perché sono state prese di mira aree prima sicure. La situazione è molto violenta e complicata. Gli affitti nel centro sono schizzati alle stelle perché è considerata la zona più sicura, prelevare dai bancomat è quasi impossibile, così come ottenere documenti. Nei giorni scorsi le scuole sono state chiuse per una settimana intera, il traffico poi è delirante visto che tutti si spostano contemporaneamente nei momenti di maggiore tranquillità. Il sistema è allo sfascio”.

Oltre che per i tripolini la situazione è drammatica anche per chi fornisce aiuti. “Come missione noi stiamo tentando di ridurre i viaggi dello staff internazionale perché la presenza costante non è consigliata. I rischi sono quasi inutili perché sul posto abbiamo uno staff fidelizzato e capace. Sappiamo che l’esposizione di un internazionale in questi contesti è sempre maggiore. C’è il rischio di arrivare ma di non poter ripartire a causa di bombardamenti all’aeroporto, di istituzione di no-fly zone, però siamo consapevoli che spesso dobbiamo andare per garantire l’operatività dei progetti”. “Per il momento siamo riusciti a chiudere il centro solo due giorni tra dicembre e adesso. Dobbiamo però ridurre gli orari per permettere ai beneficiari di arrivare in maniera sicura. La cosa peggiore che può succedere è avere tanti bambini insieme in un posto che può essere bombardato. Se c’è rischio reale, infatti, blocchiamo l’attività”.

L’altra missione Intersos in Libia si trova nel Sud, a Sebha. “Lì siamo costretti ad operare solo con staff libico. L’accesso agli internazionali, comprese le Nazioni Unite, è impossibile. C’è un rischio rapimento altissimo. Dobbiamo necessariamente gestire il progetto a distanza proprio dove ci sarebbe ancora più bisogno perché le fasce vulnerabili sono tantissime. Nel Sud come a Tripoli ci impegniamo a fornire sostegno a tutti, non concentrandosi solo sui migranti”.

Uno scoppio visto dal centro Intersos a Tripoli sabato 25 gennaio 2020

di Red/Al.Pi.

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